Centro Accoglienza Palermo FOTO DI © SANDRO ROSI:AG
Migranti

Minori non accompagnati: smettiamo di mandarli in paesi senza nemmeno la scuola

16 Luglio Lug 2018 1156 16 luglio 2018
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Palermo ha l'esperienza più matura di tutori di minori non accompagnati. Il Garante per l'infanzia cittadino fa un bilancio del primo anno: 74 tutori e 144 tutele avviate. Il 54% dei ragazzi è rimasto nei centri di prima accoglienza per 4-6 mesi, in barba ai 30 giorni previsti e il 46% addirittura dai 7 ai 12 mesi. Otto mesi per avere il permesso di soggiorno. D'Andrea: «mandare 200-300 ragazzi in un comune di provincia che non ha scuole né tutori volontari significa negare il diritto allo studio e il diritto alla tutela»

Ci sono anche cinque bambini sotto i due anni fra i piccoli migranti affidati a un tutore volontario a Palermo: sono i figli di giovanissime mamme minorenni, sbarcate sole, come minori non accompagnate. Mamma e figlio sono sotto la tutela allo stesso tutore. Palermo è la prima città in Italia ad avere i tutori volontari per i minori non accompagnati, prima ancora che la figura venisse normata dalla legge Zampa (la 47 del 2017): all’entrata in vigore della legge così la città aveva già 54 tutori volontari attivi. O

ggi – racconta il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Palermo, Lino D’Andrea, i tutori volontari sono 74, con 144 tutele attivate in questo primo anno di esperienza. «Nessun’altra città ha numeri così importanti nelle tutele, ne siamo orgogliosi», commenta D’Andrea. E poiché in Sicilia risiede il 42% dei minori non accompagnati presenti in Italia, il primo anno del tutore volontario a Palermo è un test davvero importante per capire se e quanto questa nuova figura può davvero essere utile per accompagnare l’integrazione dei ragazzini che sbarcano soli sulle nostre coste.

«Gli sbarchi di minori non accompagnati sono calati moltissimo in quest’ultimo anno, a Palermo nel 2016/17 avevamo 1.110 minori non accompagnati, oggi ne abbiamo 630, il calo è attorno al 60%», afferma il Garante. «È cambiato anche il fatto che ormai la gran parte vuole rimanere qua, non considera Palermo e la Sicilia come un luogo di passaggio». Il fatto però che il 42% di tutti i minori non accompagnati d’Italia sia qui, nella prima regione di sbarco, è un problema. E più ancora per D’Andrea lo è il fatto che questi ragazzi siano inviati in piccoli paesi sprovvisti di scuola e di tutori volontari: «come si può pensare di mandare 200-300 ragazzi in un comune di provincia che non ha scuole né tutori volontari? È evidente che in questo modo si nega sia il diritto alla studio sia il diritto alla tutela, previsto dalla legge. Perché non sempre quando hai un tutore hai una tutela», denuncia D’Andrea. Anche su Palermo c’è una sfida: «in città l’immigrazione si concentra in 3 circoscrizioni su 8, con 50mila persone. I nostri ragazzi hanno trovato i loro pari in queste zone, in particolare in una di queste tre circoscrizioni e lì c’è una buona rete attorno ai ragazzi: l’impegno ora è far vivere tutte le otto circoscrizioni cittadine, allargando la rete».

Come si può pensare di mandare 200-300 ragazzi in un comune di provincia che non ha scuole né tutori volontari? È evidente che in questo modo si nega sia il diritto alla studio sia il diritto alla tutela, previsto dalla legge. Perché non sempre quando hai un tutore hai una tutela

Lino D'Andrea

Il primo anno a Palermo dei tutori volontari può essere raccontato da queste cifre: il 60% dei tutori ha seguito più di un minore, il 30% uno solo, gli altri pur essendo formati e iscritti all’albo non hanno ancora avuto alcuna nomina. Guardando i ragazzi, il 50% ha tra i 17 e i 18 anni, il 40% tra i 15 e il 16 anni, il 10% tra i 13 e i 14 anni. Più quei cinque piccolissimi, figli di mamme a loro volta minori non accompagnati. Il 54% dei ragazzi nei centri di prima accoglienza è rimasto per un tempo di 4-6 mesi, in barba ai 30 giorni previsti dalla normativa e il 46% addirittura dai 7 ai 12 mesi. Per avere il permesso di soggiorno, sono serviti otto mesi per il 54% dei ragazzi «ma i tempi stanno migliorando», precisa D’Andrea. Tutti i ragazzi sotto tutela di un tutore volontario hanno frequentato la scuola: il 41% ha già conseguito la licenza media, il 56% sta studiando per conseguirla, il 2% si è già iscritto a una scuola superiore.

