VITA

Vent’anni con i barboni...

16 Aprile Apr 1999 0200 16 aprile 1999

C’è chi lo avvicina a Madre Teresa. Lui ricorda che da giovane gli chiesero quanti figli avrebbe avuto, e oggi le sue cinque case ospitano 350 emarginati.

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C’è chi lo avvicina a Madre Teresa. Lui ricorda che da giovane gli chiesero quanti figli avrebbe avuto, e oggi le sue cinque case ospitano 350 emarginati.

E ttore Boschini è nato il 25 marzo 1928 a Belvedere di Roverbella (Mantova): il giorno dell?Annunciazione, ma nulla faceva immaginare che Ettore sarebbe divenuto il frate di Maria, il samaritano dei poveri, il padre dei ?barboni?. Il 25 marzo 1999 ha segnato anche il ventesimo della nascita del primo rifugio, quello della Stazione Centrale in via Sammartini, a Milano. Vent?anni al fianco degli emarginati. Dopo via Sanmartini, Fratel Ettore aprì a Seveso ?Casa Betania delle Beatitudini?, poi il ?Villaggio delle Misericordie? ad Affori, periferia di Milano. Infine in provincia di Chieti la casa di formazione ?Il Mulino? e vicino a Roma la ?Comunità Sacra Famiglia?. Tutti rifugi dedicati a Maria, «perché la Madonna», dice Fratel Ettore, «è l?infermiera dell?Umanità». In queste case l?impatto è forte, i volti riflettono il dolore, ispirano grande compassione. Rifugi dove l?amore regna sovrano. Un tempo disgraziati senza niente e nessuno, oggi i ?figli? di Fratel Ettore hanno lavoro, cibo, letto, cure, affetto. Tutti stupiscono per l?affettuosità e la pace che sanno infondere. Tutti pregano intensamente. Le case sono piene di simboli mariani, manifesti della Sindone. «La Madonna», dice Fratel Ettore, «è la regina di questi rifugi, a Lei chiedo aiuto». «È la Madonna che mi aiuta» Prima di entrare nell?ordine di San Camillo, Ettore era un ragazzo come tanti, insidiato da ?cattive compagnie?. Ricorda: «Finita la guerra, nell?ottobre del ?45, andai al santuario della Madonna della Corona. Finita la messa pregai così: Madonna cara, il Figlio che porti in braccio l?ho ucciso anch?io con i miei peccati, le mie bestemmie, aiutami perché senza la Tua protezione ricomincio daccapo. Beh, da quella sera non ho più bestemmiato. Sentivo il bisogno di leggere la Bibbia, il Vangelo, le parabole della Misericordia. Trovai lavoro in montagna, portavo le mucche al pascolo. Poi coltivai pesche con mia sorella. Durante un innesto lei mi chiese quanti figli avrei avuto. Cinque, dieci, quindici, quelli che il Signore manderà, risposi. Se penso che oggi in ogni rifugio ospitiamo in media 350 persone, il cuore mi si riempie di gioia. Il Signore ha superato ogni mia aspirazione». Lasciata la campagna, Ettore indossa il saio camilliano, quello nero con la croce rossa al petto. Da allora non smetterà di chinarsi sul dolore del mondo. Ma il suo abbraccio non ha perso il sapore della campagna e le sue parole risuonano di concretezza contadina. Nell?atrio di ?Casa Betania? c?è una sua foto con papa Wojtyla. «Quando lo incontro mi dice sempre di abbracciare per lui i miei poveri». «Mi sento in Paradiso», aggiunge Fratel Ettore, «quando giro per le stanze dei rifugi e vedo i miei poveri dormire, beati come angeli del cielo. Molti smettono di bere, ritrovano la dignità perduta, alcuni tornano in famiglia. E sette collaboratori dell?Opera dei Rifugi inizieranno un cammino verso la consacrazione». «Senza Dio accadono i Kosovo» «Quel che facciamo», dice Fratel Ettore, «è il compito che Gesù ci ha affidato: avevo fame, sete, ero senza casa, emarginato, malato, forestiero, carcerato, abbandonato, barbone, e tu mi hai accolto». Parole che ricordano Madre Teresa: l?amore gli uni per gli altri, il servizio gratuito agli sventurati della Terra, l?identificazione di Cristo nel povero sofferente. Conclude Fratel Ettore: «Al primo posto bisogna sempre metter Dio. Al primo posto, altrimenti l?umanità scivola lungo i sentieri del dolore e della guerra. Vedi cosa succede nel Kosovo!», esclama a gran voce. Poi dolce: «Preghiamo per la pace».