LAVORO

Coop sociali in carcere, come ripartire dopo il caso mense e i tagli alla Smuraglia

9 Febbraio Feb 2015 1748 09 febbraio 2015

Da un mese nelle mense sono tornati a lavorare i detenuti gestiti direttamente dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Le cooperativa coinvolte presenteranno ora singoli progetti per le attività collaterali, che saranno finanziate da Cassa delle ammende

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Mensa cibo
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Da un mese nelle mense sono tornati a lavorare i detenuti gestiti direttamente dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Le cooperativa coinvolte presenteranno ora singoli progetti per le attività collaterali, che saranno finanziate da Cassa delle ammende

È passato poco meno di un mese, ma quel mercoledì 15 gennaio 2015, il D-Day della cooperazione sociale in carcere, ha lasciato il segno: la brusca interruzione dei servizi di mensa inframuraria nei dieci istituti di pena in cui dal 2004 altrettante coop danno lavoro a detenuti ha rappresentato un colpo dall’impatto clamoroso per le realtà coinvolte. “La Cassa delle ammende non può più rinnovare il finanziamento annuale delle varie realtà, perché è destinato a start up e non a servizi consolidati”, è la giustificazione governativa, con la quale il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, si è fatto restituire le chiavi delle cucine coinvolte, che d’ora in poi funzioneranno come per gli altri 195 istituti, ovvero tramite le mercedi, i lavori dei detenuti gestiti direttamente dalla stessa amministrazione. Questo fatto, unito ai tagli del 34% dei fondi richiesti dalle cooperative per la Legge Smuraglia (6,1 milioni di crediti d’imposta garantiti sui 9 richiesti), sta destabilizzando non poco le virtuose esperienze di lavoro in carcere gestite dalle cooperative, che fino al 2014 occupavano 2.364 detenuti su un totale di 14.099 (gli altri 11.735 alle dipendenze del Dap).

Dopo il terremoto mense alcune realtà come la Syntax error di Roma hanno chiuso, altre stano lottando per rimanere in vita, e tutte hanno dovuto licenziare dipendenti. Comprese le realtà più affermate che ora devono rimboccarsi le maniche per ripartire: “Noi siamo passati da 30 a 6 dipendenti, dato che non diamo più pasti per 1500 persone al giorno”, sottolinea Luciano Pantarotto, presidente della coop Men at work che lavora a Rebibbia. “Puntiamo a valorizzare le attività collaterali alla mensa: abbiamo chiesto alle cooperative di presentarci progetti ad hoc di attività in svolgimento o nuove che poi verranno vagliati da Cassa ammende”, aveva spiegato a Vita.it Luigi Pagano, vicedirettore del Dap e nominato dal suo capo Santi Consolo referente per i rapporti con la cooperazione sociale. Requisiti dei progetti? “Che diventino autosostenibili nel medio termine. Noi nel frattempo concilieremo meglio i tempi carcerari con quelli del mercato”. Le coop si sono già rimboccate le maniche: “vorremmo avviare la panificazione, in collaborazione con un’azienda di ristorazione, inoltre puntiamo a aumentare la qualità del centro cottura, costruito da noi senza fondi ministeriali, e a un corso di formazione sull’agricoltura biologica, legato alla gestione dell’orto del penitenziario”, elenca Pantarotto.

“Potenzieremo la pasticceria, proporremo un corso di formazione professionale di cucina e avvieremo una sperimentazione legata al call center che già gestiamo”, spiega Nicola Boscoletto, presidente della cooperativa sociale Giotto, che opera a Padova. “Peccato per la fine dell’esperienza delle mense gestite dalla cooperazione sociale, la speranza è sempre che si possa riprendere, anche perché garantivamo un serivizio di alta professionalità”. A Ragusa, invece, “sono rimasti tre detenuti dipendenti nella pasticceria, servizio che cammina già con le proprie gambe da tempo ma che con la chiusura della gestione della mens aha perso altri quattro dipendenti e due tirocinanti. Ora tra le varie iniziative cercheremo di avviare un percorso imprenditoriale di falegnameria”, illustra Aurelio Guccione, la cui coop, Sprigioniamo Sapori (aderente al consorzio La città solidale), opera nel carcere del capoluogo siciliano, che rimane virtuosamente attiva nonostante le difficoltà, che per esempio non hanno permesso di continuare le esperienze di produzione di cibo dentro le carceri a Torino, Trani e Rieti.

Infine, il caso di Abc La sapienza in tavola a Bollate (Milano), che ha “perso” 7 detenuti lavoratori su 11: “è stato un cambio di passo molto pesante, il nostro catering, seppur affermato, ha carattere di occasionalità”, spiega la presidente Silvia Polleri. “Stiamo studiando strategie per rilanciarlo, più altre azioni. L’aspetto fondamentale, per quanto ci riguarda, è la grande disponibilità alla collaborazione da parte della direzione penitenziaria. Siamo cooperative, non aziende con un capitale sociale, ogni passo deve andare di pari passo con la sostenibilità”.