VITA

Un’ombra sulla Mole

29 Novembre Nov 2007 0100 29 novembre 2007

La guerra dei grattacieli. L'ultimo caso riguarda Torino: costruire sempre più in alto per inseguire i modelli delle città americane e cinesi (di Luigi Sertorio).

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La guerra dei grattacieli. L'ultimo caso riguarda Torino: costruire sempre più in alto per inseguire i modelli delle città americane e cinesi (di Luigi Sertorio).

La prodezza tecnologica da sempre è intrecciata al denaro e al potere. Le sette meraviglie dell?antichità sono il primo esempio. Le armi e le bombe di Leonardo, famose anche se mai realizzate, i vascelli da guerra del tempo antecedente l?avvento dei motori termici. Alla battaglia di Lepanto il gioiello della flotta cristiana era l?ammiraglia, una velocissima barca a remi; insomma, il meglio della tecnologia del tempo. Facendo un salto di cinque secoli, la navigazione dalla Terra alla Luna è compiuta dal razzo vettore Saturno, anche lui potente e veloce. Per quanto riguarda le armi, i progressi di questi cinque secoli sono enormi. Tutti i soldi che si potevano mettere nelle bombe atomiche sono stati messi. Altro che la nave a remi. Questa è la vera prodezza tecnologica di tutti i tempi. Ma andiamo per ordine.

Architettura e saltimbanchi
Le opere statiche dell?architettura, quando sono simbolo di potere, vanno sempre più in alto. Per molti secoli le grandi opere sono state le cupole delle chiese. La cupola, che ha simmetria assiale, è scelta perché massimizza il rapporto altezza-area della base. La tecnologia del Brunelleschi, con la cupola di Santa Maria del Fiore, arriva molto in alto, come le ambizioni dei mercanti e dei banchieri fiorentini che la vollero. L?architettura da sempre ha due anime: l?espressione dell?eternità e il servizio umile di rifugio caduco per le creature umane. Questa osservazione sulla doppia anima caratterizza l?arte del costruire per molti secoli ma sfuma di significato alla comparsa delle scoperte scientifiche e tecnologiche dell?era industriale, ossia l?era della termodinamica, ossia l?era dell?energia fossile che si sostituisce alla solare.Questa transizione avviene alla fine del Settecento con la chimica, i motori termici e la metallurgia su larga scala; il ferro entra nella costruzione di armi pesanti, pensiamo ai cannoni evoluti che aveva Napoleone, poi nell?architettura navale e terrestre, nella seconda metà dell?Ottocento. Costruire grandi prodezze tecnologiche diventa compito degli ingegneri e modo di esprimersi della dinamica economica. Si allontana la ricerca dell?eternità che caratterizzava le monarchie fisiocratiche e si entra nell?era del consumo industriale. Il passaggio dall?eterno degli Stati e delle religioni all?etica continuamente mutevole del consumismo produttivo è sconvolgente e noi cittadini della porzione di umanità che si è industrializzata non abbiamo ancora capito che tipo di avventura storica stiamo vivendo.

