Lorenzo Fontana Foto Di © Remo Casilli:Sintesi Resized
Salute

Allarme droga? Ripartiamo dai servizi: se no sono solo parole

21 Luglio Lug 2018 0900 21 luglio 2018
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Lo sviluppo dei centri diurni e delle comunità terapeutiche è fermo da 20 anni. Il Fondo nazionale azzerato da un decennio. E i nuovi consumi dilagano

Droga e sballo à la carte. Ci sono 600 nuove sostanze psicoattive che, oltre a sfuggire ai controlli, non trovano servizi idonei ad arginare la dipendenza. Perché i servizi antidroghe sono rimasti al palo. Il cortocircuito storico è evidente e riguarda ben più dell’allarme “ritorno eroina” che ultimamente riempie le pagine dei giornali locali da Milano Rogoredo a Prato, dalle periferie di Roma ai quartieri di Napoli.

«Con le smart drugs, il gioco d’azzardo e il policonsumo il fenomeno delle dipendenze aumenta e si aggrava, ma le reti pubblico-private di contrasto sono bloccate a 20 anni fa», è lapidario, ma non potrebbe essere altrimenti, Riccardo De Facci, responsabile dipendenze del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, composto da 300 enti di cui 150 dedicati alla lotta alle droghe che gestiscono 200 comunità terapeutiche e 500 altri servizi non residenziali come ambulatori, unità mobili, centri d’ascolto e di prevenzione.

«Il problema di fondo è lo scarto tra le Regioni dove i servizi sono tanti e funzionanti e quelle che invece arrancano», sottolinea De Facci. «La Lombardia è al top con 14 tipologie specialistiche — per esempio centri di doppia diagnosi, cronicità, madri tossicodipendenti con bambino — la Calabria ne ha solo due, e sono vecchio stampo», ovvero comunità terapeutiche e Sert, Servizi per le tossicodipendenze. C’è purtroppo un enorme gap di qualità tra Nord e Sud, in particolare anche Sicilia, Puglia e Campania dove il budget è limitato e ci sono comunità piene solo al 50% anche di fronte a migliaia di potenziali richieste. Ovvero, persone che avrebbero bisogno di terapia di recupero dalle dipendenze che non possono accedere per ragioni di cassa.

I dati dell’Osservatorio Fict, Federazione italiana comunità terapeutiche (l’altra grossa rete nazionale, con 600 servizi attivi, di cui 400 sono comunità o centri diurni, e 56mila persone prese in carico), incrociati con l’annuale Relazione al Parlamento del Dipartimento politiche antidroga, sono implacabili: su 143mila tossicodipendenti in carico presso i Servizi pubblici solo 15.563 hanno la possibilità di accedere alle comunità terapeutiche, l’11%, poco più di uno su dieci. In totale però sono 460 mila le persone in Italia bisognose di trattamento terapeutico per una dipendenza, «ma sono solo quei 143mila che vengono e ettivamente trattati dai servizi, il 30%. E di questi, 120mila sono in cura per eroina come prima sostanza. Ben pochi sono seguiti per la dipendenza da sostanze psicoattive: neurolettici, antidepressivi, anche sciroppi che si trovano facilmente in internet», speci ca Luciano Squillaci, presidente della Fict. La nona edizione del Libro Bianco, uscita il 26 giugno per la Giornata internazionale contro l’abuso di stupefacenti e promossa da un vasto gruppo di enti del privato sociale, contiene indicazioni nette: «La nuova realtà dei consumi rimane in larga parte sconosciuta perché è carente, se non assente, la ricerca ufficiale in merito». Ancora: «I servizi si sono negli anni impoveriti, con gravi carenze di personale che penalizzano soprattutto gli interventi psicosociali e di riduzione del danno».

La politica, in tutto questo, ha perso anni di strada dopo le conquiste dei primi anni del nuovo Millennio: il Fondo nazionale per la lotta alla droga è a quota zero da un decennio, la Conferenza nazionale sulle droghe non viene convocata da 11 anni. «Il Dipartimento è attivo ma in mancanza di un referente politico forte deve limitarsi all’ordinario», indica Squillaci. Con il nuovo esecutivo torna dopo anni la delega alle dipendenze, assegnata al ministro di Famiglia e disabilità Lorenzo Fontana (in foto). «C’è una deriva culturale in atto che va argi- nata: negli anni gli operatori dei ser- vizi sono stati portati a trattare le dipendenze meramente dal punto di vista sanitario, psichiatrico e del bilancio ma questo è un grave errore», interviene Franco Taverna, coordinatore nazionale di Fondazione Exodus.

Che postilla: «La centralità va ridata all’educazione, che deve avere un valore strategico di prevenzione proprio partendo da quei presìdi tradizionali della società civile, come oratori e ogni altro centro aggregativo». Un compito educativo e relazionale che «ai politici oggi non sembra interessare», chiude De Facci, «ma speriamo di essere smentiti presto».

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