VITA

Il sostegno a distanza nel suo film. Jack Nicholson, la star solidale

6 Febbraio Feb 2003 0100 06 febbraio 2003

Nel film il protagonista si racconta attraverso le lettere scritte a un bambino adottato a distanza: Ndugu, che vive in Tanzania.

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Nel film il protagonista si racconta attraverso le lettere scritte a un bambino adottato a distanza: Ndugu, che vive in Tanzania.

Il film che può regalare a Jack Nicholson il quarto Oscar della sua carriera, A proposito di Schmidt, offre parecchie sorprese. Diretto dal quarantenne Alexander Payne, che al glamour di Hollywood antepone i racconti su modeste persone di provincia, ci presenta non solo un Nicholson (mai così bravo come questa volta) ben lontano dai ruoli di brillante seduttore o affascinante misantropo cui siamo abituati, ma soprattutto sceglie un espediente narrativo importante e significativo, che è anche una scelta ?morale?. La storia del protagonista, Warren Schmidt, 66enne del Nebraska, fresco di pensione dopo una vita spesa in una compagnia di assicurazioni e da poco rimasto anche vedovo, ci viene infatti svelata pian piano dalle sue lettere a un bimbo della Tanzania, orfano, da lui adottato a distanza con 22 dollari al mese. Espediente significativo, dicevamo, perché, pur trattandosi di un film indipendente,non si era mai visto un film americano e in più con una star come ?big Jack? parlare con tale enfasi di un tema simile. Una sorpresa In quelle lettere emergono tutte le speranze e delusioni (in cima ai suoi pensieri l?imminente matrimonio, che lui vorrebbe evitare in ogni modo, della figlia Jeannie con l?insipido Randall) di un uomo che non è mai riuscito a ?fare la differenza?. Nell?ultima lettera, dopo tante in cui ha ?abbellito? la sua vita e il viaggio verso Denver dove si è celebrato il matrimonio della figlia, non potrà che fare un bilancio della propria esistenza e ammettere al piccolo Ndugu il proprio fallimento. Ma finalmente arriverà anche la prima lettera del bambino africano: una sorpresa inaspettata. E, insieme, la certezza di aver fatto la differenza per qualcuno. Per il regista Alexander Payne, che al suo terzo film (ma al primo distribuito con grande rilevanza in Italia) è considerato in America fra i migliori talenti emergenti, la difficoltà di chi fa cinema oggi negli Usa è che si parla poco di realtà. "Desidero che i miei film parlino della vita vera ed è per questo che, a differenza di altri registi, scelgo come ambientazione Omaha, il mio piccolo paese nel Nebraska. La situazione attuale nel mio Paese mi ha stimolato molto: sembra infatti che gli americani stiano vivendo senza una coscienza storica, vogliono la guerra come unica soluzione. Mentre l?Europa, che ha subito e conosciuto il peso di tanti anni di guerra, cerca soluzioni e non si attacca alle armi per difendersi e per risolvere i complicati problemi di oggi". Nel film, l?adozione del piccolo Ndugu, che vive in un orfanotrofio gestito da suore, avviene tramite l?associazione Childreach, organizzazione non profit che sostiene iniziative di questo tipo in tutto il mondo. È una sponsorship inedita, perché non era mai accaduto che un film di grande produzione sostenesse il marchio di un?associazione di solidarietà. Inoltre, al termine delle riprese, la produzione del film ha inviato al vero Ndugu una forte somma di denaro: se Ndugu è il nome fittizio del suo personaggio, l?adozione alla fine è diventata reale. Infatti quel bambino esiste davvero, in Tanzania: il suo nome è Abdala, ed è uno dei tanti che beneficia dei progetti dell?associazione. Che, per bocca del suo ceo Samuel Worthington, si è detta entusiasta dei primi esiti di questa insolita partnership. Quando due anni fa da Hollywood arrivò la telefonata della produzione del film per proporre la cosa, Worthington reagì con un po? di scetticismo, superato dopo la lettura della sceneggiatura. Buona scelta: ora in tanti vogliono imitare Warren Schmidt. Info: Childreach Un film molto non profit Non c?è solo la partnership con l?associazione americana che opera nel sostegno a distanza. Il lancio di A proposito di Schmidt in Italia è stato accompagnato da anteprime benefiche per l?associazione Children in crisis. Fondata nel 1993 da Sarah Ferguson, duchessa di York, si occupava inizialmente di bambini malati di cancro o affetti da gravi problemi respiratori in Polonia, nella Slesia settentrionale (tra le regioni europee più inquinate). L?organizzazione dal 1999 è presente in Italia dove aiuta a Milano il centro ?Il Giardino?, alla Barona, e a Firenze l?Ospedale degli Innocenti, coopera con la Fondazione Livia Benini per alleviare le sofferenze dei bambini in ospedale e acquista macchinari per il reparto di terapia intensiva pediatrica all?ospedale Pasquinucci di Massa. Per informazioni Children in Crisis