Per soldi, non per l?anima
La rivoluzione industriale si esprime con parametri di quantità prodotta: soldi e opere materiali e beni da consumare. Le espressioni più vistose sono le flotte che passano dalla vela al motore, strumenti che in meno di un secolo ingigantiscono i traffici, e i nuovi traffici arrivano a coprire tutta la superficie della Terra. In parallelo diventa anche gigante il fenomeno dell?inurbamento e la crescita della popolazione. Le case sempre più alte, i grattacieli, nascono a Chicago alla fine dell?Ottocento; forse perché Chicago è la città che ospita il massimo di crescita economica sregolata e velocissima e per far soldi la velocità è la cosa vincente. Per tutto il secolo successivo il grattacielo si espande in America, sempre per il motivo che è lì il fenomeno dell?accumulo più veloce di denaro. I grattacieli americani non hanno niente a che vedere col Brunelleschi e la ricerca dell?eternità, sono all?opposto puri fenomeni di investimento economico e in generale rendono bene. Se restiamo adesso in tema con l?architettura e prendiamo come esempio l?America, vediamo la comparsa di un fenomeno tipicamente americano: l?architettura come arte esiste e si esprime in forme nuove legate ad una parte dell?anima americana, quella lirica ed etica, dispersa nella vastità del territorio vergine; poi, ben separata, c?è la crescita edilizia massiccia, legata alla crescita economica travolgente. Si noti che questa caratteristica separa nettamente la poesia di Wright dalla poesia di Le Corbusier, così come separa lo sviluppo edilizio delle città americane dallo sviluppo delle città europee. In Europa si costruisce sempre e in ogni caso su un territorio già occupato fisicamente e culturalmente; in America è tutto l?opposto. Ma restiamo in America. Il grande business dell?edilizia accetta qualsivoglia forma di eclettismo purché funzioni in fretta e su larga scala. Nella produzione in grande si affiancano le case unifamiliari di pronto uso e i grattacieli di uso un po? meno pronto ma comunque flessibile e adattabile alle esigenze della grande movimentazione economica. Cercare messaggi culturali nella produzione edilizia americana su larga scala vuol dire sbagliare il bersaglio.

Territori proibiti
Quando vedo un grattacielo, la prima domanda che mi viene è come fa a star su, come è fatto dentro, quale è la verità nascosta sotto il camuffamento dello stile esterno che è quasi sempre di scarso interesse, un volto patetico o infantile. Bene, gira e rigira attorno ai grattacieli di Chicago, di New York, di Los Angeles una cosa in comune l?ho sempre vista: la non vivibilità dell?area al suolo. Provate ad andare a cena da un amico che abita nella Sears Tower, e uscire dal parcheggio per esempio all?una di notte. O avete la limousine blindata o restate ospiti dell?amico fino al mattino successivo, quando il traffico del giorno vi proteggerà. Erano pericolosi i vicoli delle città medioevali? Erano oasi di pace e di meditazione, al confronto.Lascio agli antropologi, ai sociologi, agli urbanisti, agli storici dell?architettura, l?analisi di questo fatto sperimentale, cioè la violenza urbana e il ruolo dell?edilizia nella vita dell?America, però parto di qui per parlare del grattacielo che si propone per Torino. Mi interessa prima di tutto confrontare la realtà storica italiana con quella americana, due cose così diverse, che più diverse non si possono immaginare. Peraltro la cattiva educazione ignora questa differenza e mette tutto in un unico mucchio, con la debole guida del parlare di stili e di tecnologie che ovviamente sono cose facili da individuare ma restano alla superficie.Peccato, perché noi a Torino arriviamo a fare certe considerazioni con centocinquanta anni di ritardo rispetto ai cittadini di Chicago e ci arriviamo senza una visione storica. Si intervistano le persone su temi del tipo: come si accosta il grattacielo alla Mole Antonelliana, che è il record di altezza in laterizio (falso, la Mole da molto tempo è sorretta da una struttura aggiuntiva interna di cemento armato e poi la guglia, a partire dal tempietto fino alla fine, è posticcia, è una struttura leggera di ferro, poiché quella vera cadde durante un temporale), un altro modo di ragionare è di sfida: sei un cittadino retrogrado o futurista? Perché, bada, se dici che non vuoi il grattacielo sei retrogrado.Naturalmente non ci interessa pensare che alla fine dell?Ottocento Chicago si stava sviluppando sull?area sconfinata della prateria con il solo margine dell?immenso lago Michigan, che la dinamica economica di Chicago era appoggiata alla produzione agricola del Midwest, tutte cose che con la Torino di oggi non hanno assolutamente niente a che vedere.

