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L’analisi

Trump, Brexit e Le Pen? Colpa della fine del patto sociale

14 Novembre Nov 2016 1112 14 novembre 2016
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Steen Jakobsen, capo economista di Saxo Bank, il 16 marzo scorso, con 8 mesi di anticipo, prevedeva Brexit e Trump e in generale spiegava come «si rafforzeranno ovunque estremismi di destra e sinistra, non tanto per il contenuto dei programmi, ma per il semplice fatto di presentare una proposta diversa e lontana dalle élites»

Come si spiegano l’ascesa di Donald Trump, il rischio Brexit, le buone possibilità di Marie Le Pen di diventare il prossimo presidente francese e lo scenario generale di un mondo politico in cui tutti i presidenti in carica sembrano pronti a essere spodestati?

Semplice, Watson! Mentre le élite politiche stanno perdendo i capelli cercando di capire come un candidato come Trump, fallito quattro volte, immorale, profano e auto-promosso, possa vincere le primarie del partito repubblicano, siamo davanti alla fine del patto sociale! E Le ragioni non hanno nulla a che fare con le sue politiche (o con la loro assenza), ma derivano dal suo essere contrario all’ordine precostituito. Non dobbiamo temere che gli Stati Uniti si stiano indirizzando su una linea politica come quella di Trump. L’élite politica deve tuttavia riconoscere che gli elettori si stanno allontanando dal “contratto sociale” e dai suoi giudizi politici elitari.

Il patto sociale è la teoria politica alla base di tutte le società odierne: un effettivo o ipotetico accordo tra governanti e governati, che definisce diritti e doveri di ognuno. Questa idea risale ai sofisti greci, ma le teorie del patto sociale si sono particolarmente sviluppate tra il XVII e il XVIII secolo con nomi quali Jean-Jacques Rousseau, Thomas Hobbes, John Locke e, in tempi moderni, John Rawls.

Il problema sta proprio nell’essenza stessa del contratto sociale in sé – la società così come la conosciamo è stanca di prendere ordini e accettare il perenne “stato di emergenza”. Le emergenze affrontabili in una vita hanno un certo limite! Gli elettori di tutto il mondo stanno rifiutando le strutture tradizionali. Questo è il motivo per cui Hillary Clinton non può vincere le elezioni americane: è l’emblema dell’ordine precostituito ed elitario. Trump, d’altra parte, è così lontano dall’idea di un politico da rappresentare l’elemento di disturbo in un mondo di ordine: proprio ciò che gli elettori statunitensi desiderano.

Dal punto di vista economico non si tratta certo di una sorpresa: il rapporto delle retribuzioni sul PIL negli Stati Uniti ha raggiunto i livelli minimi della storia… di sempre!

Nel frattempo, i profitti societari salgono ai massimi storici.

Non dovrebbe stupire che i “dipendenti” e la classe media vogliano un cambiamento, inevitabile anche per altri motivi. I profitti societari sono possibili se ai ‘dipendenti’ restano sufficienti risorse, al netto delle imposte, per acquistare i beni dai ‘generatori di profitto’. In altre parole, in questo ciclo economico abbiamo davanti da una parte una classe media e una Main Street sottopagate e, dall’altra, un eccessivo supporto al settore bancario e alle classi ‘generatrici di utili’. I provvedimenti presi due settimane fa dalla BCE sono l’ennesimo tentativo fallito di ‘supporto’ – nient’altro che un ennesimo aiuto alle banche, che stimolerà ben poco la domanda di consumatori e imprese.

Sembra che né politici, né BCE riescano a comprendere le semplici basi dell’economia: l’inflazione deriva dalla velocità di circolazione della moneta, che nella sua forma più semplice è trainata dalla domanda di credito -non dalla sua offerta! Incentivando investitori e consumatori a spendere e investire, la domanda di credito sale. Sostenere il settore bancario invece non supporterà né inflazione né crescita, ma renderà il contratto sociale ancora più fragile. Oltre a non funzionare risulterà addirittura controproducente, sia per le banche, sia per un obiettivo di normalizzazione.

Infine, sono felice di avere la possibilità per reintrodurre la mia teoria del “Triangolo delle Bermuda dell’economia” – che tra l’altro non mi ha ancora fatto meritare un premio Nobel! Attualmente, le manovre di politica monetaria sono progettate a favore di quel 20% dell’economia che ha già l’accesso al mercato del credito: banche e società quotate. Tutto ciò a discapito del restante 80% – le piccole e medie imprese che ottengono meno del 5% del credito e lo 0% del capitale politico, mentre il 20% – Wall Street – ottiene il 95% del credito e il 100% del capitale politico.

Allora, qual è il problema? Che quel 20% (che ottiene il 95% e il 100% di tali vantaggi) crea meno del 10% dei nuovi posti di lavoro e della nuova produttività; l’80% invece (che ottiene il 5% e 0%) crea il 90% dei nuovi posti di lavoro e genera il 100% della nuova produttività.

