Sergio Marchionne Malato
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Marchionne, un bene per la Fiat non per Torino

23 Luglio Lug 2018 1626 23 luglio 2018
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È mancato oggi Sergio Marchionne. L’analisi di Marco Revelli, storico, sociologo, politologo e profondo conoscitore della città sull'azione del manager. «Ha fatto probabilmente quello che poteva con i vincoli di contesto che aveva. Ma dopo una prima fase di luna di miele, la sua azione di amministratore ha avuto un prezzo altissimo in termini sociali per i lavoratori e ha reso Torino una periferia industriale»

Sergio Marchionne è mancato oggi all'età di 66 anni dopo un ricovero all'ospedale di Zurigo in cui era entrato il 27 giugno scorso. I media lo salutano come l'uomo che ha salvato l'auto italiana. In effetti dal 2004, da quando cioè Marchionne si è messo al timone della Fiat, il primo gruppo industriale italiano, considerato tecnicamente fallito, è diventato uno dei primi sette gruppi al mondo nella produzione di autoveicoli. Un risultato eccezionale. Ma quando e come ha beneficiato Torino di questa rinascita della sua industria simbolo? Ne abbiamo parlato con lo storico, sociologo e politologo Marco Revelli


Marco Revelli

Non si sanno informazioni certe sulle condizioni di Sergio Marchionne, se non che sia in fin di vita…
Per questo vorrei fare una premessa: ci vuole un estremo rispetto umano per le condizioni di una persona. È molto difficile discutere freddamente sul bilancio di un operato nel campo delle politiche industriali quando una persona è in una condizione così difficile e di estrema sofferenza. Credo che questo vada sottolineato per chiunque. Che sia il migrante che naufraga o il manager che è in coma in ospedale.

Da dove partire per fare questo bilancio dell’operato di Sergio Marchionne al timone Fiat?
Dal punto di vista della valutazione oggettiva del suo operato in questi 14 anni in cui è stato il capo di quella che era la più grande industria italiana e forse era l’industria italiana credo che la valutazione debba essere differenziata per fasi.

Qual è la prima fase?
Quando il manager Sergio Marchionne è stato chiamato ad un’impresa pressoché disperata. Cioè quella di rilevare un gigantesco gruppo industriale tecnicamente fallito e tentare di mantenerlo in vita. È la fase di maggior feeling di Marchionne con la città, nella quale tutte le componenti della Torino industriale, dagli operai alle classi dirigenti, hanno registrato un radicale cambiamento di stile. La Fiat era una monarchia pesante, carica di simboli del potere e di pratiche formali da rito spagnolo. Marchionne rovescia tutto questo come un calzino. Non solo rinnova radicalmente il quadro dirigente ma introduce uno stile informale, dal maglioncino alle scarpe da tennis.

Una differenza di stile che viene anche dalle sue umili origini, che non ha mai nascosto e anzi rivendicato più volte con orgoglio. Un vero terremoto in casa Fiat…
Per certi versi è una novità nella liturgia Fiat che si era sempre circondata di aristocratici. Anche se il loro quadro dirigente lo avevano sempre scelto tra i capaci. Anche Valletta non aveva quarti di nobiltà. Ma indubbiamente c’era un’aura di snobismo nell’establishment Fiat che Marchionne con le sue origini e il suo stile supera e cancella. Questo viene percepito. Marchionne cerca il confronto con tutti i sindacati. Si direbbe che immaginasse l’idea che la Fiat potesse salvarsi solo con l’adesione convinta di tutte le componenti. Questa fase è di luna di miele con Torino che spera che almeno quello che restava allora della Fiat si salvasse. Mirafiori era ancora parzialmente popolata e alcuni prodotti di massa erano ancora fatti a Torino.

