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Migranti

Tutto quello che c'è da sapere per accogliere in affido un minore sbarcato in Italia solo

17 Luglio Lug 2018 1102 17 luglio 2018
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I minori non accompagnati che arrivano soli in Italia hanno bisogno di avere adulti di riferimento per crescere: la nuova legge punta per questo su tutori volontari e affidi familiari. Ad oggi solo il 3% di loro è in affido, benché nove su dieci sceglierebbero proprio questa tipologia di accoglienza. Una guida per sapere come fare

Dembo ha 17 anni ed è ospite di un centro d’accoglienza a Palermo. «Mi manca tanto casa. Sono arrivato in Italia a 16 anni, mi piacerebbe essere ospitato da una famiglia per sentirmi come a casa e avere attorno persone che si prendono cura di me come fossi un figlio o un fratello», dice. I minori come Dembo in Italia al 31 maggio 2018 erano 13.318. Solo il 3,1% di loro sta crescendo in una famiglia: gli altri sono tutti ospitati in strutture di accoglienza. Troppo grandi per l’affido, si pensa, troppo spinto il loro desiderio di autonomia. Eppure nove minori non accompagnati su dieci vorrebbero proprio essere ospitati in una famiglia italiana, come Dembo: così hanno risposto a un sondaggio realizzato da Unicef a maggio su oltre 600 ragazzi migranti e rifugiati, attraverso la piattaforma U-Report on the Move. Solo il 3,1% benché molte coppie e singole persone (ricordiamo che l’affido, diversamente dalle adozioni, è possibile anche ai single) in questi mesi hanno sentito il desiderio di accogliere in famiglia uno dei tanti minori arrivati soli sulle nostre coste. Soltanto ieri, a Pozzallo, sono sbarcati 128 minori non accompagnati. Molti ci hanno scritto per esprimere il loro interesse e capire come fare. Se anche voi avete pensato “perché no?” e volete dare la vostra disponibilità all’accoglienza di un minore non accompagnato, ecco una piccola guida.

I dati
Al 31 maggio 2018 secondo il monitoraggio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali i minori non accompagnati presenti e censiti in Italia erano 13.318, di cui il 58,9% diciassettenni e un altro 25% sedicenni. Sono poco più di un centinaio quelli sotto i 6 anni. Complessivamente il 92,5% sono maschi. Albania, Gambia, Egitto, Guinea e Costa d’Avorio i primi cinque Paesi di provenienza. La gran parte dei minori sbarcati soli in Italia, ben 5.704, sono in Sicilia (42,8%), altri 1.012 (7,6%) in Lombardia, poi Lazio, Emilia Romagna, Calabria, Friuli Venezia Giulia. Secondo Save the Children al 31 dicembre 2017 risultavano essere in affido familiare solo 567 minori stranieri non accompagnati sugli oltre 18.300 accolti in Italia in quella data: nel corso del 2017 sono stati emessi 306 provvedimenti di affido per MNA, di cui la metà riguarda diciassettenni. Sempre secondo i dati riportati da Save the Children le regioni più attive in questo senso sono state Emilia Romagna con 40 provvedimenti (13,1%), Veneto e Piemonte con 24, (7,8%), Toscana con 22 (7,2%), Lombardia con 20 (6,5%). Numeri ancora piccoli, benché la legge Zampa, in vigore dall’aprile 2017, incoraggi proprio l’affido familiare come prima opzione per l’accoglienza dei minori non accompagnati.

I desideri dei ragazzi
U-Report è una piattaforma sperimentata da Unicef per dare voce ai giovani. U-Report on the Move è specifico per minori migranti e rifugiati. Secondo un sondaggio lanciato a inizio anno in Italia e poi replicato a maggio, i minori che vorrebbe vivere in famiglia sono il 90%. «Il 72% dei rispondenti dichiara che preferirebbe essere ospitato in famiglia per ritrovare l'ambiente familiare perso a causa del percorso migratorio, il 16% perché non ama la vita nei centri. Solo il 12% degli intervistati non vorrebbe vivere in famiglia mentre il 13% risponde "non lo so": in questo caso tra le motivazioni ci sono la scelta dell'indipendenza e l'aver trovato un ambiente positivo nel centro d'accoglienza», racconta Anna Riatti, coordinatrice del programma Unicef in Italia per rifugiati e migranti. Fra i ragazzi però «solo il 35% è conoscenza di questa possibilità».

