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Solidarietà internazionale

La madre di Vik Arrigoni: «5 anni dopo, la sua energia spinge a lottare per i diritti di tutti»

15 Aprile Apr 2016 0734 15 aprile 2016
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Era il 15 aprile 2011 quando dalla Striscia di Gaza arrivò la notizia del rapimento finito in modo tragico dell'attivista per i diritti umani che era diventato un punto di riferimento per decine di migliaia di persone. Oggi Egidia Beretta porta la sua testimonianza in ogni angolo d'Italia e, assieme alla figlia Alessandra e ad amici, tiene vivi memoria e impegno di Vittorio attraverso la Fondazione Vik Utopia. Ecco le sue intense parole

Cinque anni, oggi 15 aprile 2016. Tanti ne sono passati da quando Vittorio Arrigoni, attivista nato in Brianza ma figlio del mondo, ha perso la vita per mano di assassini spietati nella Striscia di Gaza, a soli 36 anni. "Tanti, perché la mancanza di Vittorio, delle sue azioni, delle sue denunce, si sente eccome”. A parlare è una madre che, passo dopo passo, sta recuperando le macerie del cuore - quello stresso brutale anno, il 2011, ha perso anche il marito per malattia - con una forza di volontà che mai si sarebbe aspettata di avere: Egidia Beretta Arrigoni, 72 anni, ex sindaco di Bulciago (LC), in questi ultimi anni non si è fai fermata, girando tutta l’Italia a parlare di Vik, partendo dal libro che racconta la sua storia, Il viaggio di Vittorio. “Associazioni, biblioteche, catechisti, scuole: ricevo ancora oggi inviti da chiunque. Vado, racconto di mio figlio, lo tengo vivo per chi mi ascolta, certo, ma in fondo lo faccio per me, perché così ho l’impressione che non mi abbandoni mai”, indica senza troppi giri di parole la donna.

“E’ un passaggio di testimone a cui è impossibile sottrarsi, sebbene sia doloroso. Spesso arrivo agli incontri molto affaticata, anche per problemi fisici, ma ogni volta succede un piccolo miracolo: quando mi siedo in procinto di iniziare una testimonianza pubblica, passa tutto e l’energia per raccontare arriva a più non posso”, racconta Egidia Beretta. Energia che investe lei e la figlia Alessandra, con cui condivide questi anni di resistenza, la creazione della Fondazione Vik Utopia onlus- che tra le ultime attività ha offerto borse di studio legate alla musica nei campi profughi palestinesi e un pulmino per gli studenti siriani rifugiati al confine con la Turchia - e l’organizzazione di un emozionante incontro annuale proprio a Bulciago, alla presenza di persone in arrivo da tutta Italia e con la collaborazione di numerosi artisti (l’edizione 2016 di Ricordando Vik avrà luogo domenica 24 aprile). Alle due donne della famiglia Arrigoni, così come a parenti e amici di Vittorio, manca una cosa che forse non arriverà mai: la verità sulla sua morte, al di là di quella giudiziaria, che parla di un rapimento di una cellula di estremisti islamici finito male, ma non si accenna alle motivazioni profonde, che rimangono oscure. “Ci abbiamo messo una pietra sopra, per andare avanti”, riporta Egidia Beretta.

Andare avanti significa continuare l’attivismo di Vik, a cominciare da quello che non va: “ho un grande rammarico legato alla Palestina, perché pur avendo la percezione che nell’opinione pubblica si parli di più di quello che accade, continuano ad accadere fatti vergognosi, con lo Stato di Israele che vessa in ogni modo la popolazione palestinese e, dall’altro lato, una dirigenza palestinese inadeguata che non riesce a intercettare la resistenza di tanti giovani, anzi la svilisce”. Le prospettive di pace in questi territori “sono sempre più lontane, e manca un Vittorio pronto a mettersi con tutto se stesso dalla parte delle vittime, denunciando i soprusi”, mentre “la comunità internazionale, a parte qualche freddo ammonimento, non ferma Israele nella sua opera di colonizzazione”. Mamma Egidia pensa spesso a dove potrebbe essere suo figlio ora, cinque anni dopo la sua scomparsa, e si dà questa risposta: "sarebbe ancora lì, nella Striscia. Ma da lì la sua voce si alzerebbe anche in difesa di altri, come i profughi in fuga dalle guerre, il loro dramma”. Sì, perché Vittorio nel suo attivismo per i diritti umani ci ha lasciato parole scolpite in cielo che sono un monito per noi uomini di questo tempo. E, soprattutto in un tempo attuale dove sorgono nuovi muri anziché ponti di umanità, dovremmo farle un po’ più nostre: “Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana”.