Migranti Mediterraneo Michelangelo Mignosa
Migranti

Salvini dixit: “Meno morti in mare e niente fuga dalla guerra”, il Fact-checking

12 Luglio Lug 2018 1747 12 luglio 2018
  • ...

Questa settimana il ministro dell’Interno ha affermato via Twitter che, grazie al blocco delle Ong, le partenze dalla Libia sono diminuite e così anche le morti. Ha inoltre messo in discussione che i Paesi di provenienza dei naufraghi a bordo della Diciotti non presentano situazioni di conflitto. I dati però mostrano l’esatto opposto

Mentre il ministro dell’Interno, Matteo Salvini si trova a Innsbruck, per il vertice con i colleghi di Austria e Germania, e la nave Diciotti, al porto di Trapani, aspetta da ore l’ok per lo sbarco dei 67 naufraghi salvati dalla Vos Thalassa, si avvia alla conclusione un’altra settimana in cui il Mediteranneo ha occupato le prime pagine di tutti i giornali e di gran parte delle conversazioni sui social.

Martedì scorso, proprio Matteo Salvini ha pubblicato online una mappa della posizione delle navi umanitarie appartenenti alle Ong ancora impegnate nei soccorsi, mostrando come tutte siano attualmente bloccate in porti diversi e rivendicando come un successo questa situazione, risultato di una lunga serie di azioni che hanno portato a questo (ne avevamo scritto qui). «Grazie al nostro intervento deciso le navi delle Ong sono finalmente lontane da scafisti. Ora sto lavorando perché anche le altre navi non aiutino i trafficanti di esseri umani a guadagnare altri soldi. Meno partenze, meno morti. Possono minacciarmi, non mi fermo!». Ha Twittato il ministro utilizzando l’hashtag #primagliitaliani
Una frase che sottintende tre concetti, su cui si è molto dibattuto: una relazione tra trafficanti e Ong, un rapporto tra presenza delle navi umanitarie e partenze dei migranti, e il fatto che il calo delle partenze sia sinonimo di una diminuzione delle morti in mare.

C’è una relazione tra trafficanti e Ong?

Come abbiamo scritto più volte, le diverse indagini avviate dalle procure siciliane non hanno mai trovato alcuna relazione tra le organizzazioni impegnate in operazioni umanitarie nel Mediterraneo e trafficanti. Proprio lo scorso giugno la Procura di Palermo ha archiviato le indagini sull’Ong tedesca Sea-Watch e sulla spagnola Proactiva Open Arms, non era emersa infatti alcuna prova di legami coi trafficanti.

C’è un rapporto tra la presenza delle navi umanitarie e le partenze dei migranti?

A dicembre 2016 il Financial Times pubblica parzialmente un report di Frontex (Risk Analysis for 2017), secondo cui le operazioni umanitarie nelle acque internazionali a largo della Libia avrebbero costituito il cosiddetto “pull factor”, ovvero “fattore di attrazione” che incoraggerebbe a partire chi intende attraversare il Mediterraneo. Una tesi che non solo non è mai stata provata, ma che è stata smentita da ricerche di istituti autorevoli.
Un’indagine dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) infatti ha rilevato che non c’è nessuna correlazione tra l’aumento degli arrivi e le operazioni umanitarie delle Ong nel Mediterraneo. Alla stessa conclusione è arrivati anche i ricercatori della Goldsmiths, University of London, che nella ricerca “Blaming the Rescuers”, sottolineano come «le organizzazioni non governative non sono stati la ragione principale dell’aumento degli arrivi nel 2016». I numeri, secondo lo studio dell’università britannica, sarebbero invece in linea con le partenze del periodo 2014-2015, dunque precedente alla presenza delle imbarcazioni umanitarie.
Lo stesso calo delle partenze non può essere correlato al blocco dell’Ong e quindi alla sparizione delle navi nel Mediterraneo. Già a luglio 2017 l’OIM aveva registrato una forte diminuzione nei flussi, con 11.462 persone arrivate sulle coste europee, rispetto alle 23.524 sbarcate il mese precedente a giugno 2017. Uno degli effetti dell’accordo Italia-Libia

Ci sono meno morti in mare?

Anche questa affermazione è errata. La scorsa settimana Unhcr aveva lanciato l’allarme, sottolineando che, nonostante il calo delle partenze registrato, «uomini, donne e bambini continuano a perdere la vita durante le traversate in mare, ed in numeri proporzionalmente maggiori».
Dal 1 gennaio 2018 sono almeno 1.408 le persone annegate nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Una cifra che è da considerare per difetto poiché rappresentano solo il dato relativo alle morti che Unhcr è riuscita a tracciare. Solo nelle ultime quattro settimane, sono oltre 600 le persone annegate o disperse, secondo l’OIM, «di questi almeno 410 sono morti in acque internazionali tra Malta, Italia e Libia».
Secondo l’Unhcr, nel solo mese di giugno, una persona su sette ha perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, rispetto a una su 19 nella prima metà dell’anno e una su 38 nella prima metà del 2017.
Proprio per l’aumento dell’incidenza di morti nel Mediterraneo, l’Unhcr aveva espresso profonda preoccupazione per «le conseguenze di una diminuzione delle capacità di ricerca e di soccorso se le imbarcazioni vengono dissuase dal rispondere alle richieste di soccorso per paura di vedersi negato il permesso di sbarcare le persone tratte in salvo». L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati aveva inoltre sottolineato che: «le Ong svolgono un ruolo fondamentale nel salvataggio delle persone in situazioni di emergenza in mare: nel periodo compreso tra gennaio e aprile di quest’anno, hanno effettuato circa il 40% delle operazioni di soccorso per coloro che sono sbarcati in Italia – comprese le persone prima salvate da imbarcazioni militari e commerciali e successivamente trasferite su navi delle ONG».

Salvini non è stato l’unico a parlare e twittare di migranti, Ong e Mediterraneo. Questa settimana anche Marco Travaglio, direttore de Il fatto quotidiano, in due diversi editoriali ha sostenuto la tesi del “pull-factor” e di un “acclarato” contatto tra Ong e trafficanti, senza però precisare a cosa si riferisse, poiché come già scritto, non è mai stata trovata alcuna prova che corroborasse questa tesi. Le affermazioni di Travaglio sono state analizzate e scardinate punto, per punto, dal fact-checking di Annalisa Camilli su Internazionale.

Nello stesso giorno, il ministro dell’Interno, sempre sui social, aveva pubblicato le 12 nazionalità diverse dei 67 naufraghi a bordo della Diciotti, chiedendo, con tre punti interrogativi: «In quali di questi Paesi c’è la guerra???» Una domanda che ha generato diversi articoli di approfondimento e moltissime risposte sul web. In almeno sette dei 12 Paesi citati, vi è un altissimo livello di insicurezza, sei di questi (Pakistan, Ciad, Sudan, Palestina, Yemen, Libia) sono attraversati da conflitti, profonda instabilità e, in alcune aree, complesse emergenze umanitarie.

Foto: Michelangelo Mignosa

Contenuti correlati