Giustizia

Tiraboschi: La cooperazione sociale deve contare di più nel sistema carcere

22 Ottobre Ott 2015 1810 22 ottobre 2015

Il noto giuslavorista e docente universitario ha incontrato con 25 studenti i lavoratori detenuti a Padova e le coop che lavorano negli Istituti di pena italiani: "La grande svolta per aumentare le poche esperienze virtuose oggi attive è impostare un programma strutturale di formazione carceraria"

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Il noto giuslavorista e docente universitario ha incontrato con 25 studenti i lavoratori detenuti a Padova e le coop che lavorano negli Istituti di pena italiani: "La grande svolta per aumentare le poche esperienze virtuose oggi attive è impostare un programma strutturale di formazione carceraria"

“Sono andato con 25 studenti a incontrare alcune persone detenute del carcere di Padova. Il giorno dopo, sui social network, abbiamo ricevuto i complimenti per avere insegnato loro qualcosa. In realtà sono i detenuti che hanno insegnato molto a me e ai miei studenti sul significato e il valore del lavoro che non è solo una occupazione ma prima di tutto la soddisfazione di un bisogno della persona”. Michele Tiraboschi, stimato giuslavorista e docente al dottorato di Formazione alla persona e mercato del lavoro dell’Università di Bergamo e di Economia all’Università di Modena, è netto nel far capire come “sia stato fondamentale, per chi studia sui libri e pensa che libertà e possibilità lavorative siano scontate, incrociare le storie di chi invece ha dovuto ripartire da zero. Storie che speriamo vengano raccolte in una pubblicazione, che serva come strumento utile per studiare le buone prassi attive nel sistema carcerario per quanto riguarda il reinserimento lavorativo”. Tiraboschi, coordinatore del comitato scientifico di Adapt, associazione di studi su lavoro e relazioni industriali fondata da Marco Biagi nel 2000, e i suoi studenti sono stati ospiti lo scorso 16 ottobre dell’Istituto di pena in cui opera la cooperativa sociale Giotto, che ha invitato anche altri rappresentati del mondo della cooperazione sociale in carcere di tutta Italia. La giornata ha visto la visita alle lavorazioni in carcere, dalla pasticceria al call center, dalla costruzione di biciclette all’assemblaggio delle business key usb, mentre al piano ammezzato da poco trasformato in call center c’è stato poi l’incontro generale alla presenza di vari detenuti lavoratori.

Professor Tiraboschi, cosa le ha lasciato la visita al carcere di Padova?
L’idea di un luogo virtuoso: sono rimasto molto colpito perché, oltre alla necessaria buona organizzazione dal punto di vista lavorativo, mi sono reso conto che c’era come base di partenza un’anima comune, una profonda idea del senso di quello che si sta facendo. L’esempio è una frase impressa su un muro del call center: «È solo la comunione che tiene desto lo scopo nelle decisioni». Una frase profonda che spiega come il lavoro in carcere, e anche fuori, non sia solo far passare il tempo, ma anche scoprire sé stessi e il significato di ciò che siamo in relazione all’altro, alla nostra comunità. Le buone pratiche che ho visto a Padova, trovate anche alla Casa di reclusione di Bollate, vanno replicate.

Questo però accade ancora troppo poco, è d’accordo?
Sì. Abbiamo una legislazione su carcere e lavoro che è uniforme per tutta la nazione ma poi ogni esperienza è diversa e dipende sempre dalle persone che la portano avanti, dalle sensibilità di direttori e operatori coinvolti. È bello che ci sia chi ci mette cuore per fare funzionare tutto al meglio ma è deprimente pensare che manchi un sistema dietro a tutto ciò, che si debba lottare contro regole a volte troppo restrittive, contro la burocrazia. La pena deve riabilitare, non affliggere le persone detenute.

È un problema solo italiano?
No, è globale. Basti pensare che solo la scorsa settimana in Francia la Corte costituzionale ha sancito che è giusto pagare un detenuto due euro l’ora, senza riconoscere nemmeno le ferie. In Italia il problema è enfatizzato dalla lentezza della giustizia e della macchina amministrativa: dietro le sbarre ci sono 50mila individui ma le occasioni di lavoro vero, diverso dalle mercedi - le mansioni inframurarie – sono pochissime, nonostante il gran lavoro di tante cooperative sociali e imprese che investono in questo risorse umane ed economiche in questo senso.

Come vede il rapporto tra cooperazione sociale e lavoro in carcere?
Virtuoso e in molti casi decisivo, perché è grazie alla collaborazione con le coop sociali che molte esperienze sono nate e vanno avanti. Ma il rammarico è vedere che nei tavoli ministeriali sono quasi del tutto assenti, pur essendo, e non esagero nel dirlo, il cuore del sistema. Ci sarebbe bisogno, prima possibile, di un’audizione del mondo cooperativo durante gli Stati generali sul carcere. Perché oggi nella mentalità di chi decide manca una concreta cultura sussidiaria, i corpi intermedi vengono visti come frani tra leadership e cittadini quando invece uno dei loro risultati è proprio avvicinare le persone con le istituzioni. C’è una cultura centralista da superare, rinnovando le regole sul lavoro per i detenuti: per esempio, com’è possibile che quasi sempre si smetta di lavorare alle 15.30 quando nel resto delle aziende quello è il cuore della giornata produttiva?

Da dove partire per introdurre novità efficaci?
La legge Smuraglia, che ha dato esiti positivi, è un’opzione sempre valida, ma oltre a non riuscire a diventare strutturale deve lottare addirittura con la mancanza di rifinanziamenti. In generale bisogna iniziare con l’idea che ogni contesto ha le sue logiche, i suoi punti di forza. Da lì offrire una batteria di possibilità, per poi scegliere gli strumenti. Ma il vero punto di partenza, per cambiare le cose, è un altro.

Quale?
Da docente, vedo che una grandissima criticità nel rapporto tra carcere e lavoro è la bassa scolarizzazione dei detenuti. La grande leva per l’accesso al lavoro e alla professionalizzazione è rilanciare la formazione e la scuola in situazioni reali e di compito come avviene per esempio nell’alternanza e nell’apprendistato scolastico e universitario. Riqualificare una persona reclusa significa far crescere le sue competenze lavorative e umane, utili al momento del ritorno nella società una volta scontata la pena, per evitare di tornare a delinquere. Spesso il vero problema di chi esce non è avere o non avere un datore di lavoro, ma essere accompagnato da una rete sociale – e anche qui giocano un ruolo di primo piano le cooperative – che gli permetta di non sentirsi solo e di sentirsi utile e accettato nell’ambiente in cui vive.

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