Sergio Mattarella
Quirinale

Zamagni: «Ecco perché il terzo settore può gioire per Mattarella»

2 Febbraio Feb 2015 1730 02 febbraio 2015
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«Un presidente che viene da esperienze di associazionistiche e che non ama i personalismi. Favorirà la riforma del non profit». Il nuovo presidente visto dal pensatore dell’economia civile

Perché Mattarella è il miglior presidente che l’Italia potesse darsi? Il giudizio su di lui è positivo è unanime, e condiviso anche da tanti che non lo hanno votato. È personaggio che suscita il rispetto di tutti, per la coerenza della sua storia politica e per le vicende della sua biografia personale. Ma in che senso è davvero il miglior presidente? Stefano Zamagni ha avuto solo sporadiche occasioni di incrociarne le competenze: due occasioni in particolare, durante la discussione per il decreto 460 sulle Onlus e poi per la legge del socio lavoratore delle cooperative, quando Mattarella era presidente della Commissione competente.

Professore, cosa la convince della nomina di Mattarella?

Ovviamente il primo dato è la sua dirittura morale. Che, sottolineo, è anche l’esito della sua convinta spiritualità. È un uomo che ha saputo chinarsi davanti al dolore altrui, capace anche di gesti di tenerezza, come quello fuori dalla messa quando ha voluto fermarsi con tre anziane suore. Inoltre è un uomo umile, nel senso che ha i piedi per terra: vuole sempre conoscere la realtà sulla quale poi deve camminare. Dopo anni in cui la politica è stata dominata dal narcisismo dei leader, questo mi sembra un bel cambio di marcia. Ci voleva.

Sono tutte doti morali più che politiche…
Invece Mattarella ha dato prova anche di grande competenza politica. Mi riferisco al varo della legge elettorale, che è stato un vero pezzo di bravura, in cui è riuscito a far convergere tutti sulla proposta che lui aveva elaborato. Credo che la sua abilità politica consista soprattutto nel modo di procedere e quindi di spuntare le differenze.

Il terzo settore avrà un presidente amico con Mattarella?
Ho pochi dubbi. Lui viene dall’esperienza associazionistica a Palermo, in particolare per la sua militanza nella Fuci dove aveva conosciuto tra gli altri Paolo Ruffilli, altra vittima di mafia. Ha una grande cultura civile. Ma soprattutto ha mostrato capacità di perdono. Quando è sceso in politica, dopo l’uccisione del fratello, aveva già 39 anni: ma non ha mai approfittato della sua storia personale per acquisire consensi. Da questo punto di vista la sua posizione mi è sempre sembrato simile a quella di Leonardo Sciascia, che guardava con tanto sospetto i professionisti dell’antimafia.

Un presidente cattolico dopo due laici. Alternanza salutare?
Non la metterei certo in questi termini. Anche perché Mattarella farà passare un’idea di laicità di cui c’è grande bisogno nell’Italia di oggi. Il principio di laicità è un principio cristiano, perché è dell’essenza del cristianesimo la vocazione a distinguere i piani. In un momento in cui si vorrebbero radicalizzare gli estremismi, opponendo un laicismo alla francese al confessionalismo, una persona come Mattarella è provvidenziale. Ci aiuterà a recuperare il terreno perso in questi anni di contrapposizioni futili. Certo, è uno che crede alla famiglia, e non lo nasconde. La famiglia per lui non è una teoria da difendere o da imporre ma un’esperienza positiva vissuta. È significativo che il momento dell’elezione lo abbia vissuto insieme ai suoi. Infine trovo molto positivo che i cattolici con una figura così scendano dall’Aventino. Ci si era rifugiati nell’idea che gli ambiti dell’impegno fossero solo la cultura e il sociale, girando alla larga dalla politica. Con Mattarella può ricominciare un’altra stagione in cui i cattolici tornano all’impegno pieno nella politica. È un bene per tutti.

Il terzo settore può quindi guardare con fiducia al settennato che si apre?
Non ho dubbi. Innanzitutto perché Mattarella stesso viene da esperienza associazionistica. Poi perché la sua cultura politica fa leva sulla passione che muove gli individui più che sulle alchimie istituzionali. C’è un passaggio stupendo della Democrazia in America di Toqueville (che non a caso era diventato cattolico…) in cui dice che il despota non teme il fatto di non essere amato dai sudditi, a patto che i sudditi non si amino tra di loro. Il despota teme i sudditi che si amano tra di loro, che costruiscono reti. Oggi il mondo ha despoti che magari non riconosciamo, e che vogliono colonizzarci ideologicamente. Costruire socialità e relazioni è il modo per non restare schiavi di questi nuovi despoti. Penso che Mattarella sia molto sensibile a questa idea di società libera e quindi favorirà quelle leggi che facilitino l’aggregazione delle persone, come ad esempio al riforma del Terzo settore.