VITA

Reportage. Dentro il caso Zimbabwe. Curare l’Hiv persona per persona

7 Luglio Lug 2004 0200 07 luglio 2004

Una settimana nel Paese più colpito al mondo dalla sindrome. Per capire se la guerra all’Aids in Africa è davvero ingaggiabile, e come.

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Una settimana nel Paese più colpito al mondo dalla sindrome. Per capire se la guerra all’Aids in Africa è davvero ingaggiabile, e come.

Harare, giugno

Lo Zimbabwe è il Paese africano più colpito dalla sindrome da Hiv. è lì che sono diretto su invito del Cesvi, organizzazione non governativa italiana che dal 2001 è impegnata in un programma per impedire la trasmissione verticale del virus da mamma a bimbo. La vastità della catastrofe è resa dai numeri che appunto sul taccuino che porto con me: il 30% degli zimbabwani (12 milioni gli abitanti stimati, l?ultimo censimento è del 1992), cioè oltre 3 milioni di persone, ha il corpo segnato dal virus, così come il 50% delle donne in gravidanza e il 25% dei residenti tra i 15 e i 49 anni. L?Hiv ha già reso orfani più di 600mila bambini. La spesa media pro capite per la sanità è di 13 dollari all?anno (quasi 12 euro, in Europa è di circa 2mila euro), cifra che non consente di curare alcunché, figuriamoci l?Aids. L?aspettativa di vita è in costante calo: era 57 anni negli anni 80, 40 anni nel 2001, 34 anni è quella stimata dall?Onu nel 2004! Peggio della peggior guerra Sorvolando l?Africa, non posso fare a meno di ricordare un dato che mi ha sempre impressionato: solo in un anno, nel 98, l?Aids ha causato in Africa oltre due milioni di morti, ossia quasi dieci volte le vittime dei conflitti armati nell?ultimo decennio in tutto il mondo. Quello che mi appresto a visitare, lo Zimbabwe, è un Paese che non conosce guerra dal 1979. Eppure sta combattendo la più terribile delle guerre africane: quella contro l?Aids. Una guerra che il viceministro della Sanità, David Parirenyatwa sintetizza così: «Stiamo pagando un prezzo altissimo alla malattia. Colpisce le nuove generazioni, con costi sociali altissimi: muoiono bambini, insegnanti, medici e in generale viene falcidiata la classe lavorativa. Abbiamo una spesa media pro capite per la sanità di 13 dollari, cifra che non ci consente di dare le cure necessarie. Oggi l?80% dei ricoveri avviene per malattie correlate al virus Hiv». Insomma, la guerra all?Aids in Africa continua ad essere una guerra impari. Lo Zimbabwe, grande pressappoco come la Spagna, si sviluppa per la quasi totalità su un grande altopiano alto mediamente mille metri. L?altura ha per secoli messo al riparo questa regione da malattie come la malaria e le ha garantito un clima straordinario e amico dell?agricoltura. «Vivevo in un paradiso terrestre», scrive Doris Lessing (in Sorriso africano, da leggere) ricordando la sua infanzia in Rhodesia (che dal 1979 si chiama Zimbabwe). Ma Harare, oggi, non ha più niente della capitale del ?paradiso in terra?, se non gli alberi che incorniciano i viali e le strade: le sterlitzie di Natale, le magnolie, gli agapanto, le bouganville, le albizie, con i loro infiniti colori dal giallo al rosso purpureo. «Lo zucchero è finito», recita una frase Shona (l?etnia e la lingua dell?80% della popolazione) che ben sintetizza l?impoverimento generale del Paese che da ?granaio d?Africa? è oggi costretto a importare cereali. Neppure il moderno centro di Harare con i suoi grattacieli - il più imponente e lugubre è quello del partito al potere, il Zimbabwe African National Union-Patriotic Front (Zanu-Pf) - suscita ammirazione; piuttosto fa rabbia vedere come qui la ricchezza e la disperazione coesistano a poche centinaia di metri l?una dall?altra. Su 1,8 milioni di abitanti di Harare, l?80% vive, infatti, in baraccopoli e