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Sport e razzismo

Béa Diallo: “Come Leone Jacovacci, sul ring per mandare il razzismo k.o”

28 Aprile Apr 2017 1132 28 aprile 2017
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Presentato al Parlamento europeo il documentario su Leone Jacovacci, il pugile italiano a cui il regime fascista cercò di impedire la conquista del titolo di campione europeo dei pesi medi perché nero, puntualmente avvenuta nel 1928. A novant’anni di distanza, Jacovacci diventa un modello di lotta contro il razzismo attraverso lo sport. L’ex campione del mondo belga, Béa Diallo, ospite dell’evento, ci spiega il perché.

Su iniziativa dell’eurodeputata del Gruppo dei Socialisti e Democratici, Cecile Kyenge, è stato presentato al Parlamentop europeo “The Dulce’s boxer”, un documentario di Tony Saccucci che ripercorre la storia di Leone Jacovacci, pugile nato nel 1902 in Congo da padre italiano e madre congolese, e a cui il regime fascista cercò di impedire in tutti modi la conquista del titolo di campione europeo dei pesi medi perché nero. Era nel 1928, e grazie alla sua superiorità tecnica, Jacovacci sconfisse Mario Bosisio, e assieme a lui Mussolini, che non perdonò l’affronto e rovinò la carriera del più grande pugile italiano degli anni ‘20.

A sessant'anni di distanza, in un contesto storico ben diverso, un giovane belga nato in Liberia conquistò nel 1998 la corona intercontinentale IBF nella stessa categoria di Jacovacci. Si chiama Béa Diallo. Ospite dell’evento, è riuscito a scalare “la montagna della discriminazione” senza (quasi) mai tirarsi indietro. Prima a scuola, poi sul ring, e così via nelle aule universitari, il mondo imprenditoriale, fino a diventare consigliere comunale e deputato della Regione di Bruxelles. A Vita.it, Diallo spiega perché Jacovacci è un modello per la lotta contro il razzismo attraverso lo sport. "Ma mai abbassare la guardia".

Leone Jacovacci e il suo rivale, Mario Bosisio, che sconfisse a Roma nel 1928 conquistandosi il titolo di campione europeo dei pesi medi. Credito: Imagno/Getty Images.

Conosceva la storia di Leone Jacovacci?

No, scopro un percorso umano e sportivo impressionante, pieno di svolte, in un’epoca totalmente diversa e molto più drammatica rispetto ai nostri tempi. Mi ha colpito la sua abnegazione e la battaglia che ha condotto per diventare italiano e campione europeo portando i colori dell’Italia. In fondo, Jacovacci ha voluto sfidare chi lo non lo considerava degno di combattere come italiano e soprattutto di vincere sulle terre del fascismo come pugile italiano.

In che modo lei si identifica in Jacovacci?

Penso che come lui ho dovuto affrontare molti pregiudizi e fare il doppio degli sforzi di qualsiasi cittadino belga per impormi. Certo, nel Belgio in cui sono cresciuto non esistevano e non esistono tutt’ora leggi razziali, ma c’è sempre qualcuno sulla tua strada pronto a ricordarti che non appartiene a questo mondo, al loro mondo. E’ toccato a Jacovacci negli anni del fascismo, è toccato anche a me nell’Europa della pace e della prosperità.

C’è una scena del documentario che riassume molto bene gli ostacoli a cui siamo confrontati: in un combattimento che lo oppone al campione italiano in carica, Jacovacci viene sconfitto dai giudici che proclamano un match nullo, questo nonostante la sua superiorità tecnica. Ho vissuto la stessa ingiustizia all’inizio della mia carriera di pugile. Ero oppposto a un belga nelle Fiandre che avevo surclassato in tutte le riprese. L’unico modo per farlo vincere era una squalifica, che i giudici si sono inventati a otto secondi della fine del combattimento. Tornando negli spogliatoi, ho capito che qualcuno preferiva che a rappresentare il Belgio fosse un bianco, sentivo il mondo crollarmi addosso.