Non c’è da stupirsi se ci troviamo all’interno di un modello economico senza mobilità sociale, dove la crescita dei profitti societari deriva non tanto dalla produttività, quanto dai programmi di riacquisto e dai tagli agli investimenti in capitale fisso (ironicamente, i tagli al capex “migliorano gli utili” dai tre ai cinque anni). Sia il contratto sociale (leggi: Main Street), sia il modello di business sono ormai entrambi superati. La mia teoria – e vi ricordo che rimango un economista libertario – è descritta di seguito.

* Il 2016 punta a riequilibrare l’economia da Wall Street verso Main Street. Affinché la crescita economica e della produttività aumentino, abbiamo bisogno di assistere ad una sottoperformance di Wall Street a favore di una Main Street pagata di più. Inoltre, le aziende hanno urgente bisogno di cominciare a investire in produttività e in beni strumentali, elementi in gran parte ignorati per quasi un decennio. Questo è il motivo per cui il contratto sociale è ormai rotto a spese dell’élite politica, che in gran parte si rifugia nella convinzione che alla fine ‘la logica prevalga’. Sì, la logica prevale … ma non come pensano sondaggisti e opinionisti: prevale dal basso.

* I governi che possono indebitarsi allo 0% devono cominciare a proiettare i propri investimenti infrastrutturali su larga scala. Com’è possibile che la voce delle infrastrutture sia così spesso negativa?

* Le aziende devono smettere di massimizzare i flussi di cassa e cominciare a massimizzare i profitti nel tempo, non solo trimestralmente, investendo in capitale umano: rieducazione, miglioramento dei prodotti, velocità di internet, e big data.

* La crisi del contratto sociale va vista in prospettiva storica. La buona notizia è che la successiva evoluzione della fase fingi-ed-espandi non sia una nuova guerra, ma un più necessario cambio di paradigma, allontanandosi da un contratto sociale basato sulla paura e su misure di emergenza.

* Non si può vivere 24/7 nella paura e, alla conclusione dell’era del contratto sociale, se ne aprirà una nuova. Sarà una fase agitata e la qualità politica “peggiorerà” prima di poter migliorare, ma è un’evoluzione del tutto necessaria per allontanarsi da un paesaggio politico ‘comunità-centrico’ in cui conta di più avere un paio di mani utili rispetto ad ambizione, aspirazioni e sogni.

In quasi tutti i paesi che ho visitato negli ultimi sei mesi ho visto drammatici cambiamenti. Permettetemi di segnalarne alcuni.

* Main Street si sta riprendendo, ed è in cerca di obiettivi più ambiziosi. La microstruttura di ogni economia sta lavorando sempre più duramente. Quello che ci serve è la fine di banchieri centrali alla stregua di ‘rock star’ e di politici che vendano soltanto ‘misure di emergenza’.

* Il mondo sta più che bene – ha solo bisogno di un piccolo aiuto in termini di investimenti in capitale fisso e infrastrutture, ma è complessivamente più equilibrato e pronto al cambiamento rispetto al passato.

* Avremo anche toccato il fondo in termini di ambizioni politiche, investimenti, capex, occupazione, inflazione e crescita, ma da qui si può soltanto migliorare.

Il cambiamento è positivo: si tratta di un nuovo contratto sociale che deve essere visto per quello che è veramente: la fine delle economie pianificate che abbiamo (ironicamente) adottato dalla caduta del muro di Berlino. Ma cosa significa per i mercati e per la politica?

L’opzione Brexit è più probabile del suo contrario. L’elettore medio non voterà sulla base di fatti, ma per corroborare il suo diritto di protestare contro l’élite.

Negli Stati Uniti non si tratta di Trump, ma di come nessuno voglia mantenere l’élite politica. Il motto è “tutto fuorché gli elitisti”. Dubito che la Clinton abbia qualche possibilità di conquistare la Casa Bianca, essendo così “vecchio stile” nei confronti del contratto sociale.

Si rafforzeranno ovunque estremismi di destra e sinistra – non tanto per il contenuto dei programmi, ma per il semplice fatto di presentare una proposta diversa e lontana dal centro. Uno spettro politico più vasto è un vantaggio: forse potremo finalmente provare a differenziare per argomento, piuttosto che per semplice posizionamento!
Al mercato non piacerà: come anticipato, il prezzo di questa transizione è una sottoperformance di Wall Street, in parte per un effetto di trasferimento di reddito verso Main Street, e in parte a causa della necessità (positiva) di maggiori investimenti.

L’alternativa è un’altra dose dell’insensato stato di emergenza in cui abbiamo vissuto per gli ultimi otto anni.

Il re è morto, lunga vita al re.

@Steen_Jakobsen

da tradingfloor.com

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