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Adozioni Internazionali, cari enti un nuovo storytelling dipende anche da voi

9 Luglio Lug 2018 0950 09 luglio 2018
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Negli ultimi anni la narrazione sulle adozioni si è connotata di aspetti negativi: dai numeri in calo sino agli scandali o presunti tali in Congo o in Cambogia. Come invertire la rotta? L’analisi della giornalista di Repubblica Maria Novella De Luca, esperta di adozioni internazionali, sul numero del magazine in distribuzione

Da reporter di Repubblica, Maria Novella De Luca, è stata uno dei primi giornalisti in Italia ad occuparsi di adozioni internazionali. Erano gli anni 90 e intorno a questo mondo tirava tutta un’altra aria. Oggi non si può certo dire che le adozioni internazionali godano di buona stampa. Basta riavvolgere il nastro di qualche mese per fare l’elenco degli scandali (presunti tali) che hanno interamente occupato la comunicazione su questo fronte: Cambogia, Kirghizistan, Congo e via di questo passo.


Perché ha incominciato ad occuparsi di adozioni internazionali?
Io ho sempre avuto una particolare attenzione per i temi sociali. Negli anni 90 poi in redazione c’erano i primi colleghi che avevano adottato. E quindi ho conosciuto questo mondo molto presto e molto da vicino quando ancora se ne parlava pochissimo. Sembra- va un’esperienza bella e avventurosa fatta di lunghi viaggi in Paesi lontani spesso sconosciuti. Poi le cose sono cambiate.

In che senso?
Nei primi anni 90 la storia era ancora tutta da scrivere. C’era ancora molto fai da te. Era tutto ammantato da una sorta di riservatezza, che derivava dal rispetto nei confronti dei bimbi e delle famiglie che stavano vivendo un’esperienza nuova. La norma, allora molto recente, diceva che l’adozione era una seconda nascita. E allora quello che accadeva prima andava raccontato con grande cautela. Parlare di adozioni internazionali 30 anni fa era qualcosa che colpiva molto, ma i geni- tori facevano fatica a ad aprirsi, perché i bambini erano davvero pochi e c’era un problema di riconoscibilità per esempio a scuola. Ricordo un grande pudore. In fondo veniva raccontata nel modo giusto: come una grande avventura d’amore, con dei rischi, ma anche un happy end quasi certo. Poi c’è stato il grande boom dell’adozione internazionale. A partire dagli anni 2000 l’adozione diventa un tema di risonanza, perché questi bambini entrano massicciamente nelle scuole. Ma perde di straordinarietà per diventare qualcosa di quotidiano. In questa fase si intravedono le prime problematicità. La società italiana all’inizio reagisce bene. La scuola e i servizi se ne fanno carico. Si creano i consultori e i gruppi per l’adozione. L’Italia grazie alle sue norme e alla rigorosità dei percorsi diventa un Paese modello. Nel frattempo c’è un gran lavoro di politica estera. Posso dire che i Paesi erano “felici” di consegnare i bambini proprio all’Italia. Dopo di che le cose s’incrinano.

Qual è il punto di rottura?
A metà degli anni 2000 alcuni Paesi incominciano a chiudere le porte. E le chiudono non perché fossero spariti i bambini in stato di bisogno, ma perché dare bambini in adozioni dal punto di vista dei parametri macro-economici veni- va considerato un aspetto negativo. Quando la Romania decise di entrare in Europa per superare lo stigma chiuse le adozioni. Eppure negli orfanotrofi c’erano migliaia di bambini. Quella scelta fu un disastro per i minori. In altri Paesi come India e Brasile invece le cose incominciavano a migliorare e a svilupparsi un’adozione nazionale. Poi ci sono altri Paesi dove il chiudere e aprire le porte diventa un’arma di ricatto nei confronti dell’Occidente ricco. Penso alla Russia. Questo quadro fa scattare un meccanismo anche nel modello comunicativo. Dal rispetto iniziale, si era passati a una quotidianità che faceva poco noti- zia. In questo ultimo decennio infine si affermano movimenti legati al cosiddetto “diritto alle origini”. Nello stesso tempo oggi i bambini adottati allora, sono diventati adolescenti e hanno grande dimestichezza con i social network. Le origini sono a portata di un click. Ma al di fuori di un percorso mediato col genitore. Questo meccanismo si acuisce in occasione dei grandi crack comunicativi come nel caso del Congo o in Cambogia. Ogni volta che noi raccontiamo che ci sono Paesi che truffano dobbiamo avere presente cosa induciamo nei ragazzi.

Quindi meglio omettere certe inchieste locali anche se attendibili, penso per esempio alla Cambogia?
Bisogna essere molto cauti, perché in un ragazzo di 13-14 anni puoi creare uno shock.

Meglio allora lasciarlo in balia di notizie più o meno verificabili, rintracciabili su internet?
No, certo. Non si possono nascondere le notizie. Ma ripeto: occorre cautela. Prima di scrivere bisogna avere la certezza matematica, perché nel caso della Cambogia, come in quello del Congo io ho enormi dubbi. Io quei Paesi li ho visti e so che la povertà non è buona…


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