#CharlieHebdo

Elogio del dono

12 Gennaio Gen 2015 1317 12 gennaio 2015

Fra i morti del 7 gennaio scorso, nella sede di Charlie Hebdo, figura anche Bernard Maris. Economista controcorrente, consulente della Banca di Francia, autore di studi su Keynes, Marx, Maris ha indagato l'ossessione molto, forse troppo europea del debito scrivendo una "Lettera ai guru dell'economia che ci prendono per imbecilli" e un "Antimanuale di economia". Rileggiamoli assieme

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Bernardmaris
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Fra i morti del 7 gennaio scorso, nella sede di Charlie Hebdo, figura anche Bernard Maris. Economista controcorrente, consulente della Banca di Francia, autore di studi su Keynes, Marx, Maris ha indagato l'ossessione molto, forse troppo europea del debito scrivendo una "Lettera ai guru dell'economia che ci prendono per imbecilli" e un "Antimanuale di economia". Rileggiamoli assieme

Fra le vittime dell'attentato del 7 gennaio scorso, alla redazione di Charlie Hebdo, c'è anche Bernard Maris. Economista, consigliere della Banca di Francia, Maris è autore di studi su Keynes, Marx, la politica del debito e di una interessante pubblicazione consacrata allo scrittore più in vista del momento, Michel Houellebecq. Proprio a Houellebecq, Maris riconosceva un talento e una capacità analitica non comuni, tanto da avergli dedicato un lavoro edito da Flammarion: Houellebecqéconomiste.

In italiano, oltre alla Lettera ai guru dell'economia che ci prendono per imbecilli (Ponte alle Grazie, 2000) e a un importante lavoro dedicato, scritto con Gilles Dorstaler, dedicato al Capitalismo e pulsione di morte, Maris è autore di un Antimanuale di economia, un'antologia di pensiero economico di "non economisti". Eppure, scirveva Maris, scrittori, filosofi, storici, fruttivendoli... sono spesso più economisti degli economisti di grido che hanno abdicato alla loro missione, deponendo le armi della critica a favore di quella che già Elias Canetti chiamama la "titinnante potenza del numero", ovvero l'ossessione per schemi, formule e cifre.

[Marco Dotti]

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Abbiamo ini­ziato con la que­stione della scar­sità e della distri­bu­zione, con­clu­diamo con una nota di otti­mi­smo rela­tiva all’abbondanza: quella della cul­tura e della cono­scenza. E’ dif­fi­cile par­lare di abbon­danza quando oltre un miliardo di per­sone non ha accesso diretto all’acqua! La que­stione dell’acqua, per l’appunto, mostra che il pro­blema eco­no­mico è lon­tano dalla soluzione.

Eppure verrà il giorno in cui l’umanità lot­terà per ciò che può avere in abbon­danza – e quindi ces­serà di lot­tare, giac­ché non si lotta per ciò che abbonda – e non più per per quello che l’attività eco­no­mica rende dram­ma­ti­ca­mente scarso.

Il capi­ta­li­smo orga­nizza la scar­sità, i biso­gni e la loro fru­stra­zione. Le gene­ra­zioni pas­sano, si arric­chi­scono (accu­mu­lano oggetti e rifiuti), ma sem­bra che la fru­stra­zione e la paura del futuro e della pri­va­zione non diminuiscano.

Gli eco­no­mi­sti rac­con­tano che il fun­zio­na­mento delle società è natu­rale, che lo scam­bio di mer­cato è pri­mor­diale e natu­rale, che la con­cor­renza è anch’essa qual­cosa di natu­rale, che non si può con­trad­dire il mer­cato.

Se per mer­cato s’intende il “giro­tondo dei potenti” (ana­li­sti, esperti, mul­ti­na­zio­nali, ban­che d’affari, agen­zie di rating, gior­na­li­sti finan­ziari, uomini poli­tici) è vero. Ma non vi è nulla di meno natu­rale di un mer­cato creato, orga­niz­zato, isti­tu­zio­na­liz­zato a favore di inte­ressi molto par­ti­co­lari, né vi è nulla di più inef­fi­ciente.

La sto­ria, la genesi dei mer­cati, dei pro­dotti, delle inven­zioni, le loro rela­zioni con la socio­lo­gia, l’antropologia, i costumi, la psi­co­lo­gia, la geo­gra­fia, la poli­tica – di tutto que­sto dovrebbe occu­parsi una buona ana­lisi eco­no­mica, che pri­vi­legi la sto­ria, i fatti. Tutto il resto è solo ideo­lo­gia o, nella migliore delle ipo­tesi, cat­tiva psicologia.

Il sistema di mer­cato soprav­vive sol­tanto per­ché fago­cita tutto quello che discende dalla gra­tuità e dalla soli­da­rietà. Si appro­pria dei beni pub­blici e impone pedaggi per il loro uso (…). Virtù come l’onore, la fedeltà, il rispetto per gli altri, la morale, non hanno alcun inte­resse per l’economista, a meno che si pre­sen­tino sfi­gu­rate da qual­che grot­te­sca for­mu­la­zione del tipo “Quanto mi rende essere onesto?”.

Dob­biamo sma­sche­rare instan­ca­bil­mente i rap­porti di potere che si celano sotto le “evidenze” eco­no­mi­che, rifiu­tare tutte le false leggi (“i pro­fitti di oggi sono i posti di lavoro di domani”, “il com­mer­cio arric­chi­sce”, “la Borsa tira la cre­scita”) e tutte le false evi­denze (“gli Stati Uniti sono un paese libe­rale”: al con­tra­rio, sono nazio­na­li­sti, inter­ven­ti­sti in campo eco­no­mico e fanno un enorme ricorso, spe­cie in mate­ria di ricerca, ai fondi pubblici).

La gra­tuità e la soli­da­rietà sono di buon auspi­cio per quella che potrebbe essere la società di domani, una volta scom­parso il pro­blema economico.

Può darsi che l’ideologia eco­no­mica regni per sem­pre: Orwell e Hux­ley hanno rac­con­tato la fine della sto­ria e l’eternità dell’orrore eco­no­mico ben prima di Fukuyama.

Ma fac­ciamo un sogno: quando l’economia e gli eco­no­mi­sti saranno scom­parsi, o saranno stati quanto meno rele­gati in “secondo piano”, saranno scom­parsi anche il lavoro senza senso, la ser­vitù volon­ta­ria e lo sfrut­ta­mento degli esseri umani. Allora sarà il regno dell’arte, del tempo oggetto di libera scelta, della libertà.

@oilforbook