VITA

Due fratelli e un’incredibile storia d’amore. Mi son salvato salvandoti

8 Febbraio Feb 2004 0100 08 febbraio 2004

Uno ha bisogno di un trapianto di rene. L’altro glielo dona. Ma durante l’operazione qualcosa va storto. o meglio: va in una direzione inaspettata. Il figlio e nipote racconta.

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Uno ha bisogno di un trapianto di rene. L’altro glielo dona. Ma durante l’operazione qualcosa va storto. o meglio: va in una direzione inaspettata. Il figlio e nipote racconta.

Quello a sinistra è mio padre, quello a destra suo fratello, mio zio. La foto è stata scattata il 19 settembre 2002, ed è stata pubblicata sul calendario 2004 del Policlinico di Milano. È la storia che c?è dietro questa immagine che voglio raccontare. Una storia contenuta negli sguardi di questi due fratelli il giorno in cui il più giovane dei due, mio zio, sta per donare un suo rene per alleviare le sofferenze dell?altro, mio padre. Ma le cose non sono andate come previsto. Forse sono andate meglio. Quel giorno che padre Pio... Tutto cominciò più di una quarantina d?anni fa: mio papà non aveva ancora dieci anni, si trovava in colonia a Monteluco, in Umbria. Fu colto da una febbre fortissima e mio nonno fu costretto ad andarselo a prendere dall?ospedale di Spoleto. Allora la famiglia viveva ancora a Torremaggiore, un piccolo paese in provincia di Foggia. La febbre, probabilmente causata da una intossicazione alimentare, non accennava a diminuire e i medici consigliarono a mio nonno di portare il bambino all?ospedale di San Giovanni Rotondo, il miglior centro per questo genere di malattie. Andò in fin di vita e quella malattia segnò definitivamente la salute dei reni del bambino. Ci fu un momento in cui i medici non furono sicuri che se la sarebbe cavata. Mio nonno, che non ha mai avuto la lacrima facile, pianse come un bambino al capezzale del suo primogenito. I medici comunicarono la grave situazione perfino a padre Pio, che volle andare a trovare di persona il bambino. Il santo frate si chinò sul letto e accarezzò con il guanto marrone il volto pallido di mio padre dicendo: "Diventerà un bravo ragazzo", e autorizzò la Prima Comunione. In quel momento mio nonno fu sicuro che tutto sarebbe andato per il meglio. Il santo di Pietralcina disse e fece cose molto più straordinarie, ma molti sostengono che anche in questo frangente non andò lontano dall?esercitare il dono della profezia... Per una quindicina d?anni gli effetti di quella devastante febbre non si fecero sentire, poi il triste verdetto dei medici: nefrite cronica. Nel frattempo mio padre e la sua famiglia si erano trasferiti prima a Baranzate di Bollate, nell?hinterland milanese, poi a Milano, al quartiere Gallaratese. Lui e mio zio hanno un anno di differenza, si assomigliano fisicamente ma hanno indole a dir poco opposte. L?uno, mio padre, introverso e riflessivo; l?altro estroverso e vitale. La dialisi, che seccatura Sindacalisti entrambi per la Cisl durante il 68 alla Pirelli e alla Tonolli, frequentavano l?oratorio di Regina Pacis. Con un pizzo a metà tra D?Artagnan e Don Chisciotte, mio zio aveva una grande generosità e una certa predilezione per le ragazze in minigonna; mio padre invece, magro come un chiodo, preferiva i libri di teologia e le cene con gli amici. Fu in questo periodo che mio padre fu costretto a numerosi ricoveri al Policlinico, dai quali emerse la impietosa diagnosi. Non fu però l?unica cosa che si portò a casa dall?ospedale. Nei caldi pomeriggi in reparto lo andava a trovare una sua amica dell?oratorio che stava finendo gli studi di Medicina. Mio padre, a parte una tiepida amicizia, non nutriva nessun particolare interesse per la ragazza e, va detto, neanche lei per lui. Galeotto fu il vicino di letto che gli mise la pulce nell?orecchio. Insomma, a farla breve, quella ragazza è mia madre. Negli anni, la funzionalità dei reni di mio padre diminuì, fino a rendere necessario sottoporlo a dialisi peritoneale. Vuol dire che si riempie il peritoneo (la membrana che avvolge gli organi dell?addome) con una soluzione di acqua e glucosio che per osmosi assorbe le sostanze di scarto che i reni malati non riescono più a eliminare. Carica il liquido - scarica il liquido. Ogni otto ore. Seccante, molto seccante. 1987: primo trapianto Poi una sera del 1987 squilla il telefono, mio padre cambia espressione e chiede a mia mamma di fargli la valigia per l?ospedale. Qualche ora dopo si trova in sala operatoria per ricevere un rene sano. La morte di una ragazza gli stava cambiando la vita. Altri mesi di ospedale a combattere contro il rigetto. Poi il ritorno a casa, dove c?