Jose Bove
#StopSurrogacyNow

José Bové: "la maternità surrogata è un business fatto sul corpo delle madri"

21 Maggio Mag 2015 1154 21 maggio 2015
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Mentre un po' ovunque il mondo laico si interroga sulla controversa questione e sui tanti, troppi interessi finanziari in gioco nella questione della maternità surrogata, in Italia quel mondo si arrocca, attorno a vecchie contrapposizioni senza mai aprirsi alla critica e al dibattito. In Francia, però, si è alzata la voce di José Bové, tra le anime del movimento no global, contro "la strumentalizzazione mercantile della donna"

«Nessuno ha diritto a un figlio». Anzi, per José Bové, ecologista no global, da sempre impegnato contro multinazionali del cibo e Big Pharma, è la stessa idea di «diritto al figlio» a risultare ambigua.

«Désir d’enfant n’est pas droit à l’enfant»: il desiderio di avere un figlio, non fonda alcun "diritto" ad avere un figlio.

Soprattutto se questo figlio è letteralmente oggetto di un traffico internazionale, che preme per la legalizzazione, e coinvolge madri povere, disperate, che si trovano a cedere il proprio corpo per poche centinaia di dollari a cliniche indiane o ucraine che, preventivamente, hanno collocato la loro merce sul mercato [domani ne pubblicheremo su Vita.it un'inchiesta su questi "listini prezzi"].

Che si tratti di un mercato è un dato di fatto: basta scorrere il listino prezzi, i desiderata, sfogliare la complessa contrattualistica che vincola le madri naturali (madri tout court) al silenzio per capire di cosa si tratta.

Va detto che fuori dall'Italia - paese dove la gauche o ciò che ne rimane sembra passata dalla tonaca alla toga e concepisce la critica come mero culto del legalismo - Bové non è il solo a muovere una dura critica alla maternità surrogata, partendo e rimandendo a sinistra - sinistra laica o persino, dichiaratamente, atea come nel caso del filosofo Michel Onfray.

Dietro la facciata radical-chic del riconoscimento di "diritti", oltre l'astuto mascheramento della questione dietro il tema del riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali (riconoscimento che, detto per inciso, nulla c'entra con la questione della maternità surrogata), la maternità surrogata presenta i tratti di un inquietante fenomeno di bio-business.

Bové è anche tra i firmatari dell'appello #stopsurrogacy, nato dalla presa di parola di molti laici di sinistra, che hanno deciso di dire no, senza per questo rinunciare al proprio essere laici e di sinistra.

La maternità surrogata, ha dichiarato Bové al quotidiano Avvenire,* «rappresenta la forma di strumentalizzazione della donna più insopportabile che ci sia. (...) C'è gente che affronta il dibattito sull'allargamento dei diritti per tutte le forme di relazione eterosessuale e omosessuale e che argomenta a favore dell'estensione di questi diritti personali inserendovi anche il "diritto al figlio"».

Bové individua in tutto questo una logica. Una logica che tende a legare la libera determinazione e la scelta di una persona - vivere con o amare una persona dello stesso sesso - a un'indebita estensione sul figlio. Non esiste diritto al figlio, non può esistere, ma dentro questa logica entrano in gioco molte questioni. Una su tutte il presente e il futuro del biobusiness. Proprio per questa ragione, l'estensione di questo pseudo-diritto può consentire alle «tecnologie di costruire realtà che stravolgono il nostro rapporto con la vita».

Serve una moratoria sulla maternità surrogata, suggerisce Bové. Bisogna prendersi il tempo per capire, riflettere, discutere, criticare. La fretta ci porterebbe dritti nel cuore della bestia. Ed è ciò che i tecnopoteri sperano.

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* Traggo le frasi di Bové dall'intervista di Daniele Zappalà pubblicata giovedì 21 maggio 2015 su Avvenire