Il caso di Chicago
L?espansione economica e urbanistica di Chicago era violenta e inarrestabile, tagliare il territorio praticamente sconfinato secondo un reticolato di strade create in parallelo all?industria automobilistica era cosa facile. Insomma, vietato fare paragoni generici. Torino esisteva quando l?Illinois non era uno degli stati Usa (1818), ma terra degli indiani. Prima che Louis Sullivan venisse al mondo qui operava Filippo Juvara. Poi le vicende storiche dell?era industriale italiana vollero che Torino diventasse per molti decenni città dormitorio degli operai della Fiat. Infine il protezionismo statale verso la fabbrica torinese è diminuito e la realtà europea è quella di una unione monetaria la cui dinamica è ancora tutta da capire, anzi da esplorare.Oggi gli operai della Fiat si trovano in Polonia e non sappiamo bene cosa sta maturando per il futuro di Torino. Non è facile discutere in profondità quali potrebbero essere le forze che dovrebbero progettare la vita futura; cosa che implica la scuola, la salute, ma soprattutto il modo di appartenere alla geografia italiana. Quella cosa che ha come tappe il castro romano, la capitale sabauda trasferita da Chambery a Torino non per virtù propria ma per gran strategia di Carlo V, e così via. Dal capire la vocazione di questa città potrà emergere la necessità di fare un grattacielo. In tal caso, benissimo, evviva, facciamo il grattacielo. Dove, come, quando? La risposta deve essere l?output della vita che si articolerà nel futuro progetto cittadino. Ma non è questa la strada perseguita. Si parla del grattacielo prima di parlare della città, cosa anomala e indizio di malore spirituale.

Quelle idee balzane
Che facevano i regnanti europei del passato? Luigi XIV si affidava ai cervelli migliori di Francia ai quali chiedeva progetti vasti, organici. Pietro il Grande progettava tutta intera San Pietroburgo. Bravi questi due sovrani gran costruttori, i quali però amavano anche, allo stesso tempo, fare la guerra da tutte le parti. Nel nostro piccolo, a Torino, il geniale giovane monaco siciliano Filippo Juvara ha avuto, purtroppo per pochi anni, la mano libera per fare cose molto belle. Ma tutto ciò è ormai lontano. È chiaro che a distanza di due secoli, oggi dovremmo chiederci quale è il progetto dell?intera Europa unificata la quale ha ereditato tutti i problemi connaturati alla rivoluzione industriale. Per l?Europa la rivoluzione industriale si è accompagnata alle due guerre mondiali e oggi la fede nell?unione economica ha come vera base la speranza che il denaro sia il parafulmine contro la terza guerra. È tanto strano partire dalla nostra condizione di cittadini europei per discutere sensatamente di grattacieli? Certamente no; anzi sarebbe ora che il pensare in grande fosse iniettato magari a forza nel conversare cittadino. Torino, come ogni altra città, avrà un futuro se invece che perseguire idee balzane, nell?ottica arbitraria di interessi locali, si metterà a studiare e pensare e poi dal pensare saprà formulare delle idee su ciò che è bene progettare e ciò che è sbagliato fare.

Occhio al futuro
In conclusione, un grattacielo di duecento metri non è una prodezza tecnologica, per meritare questa lode oggi si dovrebbe sfidare il progetto Illinois di Wright, di milleseicento metri. Dal punto di vista energetico e ambientale qualsiasi paragone non è con un altro grattacielo ma con il modo di vivere a sviluppo orizzontale, a contatto con la natura. Abbiamo capito che la monarchia non c?è più, che essere città-fabbrica è l?augurio che si fa agli altri per evitare che capiti a noi e infine che i grattacieli di mezza misura possono impressionare solo chi ha viaggiato poco e visto poco. Ma allora questa proposta è solo una manifestazione di povertà di idee. Come dice la flebile canzone di Tenco, mi sono innamorato del grattacielo perché non avevo niente di meglio da pensare. Però attenzione: al non pensare segue inesorabilmente il dover ubbidire.

Luigi Sertorio