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Migrazioni

Il dramma dei Rohingya è «un esempio da manuale di pulizia etnica»

11 Settembre Set 2017 1204 11 settembre 2017
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Lo ha dichiarato l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, commentando la crisi umanitaria al confine tra Myanmar e Bangladesh, dove, secondo Amnesty International, sono state posizionate intenzionalmente mine antiuomo

Il trattamento dei Rohingya è «un esempio da manuale di pulizia etnica». Così l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, ha definito le violenze sistematiche perpetrate da Myanmar nei confronti della minoranza musulmana. Rivolgendosi all’Onu, Zeid Ra’ad al-Hussein ha denunciato la «brutale operazione sicurezza», contro i Rohingya nello stato Rakhine, chiaramente sproporzionata rispetto all’offensiva dei ribelli.

Nelle ultime settimane, secondo l’Onu, circa 270mila persone sono fuggite in Bangladesh, e circa un migliaio di persone sono rimaste bloccate al confine dove sarebbero state collocate intenzionalmente delle mine antiuomo, come confermato da Amnesty International, secondo cui nell'ultima settimana le mine, tra l’altro vietate dal diritto internazionale, hanno ucciso una persona, ferendone altre tre, tra cui due minorenni di 10 e 13 anni.

«Chiedo al governo di mettere fine alla crudeltà delle operazioni militari e di assumersi le responsabilità per tutte le violazioni che sono avvenute e ribaltare lo schema di durissima e diffusa discriminazione contro la popolazione Rohingya», ha dichiarato Zeid. «La situazione sembra un esempio da manuale di pulizia etnica». Anche la direttrice di Amnesty International, Tirana Hassan, che si trova attualmente nei pressi del confine tra Bangladesh e Myanmar, ha denunciato la situazione, affermando che «Abbiamo raggiunto un nuovo picco nell'orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga». Hassan ha poi ricordato che la Birmania è uno dei pochi Paesi al mondo, insieme a Corea del Nord e Siria in cui, ancora oggi, vengono utilizzate mine antiuomo.

Dopo la condanna di Malala della scorsa settimana, anche il Dalai Lama ha denunciato il trattamento della minoranza: che «Budda avrebbe decisamente aiutato questi poveri musulmani» e ha chiesto ai birmani coinvolti nelle violenze di «ricordare l’insegnamento di Budda». Un altro intervento di un Premio Nobel per la pace che rende ancora più clamoroso il silenzio di Aung San Suu Kyi che, proprio la scorsa settimana ha liquidato le atrocità contro la minoranza, come una serie di “fake news”.

A denunciare la situazione anche il Ministro degli esteri del Bangladesh, che ha accusato il governo birmano di genocidio contro i Rohingya. L’emergenza umanitaria si sta riversando sempre di più sui Paesi vicini. Se infatti circa 270mila persone sono fuggite in Bangladesh nelle ultime settimane, l’India ha annunciato un piano di deportazione per rimpatriare circa 40mila profughi.

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