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Intelligenza Artificiale

Robot: il riduzionismo tecnico all'assalto del mondo

28 Aprile Apr 2018 1353 28 aprile 2018
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Come chiamare un «operaio artificiale»? «Vorrei chiamarlo labor», raccontava Karel Čapek al fratello Josef, «ma mi sembra un po’ troppo libresco» Allora, suggerì Josef, «chiamalo robot». Nacque così negli anni Venti la parola robot, dal ceco robota, ovvero: lavoro di fatica, servitù, corveée. Nelle lingue slave, altre parole derivano da questa radice, come il polacco robotnik, che significa “lavorare” o il russo rab (раб),“schiavo”

Pensare al lavoro

Come chiamare un «operaio artificiale»? «Vorrei chiamarlo labor», raccontava Karel Čapek al fratello Josef, «ma mi sembra un po’ troppo libresco» Allora, suggerì Josef, «chiamalo robot». Nacque così la parola robot, dal ceco robota, ovvero: lavoro di fatica, servitù, corveée. Nelle lingue slave, altre parole derivano da questa radice, come il polacco robotnik, che significa “lavorare” o il russo rab (раб),“schiavo”.

A ricordarlo è lo scrittore Karel, che nel 1920 introdusse la parola nel contesto letterario e nell’immaginario sociale con R.U.R. Rossum’s Universal Robot, pièce tragicomica sulla fabbricazione di schiavi meccanici da parte dello scienziato Rossum (rozum significa “ragione”), sul loro sfruttamento e la loro conseguente rivolta che in pochissimo tempo andò in scena nei teatri di mezzo mondo: Praga, Varsavia, New York, Londra, Zurigo, Parigi, Stoccolma, Berlino.

Il primo robot industriale

Dovettero passare quarant’anni affinché un robot industriale, Unimate, entrasse in fabbrica. Quasi a dimostrare che se una cosa è tecnicamente immaginabile, prima o poi accade nel 1961, su prototipo realizzato da Joe Engelbergere George Devol, fondatori della Unimation Inc., il braccio meccanico Unimate venne installato negli impianti di montaggio della General Motors in New Jersey.

Visti i risultati del braccio meccanico automatizzato, e la sua capacità di velocizzare le operazioni alla catena di montaggio, Crysler e Ford seguirono l’esempio di GM e lo installarono nei loro stabilimenti.

I robot pensati sul tram

I robot, confesserà Karel Čapek a un quotidiano inglese, furono la conseguenza di un suo viaggio in tram. L’impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana gli sembrò rovesciare molti luoghi comuni: «un giorno sono dovuto andare a Praga con un tram di periferia incredibilmente pieno. L’idea che le condizioni moderne abbiano reso gli uomini insensibili alle più semplici comodità della vita mi ha atterrito. Erano ammassati all’interno e sugli scalini del tram non come pecore, ma come macchine. Ho iniziato allora a pensare agli uomini non come individui, ma come macchine, e per tutto il viaggio ho cercato una parola capace di indicare un uomo in grado di lavorare ma non più di pensare. Quest’idea è espressa dalla parola robot».

Fritz Lang sul set di Metropolis

Un giorno sono dovuto andare a Praga con un tram di periferia incredibilmente pieno. L’idea che le condizioni moderne abbiano reso gli uomini insensibili alle più semplici comodità della vita mi ha atterrito. Erano ammassati all’interno e sugli scalini del tram non come pecore, ma come macchine. Ho iniziato allora a pensare agli uomini non come individui, ma come macchine, e per tutto il viaggio ho cercato una parola capace di indicare un uomo in grado di lavorare ma non più di pensare. Quest’idea è espressa dalla parola robot

Karel Čapek

Fin dagli inizi, la parola "robot" ha saputo condensare attorno a sé, come un catalizzatore, una serie di antichissime fobie. Su tutte: la questione dell’automa (libertà), il tema del sosia (identità), la paura della sostituzione tramite un doppio di sé (alterità).

Il robot di Čapek non è, però, un mero artefatto meccanico: è, piuttosto, una creatura artificiale. La distanza fra uomo e robot, in questo senso, viene ridotta al minimo. Il robot diventa così una sorta di uomo semplificato, ridotto dalla tecnologia ai suoi minimi termini.

Per questo, le preoccupazioni che percorrono l’opera di Čapek non riguardano unicamente l’ordine sociale (saremmo ancora in una concezione meccanica della relazione uomo-macchina), ma toccano una sorta di condizione tecno-umana. Non è tanto l’elemento del conflitto uomo-macchina a risultare, oggi, rilevante nella riflessione di Čapek quanto un tema lasciato spesso sullo sfondo, rispetto alla più eclatante “war of the worlds”: la loro compenetrazione.

Pensare non è calcolare

C’è possibilità, per la macchina, di riprodurre i processi mentali che rendono l’uomo, uomo? Se la base fisica di quei processi fosse unicamente algoritmica, ossia potenza di calcolo, evidentemente sì.

Ma, osserva il fisico di Oxfors sir Roger Penrose, che sarà a Milano il 12 maggio prossimo per discutere proprio di questi temi, è altamente probabile che «l'attività fisica che soggiace al nostro pensiero conscio possa essere governata da leggi fisiche esatte, ma di natura non algoritmica, e che il nostro pensiero conscio possa in realtà essere la manifestazione interiore di un'attività fisica non algoritmica di un certo genere» (cfr. “Précis of The Emperor's New Mind”, The Behavioral and Brain Sciences, 13 [4] 1990).

Il rischio, allora, è di creare profezie che sul piano sociale si autoavverano, partendo da teorie riduzionistiche, su cui hanno puntato i sostenitori della cosiddetta Intelligenza Artificiale forte, che, osserva ancora Roger Penrose in un libro cruciale come La mente nuova dell’imperatore, «danno per scontato che piacere e dolore, la capacità di apprezzare la bellezza, l’umorismo, la coscienza e la libertà del volere, siano capacità che emergeranno in modo naturale quando i robot elettronici saranno diventati abbastanza complessi nel loro comportamento algoritmico».

Il riduzionismo tecnico all'assalto del mondo

Il passaggio dall’homo faber all’homo fabricatus, evidenziato da Karel Čapek, si gioca ancora una volta sul terreno di un doppio riduzionismo: nei confronti dell’uomo e nei confronti del sapere scientifico.

Viviamo un passaggio dal mondo della scienza a un mondo della tecnica che, sempre più, pretende di prescindere dai suoi fondamenti, limitandosi all’appropriazione strumentale dei saperi. Molte retoriche sull’Intelligenza Artificiale in senso forte sembrano andare in questa direzione. «L'AI potrebbe essere il più grande evento nella storia della nostra civiltà, oppure il peggiore», osservava Stephen Hawking. Molto dipende da come sapremo e se sapremo pensare questo passaggio. Pensandolo fino in fondo o delegando il pensiero - e, di conseguenza, la scelta - alla mera procedura.

Ma a quanto pare «il mondo odierno – scriveva già Čapek –non ha interesse per i suoi robot scientifici e li ha sostituiti con robot tecnici. A quanto pare, questi ultimi rappresentano l’essenza più intima della nostra epoca. Il mondo ha bisogno di robot meccanici, perché crede nelle macchine più che nella vita. È più affascinato dalle meraviglie della tecnica che dal miracolo della vita». Sarà davvero così?

Il 12 maggio, a Milano, presso il Centro Congressi Cariplo, in via Romagnosi 8, si terrà il dibattito: Intelligenza artificiale vs. intelligenza naturale. I due relatori saranno Roger Penrose e Emanuele Severino. Altre informazioni ► qui

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