Se questa è la fotografia, il bilancio dell’esperienza qual è? D’Andrea è soddisfatto. Il primo punto di forza è che «abbiamo disegnato un processo, i tutori non sono soli». Con il supporto dell’Unicef ad esempio a Palermo è stato aperto un Ufficio Monitoraggio Tutori (U.M.T.), con funzioni di monitoraggio e di accompagnamento, un’esperienza unica sul territorio italiano ed europeo. «Innanzitutto abbiamo definito un percorso a tappe per aiutare i tutori nel loro percorso nuovo, che non è né di genitore né di mera tutela legale», spiega D’Andrea. Il percorso ha sette step:

  1. conoscenza del ragazzo e della comunità, con la definizione delle modalità per la comunicazione
  2. socializzazione
  3. verifica di tutte le pratiche amministrative a cominciare da tessera sanitaria, iscrizione a scuola, permesso di soggiorno
  4. concentrarsi sull’aspetto ludico: «dopo un anno e mezzo di viaggio in quelle condizioni, i ragazzi hanno bisogno di tornare a essere ragazzi e di recuperare la fiducia nei confronti degli adulti», dice D’Andrea
  5. raccogliere la storia e dare storia: solo a questo punto si può ricostruire la vicenda biografica del ragazzo e contemporaneamente inserirlo nella storia della città che lo accoglie
  6. raccogliere desideri e sogni insieme all’educazione formale, informale e non formale: «moltissimi ragazzi non hanno alle spalle percorsi di istruzione formale ma sanno e sanno fare molte cose, la formazione informale e non formale va valorizzata»
  7. con in mano questi elementi si può costruire una ipotesi di progetto educativo, che viene sottoposto alla comunità e ai servizi sociali e poi sottoscritto come impegno da parte del ragazzo.

«Tutti gli step sono monitorati: sappiamo ad esempio che per il 54% dei ragazzi sono già stati raccolti i sogni e desideri, mentre il 40% ha già un progetto educativo. Le criticità? Abbiamo raccolto circa 600 segnalazioni da parte dei tutori, inizialmente le problematiche erano legate soprattutto alla dimensione giuridica/legale, col tempo sono più sulla parte progettuale. Molte difficoltà sono emerse nel rapporto con le comunità, prevedibilmente poiché il tutore è una figura nuova e non è semplice gestire la presenza di otto tutori in una comunità con 12 minori. Abbiamo lavorato molto su questo, oggi diverse comunità hanno compreso che il tutore è una risorsa per tutta la comunità». Un secondo punto critico è la scuola poiché «molti ragazzi non hanno la concezione né l’esperienza dello stare seduti. Ci stanno aiutando molto i tirocini di un mese che i ragazzi con più di 16 anni stanno facendo in negozi e piccole imprese: accelerano la padronanza della lingua, la conoscenza del territorio e delle opportunità di lavoro, oltre che a far capire l’importanza della scuola. Ovviamente parliamo di una città in cui la disoccupazione giovanile è al 60%... Qui a Palermo stiamo facendo un lavoro egregio con i tutori volontari, ma… dovremmo attrezzarci per i miracoli».

Un altro di forza è l’aver creato una community dei tutori volontari: «li raduniamo tutti ogni due o tre mesi, è nato un gruppo solidale, ormai si conoscono fra loro, sanno le competenze specifiche di ognuno, di chiamano per consigli. Ad esempio si sono auto-organizzati per migliorare il loro inglese, con un tutore stesso che ha fatto da docente».

FOTO DI © SANDRO ROSI/AG.SINTESI

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