Europa

Jeremy Corbyn: «L'immigrazione non va usata contro gli operai»

25 Luglio Lug 2017 1150 25 luglio 2017

Destano polemiche le dichiarazioni del leader laburista inglese sull'immigrazione. C'è chi lo accomuna ai populisti di Niger Farage, ma Corbyn non sta attaccando l'immigrazione in sé, bensì il suo uso "disruptive" per degradare le condizioni di lavoro e ridurre le opportunità, quindi i diritti, dei lavoratori inglesi. Un dibattito che rischia di infiammare la sinistra europea e non solo

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Jeremy Corbyn No More War
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Destano polemiche le dichiarazioni del leader laburista inglese sull'immigrazione. C'è chi lo accomuna ai populisti di Niger Farage, ma Corbyn non sta attaccando l'immigrazione in sé, bensì il suo uso "disruptive" per degradare le condizioni di lavoro e ridurre le opportunità, quindi i diritti, dei lavoratori inglesi. Un dibattito che rischia di infiammare la sinistra europea e non solo

L'immigrazione di massa serve per distruggere le condizioni di lavoro degli operai inglesi. A dirlo è Jeremy Corbyn, leader dei laburisti inglesi e punto di riferimento della sinistra europea. Una posizione che a Oliver Kamm non è apparsa così diversa da quella del populista Nigel Farage. Entrambi, per il commentatore di Prospect Magazine, mostrerebbero la medesima impreparazione sui fondamentali dell'economia.

Il rappresentante dell'opposizione inglese è intervenuto nel talk show di Andrew Marr, ribadendo che la Gran Bretagna dovrebbe lasciare il mercato unico, Affermazione non scontata visto che di recente un parlamentare laburista, Chuka Umunna, ha sostenuto che il 66% dei rappresentanti del suo schieramento sarebbe favorevole all'ipotesi di rimanere nel mercato unico. Grande, dunque, è la confusione sotto il sole del Labour. Talmente grande che il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha dichiarato senza mezzi termini: «l’incapacità dei laburisti di schierarsi dalla parte del buon senso sulla questione del mercato unico li renderà colpevoli del disastro della Brexit quanto i conservatori».

Corbyn ha alzato i toni in una maniera che a Helen Lewis di The New Statesman è parsa un vero e proprio cambio di registro, quanto meno nel linguaggio usato sull'immigrazione.

Con l'uscita dal mercato unico, ha affermato Corby, finirebbe «l'importazione all'ingrosso di lavoratori sottopagati dall'Europa centale, per distruggere le condizioni di lavoro, soprattutto nel settore dell'edilizia».

Corbyn ha anche affermato che dovrebbe essere probita la pubblicità di offerte di lavoro in Europa centrale, per evitare che si crei una competizione diseguale fra lavoratori locali e lavoratori immigrati.

Per questa ragione, secondo Corbyn in futuro i lavoratori stranieri potrebbero entrare in Inghilterra «in base ai posti di lavoro disponibili e alla loro capacità di svolgerli. Quello che non permetteremmo più è questa pratica delle agenzie, svolta in modo piuttosto vergognoso – reclutare forza lavoro a salario basso e portarla qui, per licenziare la forza lavoro già esistente nell’industria e poi sottopagarla. È spaventoso, e le uniche a trarne vantaggio sono le imprese»

Una differenza, però, tra il discorso populista di Farage e quello laburista di Corbyn appare evidente, anche se in questo momento sia i media di destra (Breitbart su tutti), sia quelli della sinistra moderata li stanno accomunando per ragioni tattiche. Corbyn ha infatti messo il dito nella piaga. Se il leader di UKIP attacca l'immigrazione in sé e per sé, la critica di Corbyn è all'uso irresponsabile che viene fatto dalle corporations di un fenomeno usato per disaggregare le forze sociali del territorio, rendendole angora più fragili per incrementare i profitti riducendo i costi della forza lavoro. Forse Corbyn non conoscerà i fondamentali dell'economia, come gli viene imputato, ma chi glielo imputa evidentemente non ha ancora fatto i conti con l'ancora più fondamentale principio di realtà.