fuori famiglia

Dobbiamo rimpiangere gli istituti?

17 Aprile Apr 2013 1222 17 aprile 2013

La tavola rotonda sull'accoglienza dei bambini ai tempi della crisi ha messo in luce un paradosso preoccupante: dopo tanto lavoro per creare un'alternativa agli istituti, oggi che le comunità sono messe sotto assalto, si richia di tornarvi

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La tavola rotonda sull'accoglienza dei bambini ai tempi della crisi ha messo in luce un paradosso preoccupante: dopo tanto lavoro per creare un'alternativa agli istituti, oggi che le comunità sono messe sotto assalto, si richia di tornarvi

Federico Zullo ha 33 anni e fa l'educatore. È responsabile dell'area neomaggiorenni dell’Istituto Don Calabria di Ferrara e nel 2010 ha fondato la prima associazione in Italia che si occupa di neomaggiorenni usciti dalle comunità, Agevolando, di cui è anche presidente. Lui stesso è stato un ragazzo fuori famiglia. Venerdì 12 aprile, alla tavola rotonda "L'accoglienza dei bambini ai tempi della crisi" il suo intervento è stato dirompente. Eccolo.

«Ci lamentavamo degli istituti, ci lamentavamo del clima freddo e autoritario che vigeva in quei contesti, ci lamentavamo del gran numero di bambini e ragazzi che erano costretti a stare tutto il giorno con le stesse persone a fare le stesse cose alle stesse ore. Ci lamentavamo, appunto, dell’istituzionalizzazione in quanto processo di assoggettamento di un minore ad una dimensione omogeneizzante e non centrata sui bisogni individuali dei singoli individui. Li abbiamo chiusi il 31 dicembre del 2006.
Fin dagli anni Settanta (in particolare in Piemonte e in Emilia Romagna) abbiamo lavorato per costruire contesti alternativi, di piccolo numero, centrati su una dimensione e un clima familiari.Ci abbiamo messo trent’anni a chiuderli (o meglio, a sancirne la chiusura). Ora assistiamo ad un paradosso: dover “lottare” per vincere i tentativi di chiusura di ciò che abbiamo appena faticosamente finito di realizzare.

Negli anni Novanta ho vissuto per 4 anni in una comunità, 2 in casa famiglia, 3 in un appartamento per “grandicelli”, fino all’età di 19 anni. La comunità si chiamava “comunità” ma era ancora un piccolo istituto: eravamo in trenta. Ho fatto fatica, soprattutto i primi anni, ma poi mi sono ambientato e ho sperimentato buone relazioni con adulti affidabili e l’amicizia (oserei dire quasi fratellanza) con i miei compagni, che frequento ancora oggi e coni quali stiamo costituendo un gruppo associativo a Verona, mia città natale. Quando ho iniziato nel 2001 a lavorare come educatore per l’Opera Don Calabria a Ferrara (dopo aver passato tutte le difficoltà della neomaggiore età post comunità) ho scoperto piano piano che c’erano contesti di accoglienza residenziale di piccolo numero, da 6 a 10 ospiti. Poi ho capito che in tali contesti si potevano costruire relazioni con adulti affidabili con più facilità perché maggiore è il tempo che loro possono dedicarti. Ho anche capito che costavano di più.

Le comunità poi le ho studiate e ho fatto una tesi comparativa tra comunità e istituto. Ho scoperto quanto può esserci il rischio che, per facilitare il proprio lavoro di educatore, vengano utilizzate modalità istituzionali-istituzionalizzanti anche nella relazione adulto-minore in comunità. Ho pensato che, in funzione di un miglioramento della qualità degli interventi, fosse necessario promuovere una cultura relazionale dell’accoglienza in comunità. Ho approfondito i miei studi, ho fatto ricerca in tal senso. Ho creduto molto e credo ancora nella capacità e nella necessità di offrire interventi efficaci, realmente riparativi e supportivi. Ho poi riscoperto il dolore e la fatica della conclusione del percorso residenziale, la conclusione dei rapporti con i i propri compagni di percorso e con i propri educatori. Una fatica “riscoperta” da educatore. Non sopportavo l’idea che i ragazzi dovessero trovarsi nelle condizioni di solitudine, assenza di supporto, paura, rischio di vanificare i risultati positivi del percorso precedente, e così, con altri ex-ospiti come me, abbiamo fondato l’Associazione Agevolando con l’idea di fare rete per far fronte a tale rischio, con l’idea di dar voce ai ragazzi e di promuovere la loro partecipazione, con l’idea di promuovere e valorizzare il lavoro positivo fatto quotidianamente da tanti educatori attraverso le testimonianze di chi ha vissuto in comunità. Ma anche con l’obiettivo di “denunciare” eventuali situazioni di rischio per i bambini e ragazzi accolti.

Non avrei però mai pensato di trovarmi oggi a dover lottare per dimostrare l’importanza e la necessità degli interventi di comunità. È un paradosso…con tutta la fatica che abbiamo fatto. Non avrei mai pensato di dovermi scontrare con la disperazione di servizi sociali che ci cercano perché neomaggiorenni in gravi condizioni sociali e personali, hanno bisogno di aiuto, di un sostegno, un aggancio. Non mi riferisco però ai neomaggiorenni ex-ospiti delle comunità, ovvero a quello di cui ci occupiamo normalmente. Faccio riferimento ai neomaggiorenni e giovani-adulti “mai allontantati”, quelli che avrebbero avuto bisogno di aiuto molto tempo prima. Che risposte dobbiamo inventarci per loro? Quali servizi? Giovani a rischio devianza, delinquenza, giovani borderline a rischio psicopatologico, ragazzi depressi, abbandonati, dimenticati nelle “terre di nessuno”, quelle di cui non ci si occupa».