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Università, è l’ora del welfare cognitivo

25 Gennaio Gen 2016 1627 25 gennaio 2016
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Presentata al CSAC una ricerca da cui emerge la geografia di potenziale straordinario inespresso e una grande opportunità per gli atenei: il Public engagement, ovvero considerare la loro funzione di agenzia cognitiva, utilizzando i musei per comunicare socialmente la propria ricerca e giocare un ruolo nello sviluppo delle comunità. Quali i nodi?

Nel luglio del 2015 il Giornale delle Fondazioni pubblicava, a firma di Milena Zanotti, un quadro incoraggiante sul rapporto tra università italiane e arte, patrimonio e attività culturali. I casi del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università di Parma, insieme all'Ateneo di Padova, il Campus Einaudi di Torino e l'Università Luigi Bocconi di Milano, dimostravano che per alcune istituzioni cognitive italiane l'arte non rappresenta né esclusivamente un oggetto di studio e ricerca, né un'attività accessoria e residuale, bensì un tema centrale nella vita e nello sviluppo universitario.

Ad aggiornare il quadro ci hanno pensato il Master in Economia e Management dell'Arte e Beni culturali del Sole 24 ORE, l'Università degli Studi di Parma (Mozzoni e Fanelli, 2015) e ‎Art Economy24, che hanno condotto nel periodo tra giugno e dicembre 2015 una ricerca dal titolo “L'Università italiana come un museo: viaggio nelle collezioni universitarie”. Presentato a Parma il 16 dicembre 2015, il risultato della ricerca è stato raccontato qualche giorno dopo da Marilena Pirrelli sulle pagine di Art Economy24 de Il Sole 24 ORE. La ricerca restituisce una mappa complessa e per certi versi sconosciuta di un settore del patrimonio culturale italiano ad oggi tutto da scoprire. Di più: è la rappresentazione di un nuovo modo degli atenei italiani di interpretare il proprio ruolo rispetto ai territori che li ospitano.

Ma vediamo alcuni dei dati. Delle 71 università contattate ben 41 hanno risposto al questionario somministrato, e di queste 29 hanno dichiarato la presenza di collezioni d'arte: un patrimonio complessivo dal valore stimato di 356 milioni di euro, composto da 12 milioni di pezzi in collezione, in prevalenza fotografie, bozzetti, disegni o incisioni. 14 università del Nord, 9 del Centro e 6 del Sud, con un sistema di fruizione formato per il 41,5 % da musei ma aperto al pubblico solo nel 22% dei casi, rappresentano ad ogni modo una nuova geografia dell’offerta museale italiana direttamente connessa al sistema della ricerca. Di questi, il 12,8% ha una gestione dei servizi museali affidata a terzi (e solo nel 12,8% del totale dei casi è presente un bookshop museale), a fronte del 36,6% gestito direttamente dall'Università: la restante parte non ha servizi museali (24,4%) o non ha risposto (26,8%). Ancora: il 61% degli atenei rispondenti comunica esternamente attività e servizi, e il 48,8% di questi usa i social network (ma del totale, l'88% comunica i propri musei in maniera parziale). Infine la ricerca ha evidenziato 4 best practices di gestione: l'Università degli Studi di Catania e il suo esperimento di partenariato pluriennale con l'Associazione Officine Culturali; il Sistema Museale dell'Ateneo di Siena, con i suoi 8 musei che fanno parte anche della Fondazione Musei Senesi, in rete con altri 35; i 20 musei del “Polo Museale” de “La Sapienza” di Roma; il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma.

Quella che emerge dalla ricerca effettuata è una “fotografia” che immortala lo sforzo degli atenei italiani nella riorganizzazione delle proprie collezioni e, in seconda battuta, nel tentativo di renderne efficace ed efficiente l'accessibilità. Il sorprendente “stato patrimoniale” delle università italiane però non equivale automaticamente né ad un sistema di accesso efficace, né ad una strategia comune che risponda ad una missione eventualmente condivisa: i numeri dell'apertura al pubblico (lo ricordiamo, il 22% del totale) evidenziano pienamente un gap tutto da colmare. Per utilizzare la ricerca in chiave prospettica, cercando di capire verso dove sta viaggiando il patrimonio culturale universitario, si potrebbe partire proprio dalla eventuale missione che dovrebbe orientare la gestione di tale patrimonio: la traiettoria della sua evoluzione potrebbe essere individuata nel dibattito nazionale ed internazionale sul ruolo del patrimonio e dei musei universitari. Malgrado se ne parlasse da tempo, un importante passaggio ufficiale va individuato nel 2000, quando venne sottoscritta da 12 atenei europei la Dichiarazione di Halle che diede vita alla rete “Academic Heritage and Universities”, ovvero al progetto UNIVERSEUM. L'anno successivo l'International Council of Museums (ICOM) fondò l'UMAC, il Committee for University Museums and Collections, riconoscendo il bisogno di articolare il lavoro della Organizzazione anche tenendo conto di questa imprescindibile componente. Nel 2005 il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa redasse la “Recommendation on the Governance and Management of University Heritage” e nel 2009 prese il via il progetto finanziato dalla Commissione Europea che portò nel 2012 alla redazione del Green Paper della Terza Missione delle Università: in sintesi, in una decina d'anni si passava dal considerare il patrimonio universitario quale “risorsa attiva per l'insegnamento e la ricerca, nonché documenti storici unici e insostituibili” (Halle, 2000) alla prospettiva di attivare un nuovo ruolo degli atenei che, oltre alla ricerca e la didattica, consistesse nel produrre inclusione sociale anche attraverso il coinvolgimento del pubblico nei propri musei (“Fostering and Measuring ´Third Mission´ in Higher Education Institutions”, 2012).