quartieri degradati senza elettricità, gas e acqua. è per questo che la ricchezza di chi è oggi è al potere, e ciò che resta delle ricchezze dell?ex colonia inglese, le residenze e le ville dei bianchi che in Rhodesia arrivarono ad essere 250 mila (oggi sono meno di 90 mila), sono difese compound per compound, residenza per residenza, via per via, da uno sterminato esercito di sicurezza privata. Un?industria in pieno boom, quello della sicurezza privata, e qui l?Africa è davvero all?avanguardia e fa trend. Lo stipendio di Mugabe E' questo un Paese in guerra e isolato. L?ottantantenne Robert Mugabe, da 24 anni al potere, cui è persino interdetto mettere piede in uno qualsiasi dei Paesi dell?Unione europea, risponde all?isolamento con giri di vite interni e con provocazioni a livello internazionale. Negli ultimi mesi si è segnalato per cinque decisioni: si è aumentato del 265% il suo stipendio, da 20,2 milioni di dollari all?anno a 73,7; ha promulgato una leggina che prolunga il suo mandato come presidente sino al 2008; ha arrestato un?ottantina di oppositori; ha chiuso la porta in faccia a una missione del Programma alimentare mondiale, agenzia Onu, preoccupata della carenza di grano nel Paese. Secondo il governo del presidente Robert Mugabe, lo Zimbabwe quest?anno produrrà 2,4 milioni di tonnellate di grano, ben oltre gli 1,8 milioni necessari per sfamare la popolazione, perciò ha rifiutato la missione del Pam, che da anni fornisce cibo a milioni di persone nel Paese. Il direttore del Pam cui è stato rifiutato l?ingresso, James Morris, è scettico: «Spero che le loro speranze si materializzino. Ma lo scorso anno la produzione è stata meno di un milione di tonnellate. Noi crediamo che saranno almeno 7 milioni gli abitanti che faranno la fame. Il Paese sta precipitando verso una gravissima crisi umanitaria». I cooperanti in trincea Ad Harare incontro gran parte dello staff del Cesvi. Una decina gli espatriati, una cinquantina i locali, sette i progetti in corso in Zimbabwe (dai ragazzi di strada alla conservazione dell?ambiente), ma è sulla guerra all?Aids che tutti si sentono ingaggiati. In tre anni di impegno i risultati sono straordinari: operatori sanitari formati, 1.458; popolazione coinvolta in incontri di sensibilizzazione e informazione, 65.672; mamme testate Hiv, 12.665; mamme sieropositive, 3.020; mamme seguite con counselling, 16.354 prima del test Hiv e 7.979 dopo il test Hiv; bambini che hanno ricevuto la Nevirapina: 1.293; neonati fuori pericolo: 59; ospedali con attività in corso: 11. Camillo Risoli, 50 anni, una lunga esperienza prima alla Fao, poi al Mlal, è responsabile dei progetti Cesvi nell?Africa meridionale (11 in tutto). Sua moglie Emily Venetsanau, 46 anni, greca, è esperta in progettazione di interventi sanitari, ha lavorato per il governo di Capoverde, e poi per Onu e Banca mondiale. Daniela Martino, 40 anni, è amministratrice, insieme ad Andrea Grancini, 30 anni. Francesco Giulietti, 35 anni, responsabile del progetto bambini di strada, è in Africa dal 2001 ed è qui con sua moglie Ivana, 30 anni, e i due figli, Federico di 4 anni e Michele di un anno e mezzo, nato in Tanzania. Micol Fascendini, 29 anni, è medico. Silvia Bignamini, anche lei 29enne, è in Zimbabwe per la sua specializzazione in Sanità pubblica. Seguo il loro lavoro e la loro vita per qualche giorno. Le riunioni nella bella sede (sorvegliata come ogni residenza) con le organizzazioni locali partner dei progetti, i loro viaggi negli ospedali e presidi sanitari rurali per il controllo dei progetti e il counselling, gli ultimi lavori alla nuova casa per i ragazzi di strada, finanziata con i fondi della Fabbrica del sorriso, che accoglierà 40 adolescenti, la stesura dei report che prevedono fogli e rendiconti