Poi le cose cambiano?
Sì, arriva la fase dei diktat nei confronti delle maestranze che porteranno ai referendum di Pomigliano e Mirafiori del 2010 che avevano come oggetto la riorganizzazione del lavoro. Queste vicende segnano un cambiamento radicale. Quello che viene detto allora era che era la condizione prendere e lasciare per sopravvivere. Un aut aut ottocentesco che era necessario nella nuova strategia elaborata che non vedeva più la gestione della Fiat come gruppo a baricentro italiano ma nell’ottica di una fusione con Chrysler. Un modo per stare dentro le nuove condizioni che la crisi iniziata nel 2008 poneva. C’era stata questa opportunità di unirsi con uno dei più grandi gruppi americani costruendo così, quasi a costo zero grazie a politiche attive di Obama che prestava i soldi per l’operazione, un gruppo che per volumi potesse stare nella competizione globale. Ma per poterlo fare bisognava offrire condizioni di lavoro totalmente livellate sullo standard americano. Quindi una livella verso il basso per stipendi e tutele. Senza la pelle dei sindacati riottosi l’operazione non si sarebbe fatta. Con grande durezza e lucidità Marchionne ha fatto la sua scelta.

Però ha salvato l’industria, o no?
Con quella operazione la Fiat è scomparsa. Quella operazione ha sancito il salvataggio dell’azionista di riferimento che ha mantenuto il posto di comando. L’alternativa era un’industria gestita dalle banche, e sarebbe stato peggio. Gli Agnelli diventano proprietà apolide con uffici legali in Olanda, fiscali a Londra e produttivi a Detroit. Per Torino significa la marginalizzazione come sede produttiva. È vero rimangono alcune funzioni alte ma non è più il centro dell’impero. E Mirafiori non si è salvata ed è entrata in un limbo. È un salvataggio simbolico. Ma è di fatto un vuoto industriale. E con l’esaurimento della Alfa Mito ancora di più. Ci sono in organico solo 3600 dipendenti. Un albero cavo. Come Pomigliano che boccheggia tra lunghe fasi di cassa integrazione e organici dimezzati. Nel momento in cui il testimone in questa accelerazione drammatica passa al novo Ad, inglese di nascita e americano di vocazione, e che in Italia non ha alcuna radice si accentua ulteriormente questa tendenza alla marginalità

Marchionne poteva fare diversamente?
Forse con l’obbiettivo e i vincoli che aveva no. Il primo vincolo era la taccagneria degli azionisti di riferimento che non erano disposti a investire soldi di famiglia. I grandi gruppi industriali che hanno attraversato in modo vitale le crisi hanno investito forti cifre, come la Ford. Gli Agnelli non erano disposti a investire neanche una minima parte del patrimonio famigliare. Poi c’erano vincoli determinati dalla politica italiana che è stata molto generosa di regalie e finanziamenti alla Fiat che è sopravvissuta grazie a queste fino alla fine degli anni 90. Parlo d trasferimenti a fondo perduto costanti. Ma non c’era una politica industriale. È difficile ricostruire senza una politica industriale nazionale. Il terzo vincolo erano le banche che non vedevano l’ora di mettere le mani su quel colosso caduto per farne spezzatino. Forse ha fatto ciò che le condizioni sistemiche rendevano necessario. Forse potevano esserci alleanze diverse rispetoo alla fusione con Chrysler. Fu un coniglio afferrato dal cilindro su cui è stato molto abile. Da professionista ciò per cui era stato assunto l’ha fatto. Ma il bilancio sociale non è in attivo.

Però è meglio così che il fallimento è la chiusura…
Si, si può sempre dire questo. Ma a quei 29 mila dipendenti sono stati somministrati un trattamento e una cura micidiali. Tra incertezze, tagli del reddito e cassa integrazione. Tagli alla dignità dei lavoratori che sono stati considerati proprietà del loro signore come in età feudale e a cui è stato chiesto di auto spogliarsi di diritti, di margini di autonomia. Un prezzo molto alto per Torino in cui questi anni sono stati anni di ulteriore deindutrializzazione. Non si spiegherebbe altrimenti il voto amministrativo di tre anni fa con l’avvento dei 5 stelle e la liquidazione del precedente establishment politico rappresentato da Piero Fassino che considerava buono tutto ciò che faceva Fiat raccontando una storia molto distante dalla realtà di chi stentava a far quadrare i conti famigliari. Questa è stata Torino dal 2010 in poi.

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