Come fare
Il percorso per accogliere in affido familiare un minore non accompagnato è in linea di massima quello ordinario dell’affido. L’affido di MNA infatti non è una novità ma è già previsto entro la cornice delle leggi di riferimento della materia, la 184/1983 e poi la 149/2001: la legge Zampa, in vigore da un anno, solamente lo incentiva. Il primo passo da compiere pertanto è quello di rivolgersi ai servizi sociali del proprio Comune di residenza o al servizio affidi, che periodicamente realizzano corsi informativi e formativi sull’affido, segnalando la propria disponibilità ad accogliere un minore non accompagnato (è possibile infatti dare disponibilità per accogliere solo bambini piccoli piuttosto che solo adolescenti, piuttosto che appunto un minore straniero). È il servizio sociale che ha il compito di valutare la famiglia o la singola persona per verificare che abbia tutte le qualità necessarie per prendersi cura temporaneamente di un bambino o di un ragazzo. Un’alternativa, per iniziare ad “annusare” questo mondo dell’accoglienza e maturare la propria scelta, è rivolgersi alle reti di famiglie affidatarie che esistono in alcuni territori, fermo restando che l’idoneità è sempre in capo ai servizi preposti. Info su www.tavolonazionaleaffido.it

Cosa bisogna sapere sull’affido di un MNA
Le linee di indirizzo per l’affidamento familiare emanate dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali (allegate in fondo all’articolo) affermano che l’affidamento familiare «rappresenta un intervento utile anche per i MNA purché attivato con una progettualità specifica che tenga ben presente il contesto, gli attori e il progetto migratorio del ragazzo». Questo affido ha la peculiarità di avere a che fare con ragazzi che «chiedono di essere messi presto in condizioni di raggiungere l’autonomia, visto l’approssimarsi della maggiore età» e che sono giunti in Italia «con lo scopo di lavorare per aiutare la famiglia rimasta in patria», spesso «in stretto contatto con i familiari». La famiglia deve sapere che «l’affidamento di un MNA è complesso» e il suo compito specifico «oltre a garantire un ambiente idoneo al suo sviluppo, è chiamata a facilitare la conoscenza del contesto sociale di accoglienza e l’integrazione sul territorio». Tra le raccomandazioni e le indicazioni operative suggerite nelle raccomandazioni, c’è la preparazione delle famiglie attraverso il coinvolgimento delle comunità straniere o delle famiglie straniere presenti sul territorio e l’organizzazione di percorsi specifici di formazione e sensibilizzazione che riguardino anche la storia del paese di origine, la usanze, le abitudini… Nell’affido di un MNA è sempre necessario avere il consenso del minore.

Differenze tra affido e adozione
L’affido è un’accoglienza temporanea di un minore, radicalmente differente in questo da un’adozione: la maggior parte dei minori sbarcati sulle nostre coste è partito con un progetto migratorio preciso ed è in contatto con i suoi familiari. L’affido di MNA ha però anche delle peculiarità rispetto ai tradizionali percorsi di affidamento: «in questo caso gli obiettivi progettuali non sono legati alla riattivazione delle competenze genitoriali dei genitori ma sono centrate invece sul garantire il diritto del minore a crescere all’interno di relazioni familiari, un contesto caldo, attento al singolo individuo, con relazioni che lo accompagnino finché lui abbia garantito il proprio futuro», precisa Liviana Marelli, referente minori del CNCA. Perché non l’adozione per questi ragazzi? Perché l’adozione presuppone la certezza dello stato di abbandono del minore, che va fatta nel Paese d’origine, con tempi lunghi e spesso incompatibili con un arrivo che già sfiora la maggiore età: la verifica dell’adottabilità è una procedura che si avvia per i bambini più piccoli, mentre per i più grandi la via è quella di accompagnarli verso l’autonomia.

I primi progetti sperimentali
Dopo la legge Zampa alcuni territori hanno avviato sperimentazioni innovative e specifiche di affido di minori stranieri non accompagnati, come la Cooperativa Nazareth di Cremona, gli Artiginelli di Monza, Caritas Ambrosiana, il Comune di Torino, la cooperativa Sineresi di Lecco. Fondazione L'Albero della Vita nel settembre 2017 ha avviato il progetto “FORUM. For Unaccompanied Migrant Children”, finanziato dall’Unione Europea, con 8 partner di 7 Paesi, per il potenziamento dell’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati attraverso il trasferimento di conoscenze e buone prassi da organizzazioni che hanno maggiori esperienze di successo nel campo dell’affido per minori stranieri non accompagnati, verso organizzazioni che hanno meno competenze a riguardo. Nel progetto non si fa direttamente formazione con e per gli aspiranti genitori affidatari, ma training per gli operatori del settore dell’accoglienza e della tutela dei minori. L’obiettivo è produrre standard nazionali per l’implementazione dei servizi di affido, nella certezza che «l’accoglienza in famiglia, tramite il servizio di affido, rappresenta la migliore forma per tutelare e integrare i ragazzi nei Paesi di accoglienza». CNCA e Unicef hanno lanciato nei mesi scorsi il progetto pilota Terreferme, che ha già formato in Veneto e Lombardia 260 persone, di cui 50 operatori e un centinaio tra coppie e singoli disponibili all’affido di minori non accompagnati attualmente in accoglienza in Sicilia. I primi dieci ragazzi sono stati individuati e anche le prime 18 famiglie: sono in corso le procedure per l’abbinamento, gli affidi partiranno in estate, in tempo perché i ragazzi possano iniziare la scuola nel nuovo Comune di residenza. L’idea di Terreferme infatti è quella di attuare una corresponsabilità nazionale rispetto all’accoglienza dei minori non accompagnati, che si trovano per il 42% in Sicilia, valorizzando le risorse di accoglienza di altre Regioni. I nuovi corsi di formazione di Terreferme partiranno in autunno.

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