Ho vissuto la stessa ingiustizia di Jacovacci all’inizio della mia carriera di pugile. Ero oppposto a un belga bianco nelle Fiandre che avevo surclassato in tutte le riprese. L’unico modo per farlo vincere era una squalifica, che i giudici si sono inventati a otto secondi della fine del combattimento. In quel momento, il mondo mi era crollato addosso.

Vede, ho sempre pensato che non ero diverso dagli altri, che anch’io appartengono al Belgio e all’Europa. E’ una questione di diritti, che poi sta al cuore del progetto europeo. Ogni straniero, per così dire, deve trovare la capacità di dimostrare di non essere meno intelligente degli altri, di potere raggiungere una qualche forma di successo nella vita. Io ho trovato nello sport, negli studi e nella politica il modo di farlo. Non è stato facile, ovviamente.

In fondo che cos’ha determinato la sua carriera nel pugilato: la volontà di diventare un campione oppure quella di sconfiggere il razzismo?

La seconda, indubbiamente. Diventare campione belga o europeo non era un mio obiettivo. Piuttosto, volevo salire sul ring per mandare a tappeto i pregiudizi, dimostrare che malgrado le difficoltà il muro del razzismo poteva essere superato. Ci vuole pazienza e molta determinazione, perché è un muro che non si abbatte così facilmente.

Lei continua a frequentare il mondo della box?

Sì, sono molto impegnato con i giovani.

Béa Diallo e Cecile Kyenge alla presentazione del documentario "The Duce's Boxer" al Parlamento europeo. Credito: Raymon Dassi.

Diventare campione belga o europeo non era un mio obiettivo. Piuttosto, volevo salire sul ring per mandare a tappeto i pregiudizi, dimostrare che malgrado le difficoltà il muro del razzismo poteva essere superato.

Che difficoltà incontrano rispetto a quelle che lei ha vissuto?

Oggi molti di loro vogliono diventare campioni senza fare sforzi. Ma è un’illusione, i percorsi per raggiungere le vette del successo rimangono in genere molto complicati. Anche perché i govani sono confrontati ad un contesto molto diverso da quello che ho vissuto, con una crisi profonda a tutti i livelli. Sul piano sportivo, penso che le vittorie della nazionale di calcio belga hanno contribuito a creare legami tra le diverse anime che compongono il nostro paese, ma non basta. Ne è una dimostrazione il trionfo dei Black-Blancs-Beurs della nazionale di Zidane ai Mondiali del ’98.

All’inizio, molti pensavano che la conquista della Coppa del mondo avrebbe facilitato l’integrazione e la comunione di una società multiculturale, ma il passaggio di Jean-Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali del 2002 e le rivolte delle banlieues hanno dimostrato che il cammino rimaneva molto lungo. I belgi devono stare attenti alle illusioni generate dal mondo dello sport, anche se da quel mondo ci sono modelli e percorsi da cui vale davvero la pena ispirarsi. In altre parole, la lotta contro il razzismo non si gioca soltanto su un ring o in uno stadio di calcio, ma in tutte le sfere della società. Ecco perché ai giovani ricordo sempre che non sono soltanto un campione sportivo, ma un uomo che ha studiato, per poi diventare un imprenditore e un politico.

Immagino che segue con una certa attenzione le elezioni francesi...

Certo. Il passaggio di Marine Le Pen al secondo turno dimostra che la crisi alimenta gli estremismi. Urge riportare al centro del dibattito politico le domande che davvero contano: “cosa si può fare per vivere insieme e rilanciare una crescita economica che non escluda i più deboli?”, “come fare in modo che l’immigrato non sia più percepito come un problema?" e “quali strumenti efficaci adottare per sviluppare i loro paesi di origine?”. Dalle risposte che sapremo dare, dipende il futuro dell'Europa.

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