è mio zio che aveva cucinato per lui delle squisitezze, retaggio delle origini pugliesi. Sedici anni di pacchia. O quasi, se vogliamo escludere le decine di pillole colorate da inghiottire ogni mattina. In realtà la malattia che ha messo ko i reni di mio padre non è una malattia dei reni, ma del sistema immunitario. Così i valori degli esami delle urine cominciano pian piano a peggiorare. Poi la sentenza definitiva: "Si è ammalato anche il rene nuovo, deve di nuovo entrare in dialisi". Seccante, molto seccante. E ricomincia il carico-scarico. Così viene iscritto sulla lista d?attesa per un rene. Poi la domanda fatidica: "Non ci sarebbe qualcuno dei suoi parenti che potrebbe donarle il rene?". "Dottore, lasci perdere", risponde laconico. I medici insistono e l?ipotesi di un trapianto da donatore vivo giunge alle orecchie di mio zio, che in uno slancio di semplice generosità si offre per l?intervento. "Lascia perdere", risponde mio padre, "e poi occorre che tu sia compatibile e le verifiche durano molto". Uno è conquistato dallo scetticismo, l?altro dall?entusiasmo, e decide di cominciare l?iter per verificare la compatibilità. Dopo qualche mese il responso positivo: la compatibilità c?è. Ora però occorre verificare la situazione di salute di entrambi per capire la fattibilità dell?intervento. Mio zio si mette a dieta e i suoi valori di colesterolo crollano inaspettatamente. È tutto pronto. In famiglia non se ne parla molto, ma mio padre è preoccupato. I gesti di generosità è più facile farli che riceverli. C?è sempre da sconfiggere quella brutta bestia dell?orgoglio. Alla fine giunge il giorno del trapianto, il giorno in cui è stata scattata questa foto. Come al solito lo zio baldanzoso, mio padre schivo e pensieroso. Si danno la mano e sorridono, e forse per la prima volta in modo così chiaro, ormai a cinquant?anni passati, percepiscono di volersi bene davvero. E le rispettive mogli dov?erano? Non a misurare con passi nervosi la sala d?aspetto, ma a una trentina di chilometri di distanza, a Trivolzio, ad affidare l?intelligenza e le mani del chirurgo alla benevolenza di Riccardo Pampuri, santo e medico. Nessuno però si aspettava quello che sarebbe successo, perché nessuno era in grado di immaginarselo. Il chirurgo, che poi è una donna, apre mio zio e preleva il rene prescelto per il trapianto. Lo tiene in mano e lo guarda attentamente. C?è qualcosa che non dovrebbe esserci: una strana macchia del diametro di poco meno di un centimetro. Controlliamo un attimo. Fatemi un esame istologico. Oddio un tumore. Richiudono la pancia di mio zio e buttano il rene nell?immondizia. Cosa pensare? Se non avesse deciso di donare il rene, il tumore sarebbe stato scoperto forse troppo tardi, e se nessuno si fosse accorto di quella piccola macchia, anziché salvare suo fratello l?avrebbe ucciso. E se avessero scelto di prelevare l?altro rene? Chi si stava sacrificando per l?altro si è rivelato essere il vero beneficiario del sacrificio. Il suo amore lo ha salvato. Mio padre non ha neanche il coraggio di esser triste per il trapianto mancato. Lo zio ora sta benone, anche se i medici lo tengono sotto controllo. L?altro dei due continua a caricare e scaricare, lavora normalmente e aspetta con fiducia un nuovo trapianto. Ecco: riguardando ora questa foto, sapendo cosa poi sarebbe accaduto, l?immagine viene investita di ulteriori e più profondi significati. Significati misteriosi e bellissimi.

Info: Medici in calendario

L?autore della mostra Policlinico di Milano, volti e luoghi della ricerca e della cura, dal quale è stato tratto il calendario del Policlinico 2004, è il quarantasettenne Claudio Gallone: giornalista, editore e reporter, oltre che laureato in medicina. Finiti gli studi, Gallone si dedica al giornalismo e alla fotografia, lavorando per testate come Panorama e Il Mondo. Fonda il Centro europeo di comunicazione e una casa editrice che porta il suo nome. Nel 2002 viene chiamato dall?ospedale milanese per realizzare una sorta di viaggio virtuale tra i suoi Dipartimenti e le Unità operative, dando vita così a un itinerario di immagini, di pensiero e di parole tra reparti di assistenza, sale operatorie e laboratori di ricerca. Le 120 immagini scattate da Gallone sono andate in mostra lo scorso autunno a Milano. Ospedale Maggiore di Milano eventi@policlinico.it