VITA

Piccola e smontabile.È la casa formato rom

16 Maggio Mag 2008 0200 16 maggio 2008

emergenze Chi sta sperimentando soluzioni alternative ai campi

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emergenze Chi sta sperimentando soluzioni alternative ai campi

Sembrerebbero una cosa sola: i campi e i rom. Invece no. Nei campi il problema è prima di tutto sanitario: secondo l'ultimo rapporto di Save the Children nei campi di Roma il 21% dei rom non ha acqua potabile in casa e il 34% condivide il proprio spazio abitativo con almeno sette persone.
Ma i campi pesano anche (e non poco) sul portafoglio dei contribuenti. Solo per fare un esempio, la Fondazione Michelucci di Firenze ha calcolato che le amministrazioni pubbliche toscane spendono per questo capitolo circa un milione di euro l'anno. Eppure altre soluzioni meno problematiche esistono. Anche se sono relegate nel cono d'ombra.

Le borgate dell'accoglienza
Si chiamano Villaggi dell'accoglienza. In pratica piccole borgate di prefabbricati, ognuna con i suoi servizi igienici. A Roma ce ne sono otto e ospitano tra i 200 e gli 800 nomadi ciascuno, per un totale di 3.500 persone (12mila sono nei campi). «Sistemazioni di prima accoglienza in vista dell'assegnazione di alloggi popolari», spiega Salvatore Di Maggio della cooperativa Ermes, che partecipa al progetto gestito dal Comune. Ogni famiglia abita in una villetta di legno che costa tra i 10 e i 15mila euro. L'assistenza sociale e sanitaria sono garantite, e i giovani sono inseriti in programmi di scolarizzazione e avviamento al lavoro. «Con insediamenti da 400 o 500 villette si ammortizzano i costi di un campo», dice Di Maggio.

Il micro che funziona
Simili, nell'aspetto, sono le microaree. Piccoli insediamenti di 10 o 11 nuclei al massimo, che mantengono l'autonomia familiare, «anche se nel caso dei sinti di Bolzano parliamo di famiglie allargate: genitori, figli e nipoti», spiega Radames Gabrielli di Nevo Drom Bolzano. Insediamenti così si trovano anche a Padova, dove il Comune ha scelto di fare da garante con le banche per permettere ai rom di acquistare l'area. «È un modo per responsabilizzare le famiglie che sono incentivate a prendersi cura della loro proprietà» osserva Renata Paolucci dell'Opera Nomadi. Per il resto, i rom sono totalmente autonomi: «Nessuna spesa per il Comune, nessun controllo per noi: è uno dei vantaggi di questa soluzione», continua Gabrielli. L'altro è il costo: per costruire ogni microarea serve al massimo un milione di euro.

Viva il fai-da-te
In corso Australia, sempre a Padova, tra circa otto mesi sorgeranno una dozzina di villette costruite dai sinti della zona, col supporto di un'azienda edile. Ma anche in Toscana si batte la via dell'autocostruzione. Dopo quasi dieci anni di "stop and go", a luglio i rom dell'ex campo di Coltano, 100 in tutto, potranno entrare nelle loro case, parzialmente autocostruite. Il costo della costruzione del villaggio è stato interamente a carico del Comune, che l'ha pagato 900mila euro.
Cemento e mattoni: why not?
In Abruzzo i campi rom non sanno nemmeno cosa siano. Fin dagli anni 70, i rom (italiani soprattutto, ma anche slavi e kosovari) vivono in abitazioni vere e proprie: case popolari per lo più, ma anche appartamenti con affitto calmierato o ruderi ristrutturati. Un miracolo? Non proprio. «È questione di scelte», spiega Nazzareno Guarnieri di Rom e Sinti Politica: «A Pescara c'era chi organizzava fiaccolate per costruire campi rom: le associazioni si sono sempre opposte». Ma anche di politiche mirate: «Qua i finanziamenti, europei e nazionali, sono stati impiegati per costruire case popolari, piuttosto che creare e smantellare i campi».
Lo schema abruzzese è stato applicato con successo anche nella lontana Pisa. Il progetto si chiama Città Sottili e consiste in un "patto" tra l'amministrazione e i rom. L'Ausl prende in affitto appartamenti e poi li subaffitta ai rom che accettano di partecipare ad un percorso di inserimento scolastico, per i bambini, e lavorativo, per gli adulti. Ai rom viene chiesto di pagare quote sempre maggiori di affitto, fino al raggiungimento dell'autonomia economica. In questo modo, spiega Sergio Bontempelli di Africa Insieme, «abbiamo già sistemato in appartamenti circa la metà dei 500 nomadi che abitavano nei due campi di Pisa e dintorni e il 30% di loro ha già raggiunto la completa autonomia economica nel pagare l'affitto».

Quanto conta l'habitat
L'Arghillà e il Ciccariello. A Reggio Calabria li conoscono tutti. Sono i quartieri dei Rom. Giacomo Marino dell'Opera Nomadi, li definisce «ghetti moltiplicatori di disagio sociale». La soluzione? Redistribuire equamente la presenza rom sul territorio. È questa la filosofia del progetto Habitat, che applica ai rom il concetto di equa redistribuzione. Così 70 famiglie rom si sono inserite in condominî a maggioranza gagè. La preparazione del terreno è toccata all'Opera nomadi. «La prima reazione dei condòmini è sempre stata di rifiuto», spiega Marino, «ma col tempo siamo stati sostituiti, nel nostro ruolo di mediatori, dalle famiglie del vicinato».