Dibattiti

Sul caso Riina l'Italia dei dibattiti ha dato il peggio di sé

8 Giugno Giu 2017 1147 08 giugno 2017

Il dibattito attorno alla presunta richiesta di scarcerazione di Totò Riina ha assunto toni paradossali, facendoci dimenticare che dignità e rispetto per la vita umana sono non solo al centro della nostra Costituzione, ma definiscono, fuori da ogni legalismo, il rapporto con quella mediazione complessa che si chiama "giustizia". In futuro, scriveva il drammaturgo Friedrich Dürrenmatt, «i segretari di Creonte sbrigheranno il caso Antigone». Quel futuro è già qui

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Riina
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Il dibattito attorno alla presunta richiesta di scarcerazione di Totò Riina ha assunto toni paradossali, facendoci dimenticare che dignità e rispetto per la vita umana sono non solo al centro della nostra Costituzione, ma definiscono, fuori da ogni legalismo, il rapporto con quella mediazione complessa che si chiama "giustizia". In futuro, scriveva il drammaturgo Friedrich Dürrenmatt, «i segretari di Creonte sbrigheranno il caso Antigone». Quel futuro è già qui

La tragedia non fa più per noi. A noi si addice la farsa, che non esclude dolore, rancore, lati orribilmente oscuri. Prendiamo il dibattito che si è inscenato attorno a Totò Riina. Riina è un uomo di 86 anni, da 24 in carcere, condannato per crimini orrendi, ma è comunque un uomo che soffre di patologie invalidanti, tanto invalidanti da destare l'intervento della Cassazione. Cassazione che non chiede affatto di scarcerarlo, ma di rivedere alcuni punti carenti e/o contraddittori dell'ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna che giudicava compatibile la condizione del boss col regime carcerario nel centro clinico della casa di detenzione di Parma.

Una questione in punta di diritto, pacata e decisa, che ha visto annullare l'ordinanza per difetto di motivazione. Una questione che, però, la Cassazione stessa ha invitato a considerare anche su un piano di principio: la pericolosità da sola non basta per negare il «diritto a una morte dignitosa». Nessuna richiesta di scarcerazione, semmai l'invito a motivare su più solide basi il ragionamento.

Il ragionamento, travasato dal contesto giuridico nello pseudo-ambiente mediale è però sfuggito di mano, alimentando un dibattito surreale. Qui non è questione “Riina sì, Riina no”. Non siamo allo stadio, dove pure oltre all’1 e al 3 c’è la X, ovvero la via intermedia nelle cose. Il parere di chi amministra la legge, di chi opera e intepreta la stessa è importante e cruciale. Ma, fuori dal contesto che le è proprio, la legge non può avere l’ultima parola. Non può diventare l'unico criterio ordinatore di una società. L’ultima parola è infatti la parola del fondamento, quello su cui tutto sta o cade, anche la legge. Il legalismo, senza ancoraggio a un fondamento, è un circolo vizioso. C’è chi non la pensa così, ma proprio non “pensandola così” colloca il dibattito a livello di quel fondamento, pretendendolo vuoto. Possiamo accettarlo? Certamente possiamo, ma il prezzo è alto, altissimo. Il prezzo è il nichilismo giuridico, il nichilismo del diritto per mezzo del diritto.

Scrive la Cassazione

il termine di paragone per la valutazione delle condizioni di salute del richiedente la misura alternativa, debba essere individuato proprio nelle condizioni di detenzione del soggetto, le quali non possono certo essere considerate in astratto, bensì, in concreto, con riferimento anche a particolari caratteristiche del luogo di detenzione, se rilevanti.

Ancora (qui il testo integrale della sentenza):

Si osserva in merito che, ferma restando l'altissima pericolosità del detenuto Salvatore Riina e del suo indiscusso spessore criminale, il provvedimento non chiarisce, con motivazione adeguata, come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso (Cass., sezione I penale, 22 marzo - 5 giugno 2017, n. 27766).

La Cassazione ritiene dunque che le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatto, e non in astratto, e rapportati alle sue attuale capacità di compiere azioni idonee ad integrare il pericolo di recidiva.

Riina è un uomo la cui pericolosità sociale non deve farci dimenticare che sempre di un uomo si tratta. Ma, evidentemente, qualcuno fatica a considerarlo tale. Ha o non ha diritto a una riconsiderazione - giuridicamente fondata e orientata su principi che valgono per tutti - a una morte dignitosa, lui che, ancora in vita, di morti ne ha provocate tante? C'è un certo cinismo, in questo dibattito, da qualunque lato lo si prenda,

C'è una sinistra volontà di vedere la bestia stramazzare in gabbia, tirandogli sassi, tanto non può più reagire. Riina sarà anche l'incarnazione del Male portato al massimo grado di lucidità. Il fatto che esistano luoghi di Stato in cui è la norma vivere e morire senza dignità o conforto ecco, questa è la banalità del male. La nostra, infinita banalità. Che dovrebbe spaventarci, né più né meno.

Si sono spenti i dibattiti sul 41bis, sulle leggi speciali, non ci preoccupiamo dei regimi odella condizione carceraria e sul principio di dignità, che pure è sancito dalla citata, letta, idolatrata costituzione repubblicana, stendiamo un velo di ignoranza.

La tragedia non fa più per noi. Scriveva il grande Friedrich Dürrenmatt che, da un lato, la «tragedia presuppone colpa», ma dall'altro lato - il nostro lato, quello "giusto" - presuppone responsabilità. «Nel gran pasticcio del nostro secolo, in questo squallido finale, non ci sono più né colpevoli né responsabili. Nessuno può farci niente, nessuno l’ha voluto». È andata così. I formalisti hanno vinto sulla pietà. Si avvera la profezia di Dürrenmatt: «i segretari di Creonte sbrigano il caso Antigone». Creonte è occupato a mostrarsi in tv.

In nome della lotta a che cosa siamo arrivati a tanto degrado di umanità e civiltà? Eppure ci siamo arrivati, chi l'avrebbe mai detto.