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De Ponte: le ong non devono avere paura di fare politica

11 Luglio Lug 2018 1201 11 luglio 2018

Dalla ricerca di Demos-Coop sul linguaggio del nostro tempo, emerge che la parola “Ong” ha acquisito un significato sempre più negativo. Un dato che non stupisce il segretario generale di ActionAid Italia, secondo cui le organizzazioni devono prendere coraggio e creare nuovi spazi di dialogo aperti in cui far fiorire la democrazia

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Marco De Ponte
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Dalla ricerca di Demos-Coop sul linguaggio del nostro tempo, emerge che la parola “Ong” ha acquisito un significato sempre più negativo. Un dato che non stupisce il segretario generale di ActionAid Italia, secondo cui le organizzazioni devono prendere coraggio e creare nuovi spazi di dialogo aperti in cui far fiorire la democrazia

La parola Ong è tra le più bistrattate del momento. Lo ha rilevato la ricerca di Demos-Coop, Mapping delle Parole del nostro Tempo, pubblicata questa settimana ed effettuata su un campione sopra i 15 anni, rappresentativo della popolazione italiana, per genere, età, titolo di studio e area geografica di provenienza. Alle persone intervistate sono state presentate quaranta parole diverse, a cui è stata assegnata una collocazione rispetto alla percezione degli intervistati e la parola Ong è stata associata al “linguaggio della delusione”, ovvero quei sostantivi che trasmettono un sentimento di sfiducia. Un dato che però non stupisce, spiega Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia.

La parola Ong è sempre più spesso associata ad un’accezione negativa, come evidenziato dal “Mapping delle parole del nostro tempo” realizzato da Demos-Coop. Cosa ne pensa?

Purtroppo non mi stupisce. Gli slogan hanno fatto un gioco al massacro. Il problema più grosso però è la mancanza di interesse a capire di più, ad andare oltre lo slogan. Un sondaggio demoscopico ha rilevato che il 48% degli italiani è disposto a cambiare opinione sulla migrazione ma di questi, solo il 17% è disponibile a cambiare opinione guardando i dati. Un’altra ricerca ha sottolineato che la percezione più diffusa sia che gli stranieri rappresentino il 30% della popolazione, mentre in realtà è solo l’8%. È inevitabile continuare a fare il lavoro di debunking, smontando le false informazioni, ma lo facciamo nella piena coscienza che la partita della percezione pubblica non si gioca sui dati. Bisogna trovare una narrazione alternativa. Il paradosso è che si tratta davvero di rimettere le cose in ordine in un modo che non è immediatamente razionale. Nello stesso sondaggio demoscopico sulla percezione degli italiani rispetto ai migranti alla domanda sulla frequenza con cui i cittadini italiani erano effettivamente entrate in contatto con i migranti, emergeva che la stragrande maggioranza non vi aveva mai avuto a che fare. Lo stesso vale per le Ong. A parte i sostenitori, che sono una minima parte della popolazione, la maggioranza non è in contatto con le organizzazioni. C’è sicuramente tanto lavoro da fare, di oggettivizzazione ma anche di comunicazione, ciò che può davvero cambiare le cose è la contro-narrazione, riuscire a fare tornare cool le Ong.

In molti casi i social network rafforzano l’impressione di vivere in una bolla, in cui è sempre più difficile entrare in contatto con chi la pensa diversamente da noi. Come si fa ad uscire dalla propria bolla?

Personalmente non mi sento di vivere in una bolla. Sui social ho contatti con persone molto diverse, purtroppo ho ricevuto anche minacce. Al di là della mia esperienza personale però credo che sia necessario fare un salto di qualità e lavorare per meta obiettivi. È necessario creare degli spazi di dialogo aperti in cui la democrazia sia agita. Le organizzazioni non devono avere paura di fare politica, devono avere coraggio.

In un’intervista Paolo Iabichino, esperto di comunicazione e tra i pubblicitari in Italia, ha detto che se lui fosse capo comunicazione di una Ong andrebbe a fare placement nelle messe della domenica mattina alle 11. Ormai troppo spesso, la parola solidarietà viene associata a “radical-chic” e bisognerebbe invece ricordare che, prima di tutto, da sempre, è associata alla parola cristianità. Cosa ne pensa?

In realtà anche questa mi sembra una semplificazione. Tantissime persone che hanno partecipato alla manifestazione delle magliette rosse in realtà di radical-chic non avevano davvero nulla. Bisogna evitare di utilizzare la stessa retorica dominante per contrastarla. Sono invece d’accordo che sia importantissimo stare sul territorio, con la consapevolezza che non si può contrastare la narrazione prevalente, che viene portata avanti in televisione in prima serata, andando personalmente di paese in paese.

Come si fa quindi a creare una contro-narrazione?

In realtà anche la contro-narrazione funziona fino a un certo punto. Credo che sia importante riprendere la discussione. Non lasciare perdere. Si parte davvero dal nostro piccolo, se si sente un’affermazione inesatta o un pregiudizio, in famiglia, tra gli amici, sui social. Ci vuole estrema pazienza, ma questo è davvero il momento di riaprire il dialogo.

Foto: ActionAid

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