VITA

l’impresa finita ko

25 Febbraio Feb 2005 0100 25 febbraio 2005

C’è stata una vera battaglia ideologica. Ed è stata Vinta dalla società civile. Che ha trasformato l’idea di buona cittadinanza in...

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C’è stata una vera battaglia ideologica. Ed è stata Vinta dalla società civile. Che ha trasformato l’idea di buona cittadinanza in...

Negli ultimi dieci anni la responsabilità sociale d?impresa è sbocciata come un?idea, se non come un programma pratico coerente. La responsabilità sociale d?impresa richiede ovunque l?attenzione dei manager e specialmente quella dei manager di multinazionali con i quartieri generali in Europa o negli Stati Uniti. Oggi la responsabilità sociale d?impresa è il tributo che il capitalismo ovunque paga alla virtù. L?articolo che apre il dossier racconta la metamorfosi dei comportamenti pubblici delle aziende negli ultimi anni. I cosiddetti ?servizi per la comunità? sono diventati un?attenzione, secondo The Economist, addirittura ossessiva. Nei rapporti e nei bilanci c?è un?attenzione spasmodica a dimostrare la correttezza dei propri comportamenti, in particolare riguardo all?impatto ambientale delle attività. Cosa significa tutto questo? Che dal punto di vista ideologico la società civile ha dato scacco matto all?impresa. I vincitori sono le associazioni non profit, le organizzazioni non governative e altri componenti di quella che viene chiamata società civile, che per primi hanno premuto con forza in direzione della responsabilità sociale d?impresa. Questi gruppi mossi da buone intenzioni non hanno certamente inventato l?idea di buona cittadinanza d?impresa, che risale a molto tempo prima. Però hanno arricchito la nozione col nuovo concetto di responsabilità sociale d?impresa e l?hanno portato a un livello molto più alto all?interno delle priorità aziendali. In termini di relazioni pubbliche la loro vittoria è totale. Infatti i loro oppositori non si sono mai fatti vedere. I segni della vittoria non si notano soltanto nei discorsi dei top manager o nella stesura dei conti pubblici che si sforzano di rifarsi alla responsabilità sociale d?impresa. La responsabilità sociale d?impresa è diventata ora una vera e propria industria, e anche un?importante professione. Infatti sono sorte società che fanno consulenza sulla responsabilità sociale d?impresa. Inoltre la maggior parte delle multinazionali ha un dirigente senior, spesso con uno staff a sua disposizione, che ha il compito specifico di coordinare e sviluppare la csr. In certi casi questi dirigenti provengono da organizzazioni non governative. Sono sorte cattedre in responsabilità sociale d?impresa all?interno di scuole di business, organizzazioni professionali di csr, siti web e molto, molto di più. Ma qual è la conclusione? I vincitori, stranamente, sono delusi. Iniziano a sospettare di essere stati ingannati. I sostenitori della responsabilità sociale d?impresa, appartenenti alla società civile, accusano le imprese di essere interessate principalmente al profitto. Quando sono in gioco gli interessi commerciali e un più ampio interesse sociale, notano con disappunto, il profitto viene sempre per primo. Bisogna giudicare le imprese in base a quello che fanno concretamente in termini di responsabilità sociale d?impresa, non in base a quello che dicono. E, applicando questo concetto, i sostenitori della csr rimarranno delusi. Il rapporto annuale Giving List, pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian, ha mostrato che i contributi in termini di beneficenza di 100 società prese in esame (inclusi doni, tempo del personale dedicato a far beneficenza e relativi costi di gestione) ammontavano mediamente solo allo 0,97% dei profitti, escluse le tasse. Alcune società offrono contributi superiori, la maggior parte non dà. Il quadro totale non è esaltante. Le cifre che si riferiscono alla filantropia di impresa negli Stati Uniti sono più alte, ma non tanto da far colpo sui sostenitori della responsabilità sociale d?impresa. La responsabilità sociale nella maggioranza dei casi è un?operazione di pura cosmesi. Non va molto in profondità, anche nei casi più seri che riguardano le relazioni con coloro ?che partecipano? all?azienda: lavoratori, consumatori. Quindi non è quella radicale riforma del sistema che propugnano i suoi teorici, perché resta solo una verniciatura di facciata. E comunque il sistema non ha affatto bisogno di una simile riforma. Il capitalismo non ha bisogno di questa riforma, che sarebbe dannosa sia per gli azionisti che per la società nel suo complesso. Certe iniziative nel campo della csr possono essere vantaggiose, altre no, altre semplicemente possono non avere effetti, ma l?importante è non aderire alle premesse e alle principali linee argomentative del concetto di responsabilità sociale d?impresa. Altrimenti ne verrebbe un danno per il benessere sociale. C?è un altro pericolo: la csr può distogliere l?attenzione dai concreti problemi di etica professionale che invece devono essere considerati e che non sono certamente pochi. Inoltre l?impresa privata fa il bene pubblico solo in presenza di determinate condizioni. Quindi massimizzare l?efficacia del capitalismo richiede diversi interventi pubblici: tasse, spesa pubblica, regolamentazione in molti campi dell?attività d?impresa. La csr non può sostituire le sagge politiche del governo in questi campi. Per migliorare il capitalismo bisogna innanzitutto comprenderlo. Cosa che la csr non è in grado di fare. The Economist-La storia del settimanale Nato in Inghilterra nel 1843 con l?obiettivo di scrivere dei grandi temi politici dell?epoca, The Economist è oggi il settimanale economico più autorevole al mondo, con una diffusione enorme: 830mila copie vendute per quattro quinti fuori dalla Gran Bretagna. Un settimanale anche se, dalla nascita sino ad oggi, si definisce un newspaper, ossia un quotidiano. Il motivo è che, oltre ad offrire analisi ed editoriali, copre i maggiori eventi economici e politici della settimana, andando contemporaneamente in stampa ogni giovedì in sei Paesi differenti, e arrivando in edicola nelle principali città del mondo ogni venerdì. Dal 1928 la proprietà è detenuta, al 50% dal Financial Times, il resto da un gruppo di azionisti indipendenti, compresi molti membri dello staff. In cosa crede The Economist? Innanzitutto alla libertà del commercio e dei mercati. Del resto James Wilson lo fondò oltre 160 anni fa per opporsi alle Corn Laws, le leggi protezionistiche che erano state introdotte in Gran Bretagna a quell?epoca. In anni più recenti The Economist ha appoggiato conservatori quali Ronald Reagan e Margaret Thatcher, ma è stato anche il primo grande settimanale ad opporsi alla pena di morte, ad appoggiare il processo di decolonizzazione dopo la seconda guerra mondiale, il controllo delle armi e i matrimoni tra omosessuali. «A The Economist piace ancora pensarsi come appartenenti al centro ?estremo?», diceva nel 1955 Geoffrey Crowther, uno dei grandi editori del settimanale britannico. Ancora oggi questa definizione è più che mai attuale. Infine le sedi che, oltre a Londra, oggi sono più di venti, sparse in tutti i punti più nevralgici del pianeta: da Pechino a Mosca, da New York a San Paolo, da Nuova Delhi a Gerusalemme, da Il Cairo a Parigi. Paolo Manzo