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Quel dato che spiega perché Trump ha vinto

9 Novembre Nov 2016 1230 09 novembre 2016
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Le 23 maggiori società websoft in questi sette anni hanno più che triplicato i fatturati e sono cresciute a dismisura in borsa. Ma creano occupazione in dimensioni infinitamente minori. In sostanza è un modello economico che premia pochi e funzionale a Wall Street

Un dato può aiutare a capire una delle ragioni per cui Donald Trump ha vinto: lo ha reso noto ieri il Centro Ricerche di Mediobanca, presentando un rapporto sulle 23 maggiori società websoft del mondo.

Il dato è presentato nell’ultima slide sotto un titolo che dopo tante slide dal tono positivo per non dire trionfale, butta là un dubbio: «Meno intensità di forza lavoro?» si chiedono gli analisti di Mediobanca. E il dubbio è ben motivato dal grafico: nelle multinazionali “industriali” il numero medio di dipendenti per ogni milione di totale attivo è di tre. Nelle websoft che in questi anni hanno scalato la borsa e avuto aumenti iperbolici di capitalizzazione, quel rapporto si dimezza: per generare un milione di totale attivo basta un dipendente e mezzo. Una nota poi spiega che il dato più recente sarebbe ancora più basso: 1,2 dipendenti. In sostanza nei sette anni della grande crisi il fatturato delle 23 websoft prese in esame è più che triplicato, mentre la forza lavoro è cresciuta di meno della metà: i dipendenti sono aumentai di 1,4 volte nello stesso arco di tempo. Non solo la tendenza è sempre progressivamente a diminuire. Mentre si allarga sempre di più la forbice tra fatturati e forza lavoro impegnata.

L’aggregato delle 23 websoft ha senato nel 2015 vendite per 466,8 miliardi di dollari, con utili di 66,3 miliardi. Questo è stato reso possibile anche grazie ai regimi fiscali di cui godono: il loro tax rate medio è pari al 23% mentre quello delle grandi multinazionali è del 30%. Oltre a tutti questi numeri vanno anche registrate le crescite dei titoli in borsa, che hanno aumentato a dismisura il valore di capitalizzazioni di queste società: solo nel 2015 la crescita media è stata del 35%, con punte record per Google (che oggi vale 483 miliardi di dollari) e per Amazon (353 miliardi).

In sostanza, spiegano gli analisti, le websoft non riescono ad assorbire che in piccola parte la forza lavoro espulsa dall’industria. In compenso premiano gli azionisti e danno grandi soddisfazioni a Wall Street.

Per quanto gli elettori americani non avessero in mano questi dati, la sensazione di questo fenomeno doveva essere loro stata ben chiara. E chi ha memoria può ricollegare questo trend alla decisione di politica economica presa da Bill Clinton nel 1992 quando si insediò per il primo mandato alla Casa Bianca. Come ha ricordato Robert Pollin, Political Economy Research Institute, University of Massachusetts, le priorità di Clinton subirono un drastico riordino nei due mesi di “interregno” fra le elezione di novembre e l’insediamento nel gennaio 1993. Scrive Pollin: «Un resoconto preciso e dettagliato di questa involuzione è stato fatto da Bob Woodward, cronista del Washington Post, nel suo libro The Agenda (1994). Come Woodward riporta, solo poche settimane dopo la vittoria alle elezioni, Clinton dichiarava: “Noi incarniamo lo spirito dei repubblicani negli anni di Eisenhower… Siamo favorevoli alla riduzione dei deficit, al libero commercio, al mercato dei titoli. Un programma grandioso”».

Come aveva potuto Bill Clinton cambiare direzione così rapidamente? La risposta è diretta e chiara, ed è stata candidamente fornita da Robert Rubin, copresidente della banca Goldman Sachs prima di diventare ministro del Tesoro di Clinton. Addirittura prima dell’insediamento del nuovo governo, Rubin spiegava ai membri più progressisti della nuova amministrazione che «i ricchi sono il motore dell’economia e prendono le decisioni che la riguardano».

Fu così che si arrivò alla decisione di smantellare il sistema del Glass-Steagall Act, che regolava le attività finanziarie dai tempi del New Deal e che separava banche commerciali e banche d’affari. Quel muro venne abbattuto, lasciando briglie sciolte alla speculazione. Le grandi crisi che ne sono seguite sono il frutto di quella scelta. Del resto lo stesso Clinton ammise più tardi che con il suo nuovo obbiettivo di politica economica, «abbiamo aiutato il mercato borsistico, e deluso le persone che ci hanno votato». Delusi al punto che quando sua moglie si è presentata per la corsa alla Casa Bianca, le cose sono andate come abbiamo visto...

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