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Migranti

Un minore non accompagnato in affido? Pronte le prime 18 famiglie

23 Luglio Lug 2018 1159 23 luglio 2018
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Solo il 3% dei minori non accompagnati oggi sono in affido in famiglia: si pensa spesso non sia la scelta giusta per un diciassettenne con alle spalle un percorso di migrazione tanto duro. Invece 9 ragazzi su 10 lo preferirebbero alla comunità. Terreferme è un progetto pilota che ha già formato 260 persone: obiettivo 50 ragazzi affidati a una famiglia entro la fine del 2018. Selezionati i primi 10 ragazzi

Il più piccolo ha 14 anni, il più grande ne ha appena compiuti 18 ed è in prosieguo amministrativo. Ci sono anche due sorelle, di 11 e 15 anni. Sono dieci complessivamente, prevalentemente maschi, arrivano tutti dall’Africa: Egitto, Costa d’Avorio, Mali, Gambia. Sono i primi minori non accompagnati che dalla Sicilia andranno in affido in famiglie della Lombardia e del Veneto, grazie al progetto Terreferme. Sono già 260 le persone formate tra coppie, singoli e operatori e le prime 18 famiglie sono state dichiarate idonee, avendo terminato il percorso di selezione fatto dai soggetti preposti. Il matching tra famiglia e ragazzo è stato fatto, ora sono in corso le procedure per perfezionare l’abbinamento, così che gli affidi possano partire tra la fine di luglio e l’inizio di settembre, in tempo perché i ragazzi possano iniziare la scuola nel loro nuovo paese. L’idea di Terreferme infatti è quella di attuare una corresponsabilità nazionale rispetto all’accoglienza dei minori non accompagnati, che si trovano per il 42% in Sicilia, valorizzando le risorse di accoglienza di altre Regioni: altri corsi di formazione partiranno in autunno.

«Queste 18 famiglie sono soltanto le prime, quelle che erano disponibili ad accogliere un ragazzo fin da subito. La risposta è stata ottima e tutte le famiglie formate continueranno a ritrovarsi se lo vorranno, gli operatori territoriali lavoreranno in questa direzione: per continuare a formarsi o per appoggiare le famiglie che hanno già un minore in affido», commenta Liviana Marelli, referente minori per il CNCA. Terreferme è un progetto promosso da CNCA e Unicef in collaborazione con il Garante dei diritti dei minori del Comune di Palermo, Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Ministero dell’Interno, AGIA, ANCI, AIMMF. L’obiettivo è di realizzare 50 affidi nel contesto del progetto pilota, costruendo un modello operativo validato e replicabile: dimostrare cioè che l’affido in famiglia di un minore non accompagnato è possibile e renderlo una prassi operativa, replicabile anche in altri luoghi. La corresponsabilità nazionale è un tratto peculiare del progetto, dal momento che - come detto più volte – i minori non accompagnati si trovano per lo più in Sicilia e redioni del Sud, mentre la disponibilità di famiglie affidatarie è più elevata al Nord.

I ragazzi candidati all’affido sono stati individuati da un team composto dagli assessori sociali del Comune di Palermo, operatori delle comunità di accoglienza, operatori territoriali del progetto. «Questo team analizza la situazione del ragazzo, la sua condizione oggettiva pregressa e attuale», spiega Marelli. Ogni candidato è stato ascoltato: «perché è fondamentale coinvolgerlo, avere la certezza che capisca bene cos’è l’affido, capire se aderisce al progetto». In questo momento gli operatori e le famiglie stanno studiano le modalità per la conoscenza con il ragazzo, conoscenza che precederà l’accoglienza vera e propria: foto, skype… le modalità sono diverse. «Fermo restando che ogni ragazzo sarà poi accompagnato all’accoglienza e all’incontro vero e proprio con la famiglia, i ragazzi non sono “pacchi” spediti dalla Sicilia al Veneto o alla Lombardia».

«Per i ragazzi l’accoglienza in affido sarà un’opportunità fantastica di inclusione: essere seguiti in modo prossimo da adulti molto inseriti nei contesti sociali in cui vivono apre ovviamente opportunità e il CNCA ha fatto un lavoro fantastico di mappatura delle risorse offerte dal territorio. Parallelamente occorre lavorare per rafforzare le competenze degli enti locali sull’affido di minori non accompagnati, perché fino ad oggi si è privilegiata l’accoglienza nei Centri: occorre preparare gli operatori affinché preparino minori e famiglie a questi percorsi», riflette Anna Riatti, coordinatrice del programma dell’Unicef in Italia per migranti e rifugiati. «Il valore aggiunto di questo progetto pilota sta nella definizione del processo, è un progetto pilota a livello mondiale, contribuirà all’agenda regionale e globale».

Proprio Unicef a gennaio e poi a maggio ha realizzato un sondaggio su oltre 600 ragazzi migranti e rifugiati, attraverso la piattaforma U-Report on the Move: a maggio nove minori non accompagnati su dieci hanno detto che vorrebbero essere ospitati proprio in una famiglia italiana, preferendola di gran lunga al centro di accoglienza o alla comunità (erano 8 su 10 a gennaio). Un’opzione di cui però solo il 35% dei MNA è a conoscenza. Il 72% dei minori che hanno risposto al sondaggio, preferirebbe vivere in famiglia per ritrovare l’ambiente famigliare perso a causa della migrazione, il 16% perché non ama la vita nei centri. Solo il 12% non vorrebbe vivere in famiglia per una questione di indipendenza o perché nel centro di accoglienza si è trovato bene. A fronte di questi desideri, la realtà dice che ´dati raccolti da Save the Children) solo il 3,1% dei MNA è in affido, benché molte coppie e singole persone (ricordiamo che l’affido, diversamente dalle adozioni, è possibile anche ai single) in questi mesi hanno sentito il desiderio di accogliere in famiglia uno dei tanti minori arrivati soli sulle nostre coste (qui la guida si tutto quello che occorre sapere per accogliere in affido un minore non accompagnato).

Ma perché l’affido in famiglia come risposta al bisogni di tutela di un minore non accompagnato è una soluzione così poco praticata? «Le ragioni sono molte. L’impatto di flussi migratori importanti ha costretto a privilegiare soluzioni di emergenze e di prima accoglienza, anziché misure a lungo termine, inoltre il processo dell’affido è complesso, richiede un forte meccanismo di coordinamento tra tutte le istituzioni chiave (servizi sociali, tribunali minorili, prefetture, tutori…», continua Riatti. Eppure l’affido «è un’ottima soluzione. La prima è ragione è che lo vogliono i ragazzi», afferma Riatti. «Dal punto di vista del diritto, perché il diritto alla famiglia fa parte della CRC ed è contemplato come forma da privilegiare anche dai vari commenti generali del Comitato sui diritti dell’Infanzia per minori non accompagnati. L’affido infine può colmare alcune lacune della struttura di protezione dei MNA: la mancanza di un ambiente familiare in cui crescere, così importante per lo sviluppo di relazioni interpersonali, la collocazione di MNA in centri di accoglienza temporanei non strutturati ed idonei a ospitare adolescenti per un lungo periodo, l’accesso limitato e difficoltoso dei MNA all'assistenza sanitaria di base e al sostegno psico-sociale, ma anche l’educazione e le opportunità lavorative che potrebbero diventare più accessibili se seguiti da famiglie e operatori professionali».

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