per qualsiasi operazione. Li seguo e li assillo di domande e di perché. L?attenzione in questo periodo è, se possibile, ancor più alta. Da una parte l?isolazionismo del governo (veto all?ingresso del Pam, espulsione di Médécins sans frontière Olanda e di Action contre la faime) che impone ai cooperanti di seguire i sentieri rigorosi e stretti dell?umanitario. Dall?altra, i problemi quotidiani dovuti alla sicurezza personale e le acrobazie imposte da acqua, luce e benzina a intermittenza. Il Cesvi ad Harare finanzia, coordina e dirige i progetti di due ong locali, Streets Ahead, specializzata in ascolto, accoglienza e attività indirizzate ai ragazzi di strada, circa 10mila veri invisibili (non hanno né documenti né residenza) della capitale, e Mashambanzou, ong dal 1991 in prima linea contro l?Aids. Tra baracche e casermoni Mashambanzou (che in italiano significa «l?alba di un nuovo giorno») oggi gestisce una casa di accoglienza e cura per malati terminali di Aids (20 letti per adulti e 7 per bambini) nella periferia di Harare. La visitiamo e restiamo a bocca aperta per la cura sin nei particolari estetici e per la qualità della relazione umana tra personale e malati. Il Cesvi collabora con Mashambanzou fornendo mezzi, cibo, medicine, partecipazione alle attività di counselling. Ed è proprio questa l?attività più straordinaria della ong che ha attivato una rete di home base care capace di contattare oltre mille persone ogni mese. Si avvale di una rete di 500 volontari locali formati uno ad uno, veri e propri terminali per l?ong dentro le baraccopoli e i quartieri più poveri di Harare. Ogni giorno i sei team dell?home base care girano raccogliendo informazioni sui bisogni (da quelli sanitari a quelli educativi), portando aiuti e organizzando riunioni di formazione e di auto aiuto. Seguo Comborai, trentenne insegnante e infermiera, e Shepard, laureando e fantastico counsellor, nel loro giro tra le baracche di Dziwarasekwa extention, a pochi chilometri dai grattacieli di Harare (ci vivono oltre 100 mila persone), e nei loculi infernali e invivibili dei Matapi flex, casermoni dove, in monolocali fabbricati negli anni 60 per la mano d?opera nera, si ammassano migliaia di disperati. Oggi il quartiere è soprannominato Crash. Sino a una decina di anni fa il suo nome era Mbare ed era uno dei quartieri più vivaci e caratteristici della capitale. Con Comborai e Shepard incontriamo decine di orfani, ragazze senza più genitori portati via dall?Aids che accudiscono i fratelli più piccoli campando alla giornata. Loro scrivono, si informano sulla frequenza scolastica dei bambini, controllano che all?orfanatrofio tutto funzioni (80 bambini accolti e 60 in lista di attesa). Mi spiegano: «Il problema è che il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il nesso tra Aids e povertà è cruciale. Nel Paese, a causa del virus, vengono celebrati 2mila funerali ogni settimana». Sister Margareth sottolinea: «Pensa che questo Paese cominciò nel 1991 a parlare di lotta al virus: quanto tempo si è perso prima parlando dei complotti della Cia, poi con la distribuzione di preservativi come fossimo a Londra». Come si ingaggia allora questa battaglia impari, chiedo. «Solo con l?educazione, coinvolgendo le comunità, le famiglie, accompagnandole, tirandole fuori dalla povertà. E poi con la disponibilità di farmaci antiretrovirali che qui sono ancora un miraggio». Dove il parto è possibile Con Camillo, Micol e Silvia andiamo a St. Albert, nel distretto di Centenary (un paio d?ore da Harare). L?ospedale, diretto dalla straordinaria Elizabeth Tarira, è punto di riferimento per una popolazione di 110mila abitanti. Da qui è partita l?azione del Cesvi contro l?Aids nel 2001 e oggi si sta sperimentando il primo programma di somministrazione di farmaci antiretrovirali a 26 donne sieropositive, tra cui due infermiere. Micol e Silvia mi spiegano felici: «Finalmente, dopo tre anni, siamo in grado di dire alle donne, non solo se sono sieropositive o no, ma anche che c?