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Scuola

L'Invalsi certifica: la scuola italiana non è equa

6 Luglio Lug 2018 1526 06 luglio 2018
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«Nel Mezzogiorno il sistema scolastico è non solo meno efficace ma anche meno capace di assicurare agli alunni le stesse opportunità educative»: così scrive l'Invalsi. Tra i focus più interessanti collegati all'"effetto di contesto" anche uno su quanto conta la famiglia e quanto pesa essere immigrati

Italiano, Matematica, Inglese. Nella scuola primaria le differenze sono piccole e in generale non significative statisticamente. In terza media i risultati medi delle macro-aree tendono a divergere significativamente tra loro e questa tendenza si consolida ulteriormente nella scuola secondaria di secondo grado. Prendiamo l’Inglese: nella prova di ascolto, in terza media non raggiungono il livello previsto il 67% degli alunni nel Sud e Isole contro il 38% nel Centro, il 30% nel Nord Ovest e il 27% nel Nord Est. In italiano, la percentuale di alunni che in Italiano non raggiunge la sufficienza oscilla intorno al 28% nel nord e nel centro-Italia mentre è fra il 45% e il 46% nell’Italia meridionale e insulare. In matematica il quadro peggiora: la percentuale di alunni che non arriva al livello della sufficienza è del 32% nel Nord Ovest, del 28% nel Nord Est, del 35% nel Centro e arriva al 54% al Sud e sale al 56% nelle Isole. Sono i dati del report Invalsi presentato ieri, sulle prove sostenute in primavera. La Calabria risulta ultima in tutte le rilevazioni delle competenze, con metà dei tredicenni calabresi che non riescono a comprendere un testo e a decodificarlo.

«Il sistema scolastico nell’Italia meridionale e insulare non solo appare meno efficace in termini di risultati conseguiti rispetto all’Italia centrale e soprattutto settentrionale, ma anche meno equo: la variabilità dei risultati tra scuole e tra classi nel primo ciclo d’istruzione è consistente e in ogni caso più alta che al nord e al centro, così come sono più alte le percentuali di alunni con status socio-economico basso che non raggiungono livelli adeguati nelle prove. In particolare, sono preoccupanti gli esiti di alcune regioni: Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna», si legge nel rapporto.

Il Nord Est al contrario è «l’area del Paese con il sistema scolastico non solo più efficace in base ai risultati ma anche relativamente più equo in confronto al resto d’Italia». È questo il tema che Invalsi mette sotto la lente: l’equità. «Questo aspetto è particolarmente importante nella scuola di base, che ha come finalità principale di assicurare a tutti gli studenti eguaglianza di opportunità educative», perché «quando la variabilità tra scuole e tra classi supera una soglia fisiologica, ciò significa che il sistema educativo non assicura a tutti uguali opportunità». Purtroppo è questo quello che accade al Sud in tutte e tre le materie testate: i risultati al Sud e nelle Isole sono non solo complessivamente più bassi, ma differiscono maggiormente da una scuola all’altra e da una classe all’altra rispetto a quanto accade nel resto dell’Italia, fatto che dice che «il sistema scolastico è dunque nel Mezzogiorno non solo meno efficace ma anche meno capace di assicurare agli alunni le stesse opportunità educative».

Ovviamente non si tratta di un "dato naturale": un’alta variabilità tra scuole e tra classi è il segno di un disequilibrio nella ripartizione degli studenti (conseguenza del come si fanno le classi) e della tendenza a raggruppare gli alunni più capaci e più favoriti socialmente in certe scuole e in certe classi e di quelli più deboli economicamente e culturalmente a concentrarsi in altre. L’Invalsi ricorda che «la ricerca in campo educativo ha constatato l’esistenza di un “effetto di contesto” o di composizione del gruppo, per cui l’apprendimento di uno studente non è influenzato solo dalle sue caratteristiche personali ma anche da quelle dei compagni. Questo implica che il progresso di un alunno sarà tanto minore quanto più il livello medio del gruppo del quale fa parte è basso e omogeneo. Inoltre, se l’effetto di contesto è, in termini diretti, un effetto dei compagni, esso comporta anche tutta una serie di effetti indiretti: ad esempio, gli insegnanti agiscono in modo diverso a seconda degli alunni che hanno di fronte, adeguando ad essi, in maniera più o meno consapevole, i propri comportamenti e le proprie metodologie d’insegnamento come pure i criteri di valutazione. Ma anche molti altri aspetti della gestione e dell’organizzazione delle scuole sono condizionati dalle caratteristiche degli alunni reclutati da ciascuna, in primis la qualità e la stabilità del corpo docente».

Ecco quindi un’altra domanda che il report esplicitamente si pone: quanto conta la famiglia? Invalsi ha costruito un indice in base a professione dei genitori, il loro livello d’istruzione, i beni strumentali e le risorse, culturali ed educative, di cui l’alunno può disporre a casa (ESCS-Economic Social Cultural Status Index). Lo ripetiamo da tempo, la scuola purtroppo non funziona più da ascensore sociale: «in tutte le materie testate dall’INVALSI e in tutti i gradi scolari, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, è osservabile una correlazione positiva tra indice di status e punteggio nelle prove; questo, infatti, cresce via via che cresce il livello dell’ESCS, anche se non con lo stesso passo da un livello al successivo».

L’Invalsi ha “misurato” la stratificazione sociale della scuola secondaria di secondo grado: l’ESCS degli studenti dei licei è pari a 0,30, più alto, dunque, della media italiana posta a zero, mentre negli istituti tecnici il valore scende a -0,20 e negli istituti professionali a -0,59. Ovviamente l’esistenza di una relazione tra queste due variabili, l’ESCS e il risultato nelle prove Invalsi, «non significa che uno studente di origini modeste abbia necessariamente bassi risultati e che gli studenti che hanno alle spalle una situazione avvantaggiata socialmente ottengano sistematicamente alti risultati, ma solo che, mediamente, gli alunni che partono da condizioni più favorevoli conseguono migliori risultati degli alunni svantaggiati e viceversa».

Altra domanda: quanto incide essere immigrato? La percentuale di studenti stranieri nelle nostre scuole, sappiamo, è intorno al 10%. In generale gli alunni stranieri ottengono in Italiano e in Matematica punteggi nettamente inferiori a quelli degli alunni italiani ma le distanze tra gli uni e gli altri tendono però a diminuire nel passaggio tra la prima e la seconda generazione d’immigrati e nel corso del primo ciclo d’istruzione. In inglese invece, in varie regioni, gli stranieri, in particolare di seconda generazione e nella prova di ascolto (listening), fanno meglio degli italiani. Una misura della capacità d’integrazione del sistema scolastico è la differenza di risultati tra la prima e la seconda generazione e da questo punto di vista afferma Invalsi «suona come un campanello d’allarme il fatto che, al termine della scuola di base, le differenze di punteggio nelle prove di Italiano e Matematica degli stranieri di seconda generazione rispetto agli italiani siano nel 2018 maggiori di quelle osservate l’anno precedente: 16,3 punti in Italiano rispetto ai 10,3 del 2017 e 8 in Matematica rispetto a 5,7».

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