VITA

L’architetto apre un cantiere nel campo

10 Maggio Mag 2008 0200 10 maggio 2008

Il prototipo progettato da docenti e ricercatori universitari costa meno di 5mila euro e potrebbe essere l’alternativa allo sgombero.

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Il prototipo progettato da docenti e ricercatori universitari costa meno di 5mila euro e potrebbe essere l’alternativa allo sgombero.

Sarà in legno, con il tetto di lamiera e l?isolamento in lana di vetro, buono anche per tener lontani i topi. Costerà meno di 5mila euro, ma sarà una casa a regola d?arte. Tutti i verbi, però, adesso vanno messi al condizionale passato. L?avrebbero dovuta costruire gli architetti del gruppo Stalker insieme ai rom del campo Casilino 900 di Roma, per poi esporla a Milano, in Triennale (vedi box a pag. 15). Invece il parziale sgombero del campo e la sospensione dell?energia elettrica hanno fermato tutto. La sfida era quella di costruire un ?prototipo abitativo? a basso costo, da realizzare in autocostruzione (ovvero senza bisogno di muratori e geometri, secondo la logica Ikea), smontabile e rimontabile a piacimento. O più verosimilmente a bisogno: la flessibilità abitativa come risposta agli sgomberi.

Stalker è un ?laboratorio d?arte urbana? nato in seno alla facoltà di Architettura dell?università di Roma Tre; dal 2004 al suo interno c?è pure l?Osservatorio Nomade, grazie al quale i campi nomadi sono diventati materia d?esame. «L?anno scorso, con il corso di arte civica, abbiamo risalito il Tevere a piedi, da Ostia fino a Prima Porta, per mappare gli insediamenti abusivi», spiega Camilla Sanguinetti, architetto, impegnata nel progetto di ricerca su Nomadismo e città. Ne hanno contati 54 su 57 chilometri di fiume, 1.800 persone che vivono in alloggi di fortuna ma anche insediamenti vecchi di quindici anni, con 600 persone e case a due piani. «Tanti rumeni, molti rom e filippini, ma anche qualche italiano che vive lì dal dopoguerra», ricorda Camilla.

Quest?anno la pratica: il corso di Progettazione urbana si è svolto dentro il campo di via del Foro Italico, dove un?ottantina di rom di origine serba vive dall?inizio degli anni 90. L?idea del Comune è nota: smantellare i campi per concentrare i 6/7mila rom di Roma in quattro grandi villaggi da 1.500 persone. «È sbagliato», dice Camilla, «insediamenti così grandi provocheranno tensioni nei quartieri scelti». L?alternativa? Spalmare i rom sul territorio, una microarea per municipio, con l?imperativo di realizzare insediamenti aperti a tutti, non isole extraterritoriali considerate off limits da chi non vi abita. Gli studenti hanno assegnato gli spazi in base agli alberi genealogici degli abitanti del campo, ragionato con loro sulla ?casa ideale?. «Cinquanta metri quadri, in legno e lamiere, sopraelevata, con grande spazio alla veranda. E pensata in modo da recuperare più elementi possibili in caso di sgombero», dice Camilla.

La novità vera però è che il progetto ha innescato dinamiche nuove: si è aperto un dialogo con i rappresentanti del Municipio II, che ora hanno un?alternativa ?chiavi in mano? allo sgombero e stop. Mentre i rom hanno imparato ad attivarsi in prima persona. «Non ci sono soluzioni da sperimentare», conclude Camilla, «quanto percorsi lungo cui incamminarsi».

Info: www.osservatorionomade.net