è una cura per loro. Da quando la voce si è diffusa nei villaggi, le richieste di test sono aumentate dell?87%!». Il Cesvi usa per il trattamento il Triomune, farmaco generico anti Aids prodotto dall?azienda indiana Cipla Limited: è efficace e sicuro quanto i tre farmaci di marca (il Lamiduvine della Glaxo, lo Stavudine della Bristol-Myers Squibb e la Nevirapina della Boehringer Ingelheim) che condensa in un?unica pillola. La cura con il generico della Cipla costa quasi 40 dollari al mese, quella con i farmaci di marca oltre 250 dollari. Proprio in queste settimane lo Zimbabwe ha annunciato la prima produzione in loco di medicinali antiretrovirali. A produrli, la ditta farmaceutica zimbabwana Varichem Pharmaceuticals. «Vedremo», dicono le dottoresse, «il farmaco dovrà essere testato dall?Oms». Silvia spiega: «Passo tutta la settimana girando nei villaggi rurali incontrando i community leader, poiché qui l?80% delle persone ha loro come punti di riferimento. Io li incontro, spiego cos?è l?Aids e come si cura. Poi bisogna seguire le donne in trattamento, sostenerle, sorvegliarle. I risultati sono ottimi, c?è buona aderenza al trattamento, ho visto persone sul punto di morire che oggi sono tornate al lavoro. La nostra scommessa era quella di applicare un modello di cura non troppo complesso per la realtà locale e ci stiamo riuscendo, condividendolo passo dopo passo con le comunità». Il target del governo zimbabwano è quello di mettere in trattamento 200mila persone entro il 2005. Com?è possibile chiedo, visto che oggi sono solo 26? Mi risponde Micol: «Il nostro obiettivo è realizzare la prima parte del programma che prevede che vengano trattate 100 donne e 10 operatori sanitari entro settembre. Credo più realisticamente che sarà possibile curare 20/25mila pazienti entro il 2005. Speriamo». Quali speranze? Girando per lo Zimbabwe è più facile imbattersi in gruppi radunati in cerchio e tutti vestiti di tuniche bianche che innalzano le loro preghiere che incontrare un babbuino. Come in altri Paesi africani, alla speranza sono delegate le sette, sette cristiane per la gran parte, e di importazione americana. In attesa di segni d?attenzione e di condivisione reale al loro destino da parte dell?Unione europea, degli Usa e del Global Fund, gli africani aderiscono in massa alle sette. Chiesa universale del Regno di Dio, Jesus Christ universal Church, Assemblee di Dio, Avventisti ecc.. Ci si veste di bianco, ci si raduna in campagna, sotto un albero e va fan culo tutte le miserie e le malattie. Intanto gli Usa ?comprano? gli amministratori locali attraverso i fondi della cooperazione bilaterale affidata a UsAid e pagano con 4 miliardi di dollari i suoi 5mila consulenti in giro per il continente a dispensare consigli. Consigli che, a quanto pare, hanno portato il continente dall?autosufficienza all?indigenza. Loro, le formichine internazionali di Cesvi, di Mashambanzou e di Streets Ahead hanno una concezione della speranza opposta a quella che smerciano le sette. Si costruisce mattone dopo mattone, passo dopo passo, condivisione dopo condivisione. Incazzatura dopo incazzatura. La speranza è scommessa quotidiana per sé e per chi si incontra. Ventisei trattamenti, poi cento, e poi, se l?Ue finanzierà il progetto Cesvi, 2.400 nel 2005. «Il nostro lavoro», dice Emily, «è una piccola goccia, ma serve. Serve a tener viva la speranza in noi e in chi incontriamo. Non è possibile fare nessun passo indietro rispetto a questo e rispetto a noi. Questa è l?unica cosa non negoziabile».