VITA

Caffé. Il bollino Fairtrade alla multinazionale. L’equo Nestlé? In Italia mai

16 Ottobre Ott 2005 0200 16 ottobre 2005

"Non siamo d’accordo con i nostri soci inglesi". Lo sfogo di Adriano Poletti, presidente di Transfair.

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"Non siamo d’accordo con i nostri soci inglesi". Lo sfogo di Adriano Poletti, presidente di Transfair.

Da metà ottobre diavolo e acqua santa si mescolano in una tazzina di caffè. Una nuova miscela solubile sta per sbarcare sugli scaffali della grande distribuzione del Regno Unito. Con il marchio, inconfondibile, della Nestlé. Accompagnato, per la prima volta, dal timbro di Fairtrade Mark, il certificatore britannico di commercio equo e solidale. Il caffè della discordia si chiama Nescafe Partners? Blend e il macinato proviene da cinque cooperative di piccoli coltivatori in El Salvador ed Etiopia. Nestlé è il primo dei quattro grandi produttori mondiali di caffè (gli altri sono Kraft, Sara Lee e Procter & Gamble) a prendere una simile iniziativa. Ma il bollino di eticità su una multinazionale nel mirino di tutti i boicottaggi del mondo (per la promozione del latte in polvere nei Paesi poveri contro le direttive dell?Oms) ha gettato lo scompiglio nel mondo delle ong e del commercio equo e solidale. In Italia il marchio Fairtrade è gestito da Transfair, che, come la consorella britannica, fa parte della Flo - Fairtrade Labelling Organisations, il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia. Presidente: Adriano Poletti. Vita: D?accordo con la scelta della consorella inglese di certificare il caffè Nestlé? Adriano Poletti: Per nulla. Altre scelte hanno causato dissensi, ma questa mi pare davvero la più sconveniente. Vita: Perché? Poletti: Nestlé non è un nome qualunque. L?azienda ha ancora in atto una pendenza con l?Organizzazione mondiale della sanità, che non ha mai ritirato la sua condanna per le politiche del latte in polvere in Africa. Unicef boicotta tutti i prodotti della Nestlé, e non si tratta certo di un gruppo di esaltati no global. Unicef, tra l?altro, è socio di Transfair Italia. Per noi è diventata una posizione quasi necessaria quella che abbiamo assunto, prendere cioè le distanze da Fairtrade Mark. Vita: Come è possibile che due membri della stessa federazione siano su posizioni così diverse? Poletti: Il problema si trascina da un anno. Da quando abbiamo chiesto alla federazione internazionale di riunirci per elaborare una politica comune nei confronti delle multinazionali. C?era in ballo la trattativa con Ciquita, in Svizzera stavano concludendo un accordo con Mc Donald, in Germania con Kraft. Nei confronti delle multinazioni non c?è una preclusione ideologica. Ma abbiamo sottolineato la necessità di elaborare insieme una direzione nuova. Questo lavoro non è mai stato fatto. Da qui le iniziative autonome da parte di ogni marchio. Vita: A questo punto potrebbe venire meno l?idea del marchio comune? Poletti: No, assolutamente. Certo per ora le scelte sono molto differenti. Quella di Trade Mark è stata pragmatica. Vita: Avete sentito i vostri omonimi inglesi? Poletti: La direttrice mi ha scritto una lettera in cui difende la scelta indicando alcune linee che l?hanno guidata. A partire dalla necessità, dice, di non chiudere gli occhi di fronte al grande contributo che le multinazionali possono dare al commercio equo. Sostiene che dobbiamo sentirci responsabili non solo nei confronti dei piccoli produttori ma anche delle multinazionali che, spostando le loro scelte sul commercio equo, possono riorientare molto seriamente tutto il mercato. Vita: Non condivide? Poletti: È teoricamente vero, ma non lo è nei fatti. La scelta di Nestlé non modifica le attività complessive dell?azienda. Riguarda una percentuale infinitesimale della sua importazione di caffè. E non mi risulta che Fairtrade Mark abbia chiesto a Nestlé di prendere degli impegni seri sul futuro. È stata molto più seria Ciquita un anno fa quando ha esteso la certificazione SA8000 a tutte le sue piantagioni. Vita: Come vede il futuro del commercio equo targato Fairtrade? Poletti: Riguardo al prodotto della Nestlé, la nostra decisione è di non farlo entrare in Italia. Poi torneremo a ragionare insieme.