Si è trattato di una evoluzione molto importante, che mostra una consapevolezza sempre maggiore del ruolo che le istituzioni universitarie possono esercitare attraverso i propri musei non solo nella conservazione, nella ricerca e nella esposizione dei beni custoditi, ma addirittura nella formulazione di processi di coinvolgimento sociale che generino benessere. Su questo concetto nel 2013 l'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) sarebbe stata ancora più esplicita, collocando i musei tra le attività di Terza Missione capaci di produrre impatti positivi anche al di fuori delle proprie comunità universitarie e anche al di là della valorizzazione economica della conoscenza (Rapporto ANVUR sullo stato del sistema universitario e della ricerca: “II.2.3, la Terza Missione nelle Università”, 2013). Infine è un fatto che l'ANVUR nel 2015 abbia chiesto agli atenei italiani di misurare attraverso un processo di autovalutazione (scheda SUA-RD Terza missione) la presenza di poli museali, di processi di gestione di beni culturali e di immobili storici, e di attività definite di “Public engagement”, ovvero “l'insieme di attività senza scopo di lucro con valore educativo, culturale e di sviluppo della società”, da cui emerge l'importanza che le comunità possano usufruire dei musei universitari (ANVUR, La valutazione della terza missione nelle università italiane - Manuale per la valutazione - 13 Febbraio 2015). Nel frattempo (2012-2015) un importante progetto chiamato “rete dei Musei Universitari italiani” coordinato dall’Università di Modena e Reggio Emilia, ha assunto l'obiettivo di “promuovere un’apertura alle attività di lifelong learning rivolte a pubblici differenziati”, passando dalla “inventariazione e catalogazione informatizzata dei reperti e degli oggetti dei musei” (2012) al rafforzamento delle identità delle comunità, la promozione dell'educazione ambientale e il benessere dei cittadini, attraverso la progettazione di “nuove sezioni o strategie di invito al museo che contribuiscano alla sua apertura a vari pubblici”.
Seppur sintetico, questo excursus racconta alcune cose. Innanzitutto che agli albori del dibattito, il tema era prevalentemente quello di rendere efficace il sistema espositivo del patrimonio, con priorità alla sua rilevanza per motivi di studio e di ricerca. Ma da esso risulta anche evidente che – almeno in linea teorica – gli atenei europei e italiani si stanno sempre più interrogando sulla necessità dell'assunzione di un ruolo che travalica il confine delle missioni istituzionali dell'università (ricerca e didattica, appunto), verso una funzione di agenzia cognitiva con funzioni educative estendibili a pubblici e comunità non universitarie: segmenti di popolazione che con le università (e i loro musei o edifici storici) condividono pezzi di famiglie, investimenti, spazi urbani e tutto quello che ciò comporta. Insomma, un evidente potenziale sociale basato su accessibilità cognitive e processi inclusivi (Third Mission, 2012; ANVUR, 2015); una Terza Missione che per alcuni dovrebbe essere la Prima (Montanari, 2015) o addirittura fondersi con le altre due in un'unica missione delle università (Pignataro, 2015).

Alla luce di tutto ciò, la ricerca Sole 24 ORE – UNIPR ha anche il grande merito di consentire il rilancio di alcuni temi cogenti e di aprire nuovi percorsi di ricerca, progettazione e sviluppo. Questo perché la riorganizzazione delle collezioni (prima fase del dibattito) e l'intenzione di renderle aperte al pubblico non solo universitario (seconda fase), sono condizioni preliminari ma non sufficienti al raggiungimento dell'efficacia della offerta museale universitaria che, al pari delle altre istituzioni culturali, deve porsi alcune questioni imprescindibili. Vediamone alcune.

