Migranti

Iabichino: la narrazione delle Ong deve ripartire dalla messa della domenica

9 Luglio Lug 2018 1808 09 luglio 2018

Il chief creative officer di Ogilvy Italia, tra i pubblicitari più importanti d’Italia, commenta la ricerca di Demos-Coop sul linguaggio del nostro tempo, da cui emerge che la parola “Ong” ha acquisito un significato sempre più negativo. Per ribaltare il trend, secondo Iabichino, bisogna ripartire da un’altra parola: “cristianità”

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Paolo Iabichino Ogilvy
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Il chief creative officer di Ogilvy Italia, tra i pubblicitari più importanti d’Italia, commenta la ricerca di Demos-Coop sul linguaggio del nostro tempo, da cui emerge che la parola “Ong” ha acquisito un significato sempre più negativo. Per ribaltare il trend, secondo Iabichino, bisogna ripartire da un’altra parola: “cristianità”

Non c’era da sorprendersi. La parola “Ong” è finita tra quelle considerate più negative, archiviate nella sezione che la ricerca di Demos-Coop, Mapping delle Parole del nostro Tempo, ha definito il “linguaggio della delusione”. «Troppo spesso ormai la parola solidarietà viene legata a quella “radical-chic”», spiega Paolo Iabichino, esperto di comunicazione, chief creative officer di Ogilvy Italia, tra i pubblicitari più importanti d’Italia. «È vista come qualcosa di “sinistroide”. Per questo credo sia importante affacciarci sulla parola cristianità che faceva dell’accoglienza il proprio mantra».

Due anni fa i giornali definivano i volontari impegnati nelle missioni di soccorso nel Mediterraneo “gli angeli del mare”, oggi la parola Ong è spesso associata ad un’accezione negativa, come evidenziato dal “Mapping delle parole del nostro tempo” realizzato da Demos-Coop. Cosa ne pensa?

È evidente che ha vinto la contro-narrazione, cioè sta vincendo la propaganda di chi, giocando sulla paura e rendendo nemico il diverso, sfiducia e depotenzia non solo chi lo accoglie, ma addirittura chi va a salvarlo. D’altronde è di pochi giorni fa l’ultimo sondaggio che darebbe la Lega addirittura al 30%. Il sentimento di sfiducia ha preso piede in maniera gravissima e purtroppo a pagarla sono proprio le Ong. A qualche settimana dal 5 per mille si è raggiunto il climax della contro-narrazione con il caso Aquarius che ha dato alle operazioni umanitarie il colpo di grazia. Quei ragazzi sono stati strumentalizzati in chiave politica.

Che tipo di campagna metterebbe in atto, se fosse il direttore comunicazione di una grande Ong costretto a lavorare in questo clima?

È molto complicato. Ho guardato con molta attenzione le attività fatte da alcune Ong. Ho seguito il fenomeno delle donazioni mosse dall’impulso, come ad esempio quelle arrivate alle associazioni Lgbt dopo che il ministro Fontana aveva dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono.
Il punto è che questo genere di meccanismi agiscono su chi fa già parte del bacino di sostenitori. La vera sfida è andare sui prospect. Se io fossi capo comunicazione di un’Ong andrei a fare placement nelle messe della domenica mattina alle 11. Troppo spesso ormai la parola solidarietà viene legata a quella “radical-chic”, è vista come qualcosa di “sinistroide”. Per questo credo sia importante affacciarci sulla parola cristianità che faceva dell’accoglienza il proprio mantra. Andiamo a dire quello che ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, perché non è più una dichiarazione di un uomo di chiesa è una dichiarazione politica. Se gli unici preti a parlare sono i don Mazzi e i don Ciotti, allora non andiamo lontano, bisogna che a parlare siano anche i parroci di paese. Anche loro devono dare spazio ai migranti e se io fossi direttore comunicazione di una Ong lavorerei proprio su questo: insediarci dove il narrato della propaganda è più radicato ma travestito di carità cristiana. Dentro il libretto della messa della domenica, metterei una testimonianza e una frase del Vangelo sull’accoglienza, lo stesso Vangelo su cui Salvini ha giurato.
La messa della domenica è il momento mediatico più importante del paese. Andiamo lì a raccontare ciò che accade ogni giorno nel Mediterraneo. Nasconderei i migranti dentro i confessionali, così che quando qualcuno arriva per confessarsi si trova faccia a faccia con queste persone. Insomma metterei la gente in difficoltà sul proprio credo, evidenziando come non sia compatibile con il loro voto e sottolineando la loro ipocrisia.

In molti casi i social network rafforzano la nostra impressione di vivere in una bolla, in cui è sempre più difficile entrare in contatto con chi la pensa diversamente da noi, il che è molto comodo ma non molto utile. Come si fa ad uscire dalla propria bolla?

Credo che in realtà il difetto principale sia quello del circoscrivere il dibattito politico a schermaglie digitali. Penso che il tema centrale, su cui dobbiamo impegnarci davvero è fare a pezzi le fake news: controbattere con gli argomenti, con i fatti, di fronte, ad esempio, al fotomontaggio secondo cui i bambini morti nel Mediterraneo erano in realtà fantocci. Certo, restare dentro la bolla è bello, sono sicuro che nella mia bolla non troverò mai nessuno che condivide il post della Meloni sulla maglietta rossa, se non per una presa in giro. Adesso però è il momento di smetterla di ridere. Sul terreno della satira non vinciamo, vinciamo provando a scardinare le menzogne, arrivando a conoscere a fondo i mecccanismi delle fake news, non cadendo in quella trappola. Vinciamo con l’approfondimento. L’immondizia non deve essere alimentata, se no poi diventa virale.

Foto: Ogilvy

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