La prima afferisce alla necessità di comprendere a quali bisogni i musei e i siti universitari vogliono rispondere: in altri termini se essi considerano la conservazione e la ricerca una priorità assoluta, o in che maniera si pongono sul fronte della comunicazione sociale della ricerca scientifica, verso quali pubblici e con quali strumenti; o se addirittura, come dichiarato in linea teorica, essi si pongono sul piano del contributo al raggiungimento di impatti sociali e di benessere generale. Sarà innanzitutto necessario comprendere se esistono già sistemi di rilevazione dei bisogni espressi dalle comunità e dai territori, e se (e come) essi vengono interpretati dagli atenei in chiave progettuale mediante strategie di audience development. E se, infine, tale progettazione tiene conto (e in che misura) della ricerca e della sperimentazione più aggiornata in termini di comunicazione, educazione e mediazione culturale, o se invece considera tali attività esaurientemente rappresentate dalla cosiddetta “divulgazione scientifica”, ovvero dalla declinazione semplificata e volgarizzata (Bennato, 2009) della comunicazione didattico-scientifica in ambito universitario verso “il resto del mondo”. Sul tema dell'educazione al patrimonio l'ampia letteratura (solo per fare alcuni esempi: Commissione Educazione e mediazione ICOM, 2007; Bollo, Gariboldi, 2008; Auteri, 2012; De Biase,2014) e un ricco paniere di esperienze di servizi educativi consolidati e diffusi nei musei pubblici, ha spostato in avanti l'asticella dei processi e degli impatti raggiunti: le università, a che punto sono e che domande si stanno ponendo in tal senso?

Altra questione conseguente alla prima è quella del valore dei servizi di mediazione ed educazione al patrimonio all'interno dei musei e dei siti universitari, ovvero la titolarità della loro progettazione, della loro gestione e della loro erogazione. Assodate le missioni istituzionali di ricerca e di didattica e necessariamente al di fuori di esse (perché di altro si parla), la domanda è in quale maniera gli atenei dovrebbero organizzare tali servizi, e da quali professionalità essi debbano essere progettati, pianificati ed eseguiti. E coperti da quali fondi. Gli atenei hanno tali figure all'interno? Si fa riferimento a progettisti, manager, comunicatori, educatori, mediatori e molto altro ancora. La questione non è se li formano (perché gli atenei formano certamente tali figure) o se li studiano (perché le azioni di questi professionisti derivano anche dalla ricerca universitaria), ma se hanno inserito tali figure professionali nel loro organico: a tal proposito sarebbe molto interessante comprendere sia il funzionamento dei partenariati pubblico-privati (come nel caso di Catania) che quel 36,6% direttamente gestito dalle università, dal punto di vista delle competenze attivate. Il recente dibattito nazionale ha evidenziato che i servizi museali, fuori dalla sterilizzazione dell'articolo 117 del D.L. 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio), sono assurti a “servizio essenziale” equiparabile ad altri servizi del welfare pubblico: servizi che potremmo definire di welfare cognitivo, al pari delle scuole, delle biblioteche o degli archivi. E' dunque corretto porsi il tema – o addirittura l'obiettivo – della sostenibilità economica di tali servizi, anche quando erogati in ambito museale universitario? O la loro essenzialità ne dovrebbe fare uno dei servizi garantiti, a fronte della loro capacità sempre più evidente di produrre (come a Catania, Siena, Roma e Parma) impatti culturali e sociali misurabili, durevoli ed efficaci? E infine, i Fondi di Funzionamento Ordinario del MIUR sono ad oggi pensati per tali funzioni? Oppure bisognerebbe rivedere il sostegno ministeriale al comparto della Terza Missione, musei compresi? Magari a seguito della definizione di una missione chiara e condivisa e dall'assunzione della consapevolezza che questo settore avrebbe bisogno di un intervento interministeriale strutturato.

Gli atenei italiani hanno una grande opportunità e ne sono sempre più consapevoli: essa non consiste soltanto della dimensione straordinaria del proprio patrimonio culturale o nella sua eventuale redditività, quanto nella possibilità che tale patrimonio diventi uno strumento efficace di comunicazione con “l'esterno”, con quei territori e con quelle comunità di cui ciclicamente gli atenei si prendono cura dei figli, cercando di garantire la migliore corrispondenza tra sogni, bisogni e realtà. Una comunicazione necessaria, che permetterebbe di dissipare la distanza che spesso separa le istituzioni cognitive “alte” e la vita di tutti i giorni, di accorciarla rendendo visibile che le università innanzitutto sono istituzioni pubbliche, gestiscono patrimoni pubblici, e riescono a produrre risultati utili a tutti nel campo della ricerca (quindi spesso nella vita di tutti i giorni), e a formare quei cervelli capaci di costruire il futuro di tutti. I musei universitari possono svolgere questo ruolo: di comunicazione sociale della ricerca scientifica, di inclusione attiva, di nuova professionalizzazione. Tocca agli atenei, di concerto con le altre istituzioni cognitive e politiche, di porsi le nuove domande che questa sfida culturale gli sta ampiamente presentando.

da Il Giornale delle Fondazioni