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Minori in istituto? Nel mondo sono 2,7 milioni. E l’80% ha una famiglia

1 Agosto Ago 2018 1510 01 agosto 2018
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L’adozione può essere la risposta per la protezione dei diritti di questi minori? «Sì, a patto che siano assicurate le corrette informazioni e l'accesso alle origini», sostiene Mia Dambach, direttore dell’International Social Service sul numero di VITA in distribuzione. L’intervista

Quanti sono nel mondo i bambini senza una famiglia? Il calo delle adozioni internazionali nel mondo è conseguenza di una riduzione dei bisogni dei bambini abbandonati, oppure no? Per ragionare di adozione internazionale e della sua attualità, non si può prescindere da uno sguardo globale: ecco il punto di vista di Mia Dambach, direttore dell’International Social Service, una ong fondata nel 1924.


Mia Dambach

Al meeting EurAdopt lei ha parlato di 2,7 milioni di bambini che vivono in un istituto. È così?
Esatto. Ovviamente non significa che tutti questi minori siano adottabili: una percentuale fra l’80
e il 90% di essi ha una famiglia e la grandissima maggioranza è in istituto per ragioni connesse alla povertà. Se vogliamo affrontare la questione della protezione dei minori dal punto di vista del diritto dei bambini, quindi, dobbiamo essere certi di aver provato a supportare le famiglie, incluso — ove questo sia possibile e sia il best interest del minore — a reinserirli nello loro famiglie. Quel che è certo però è che un bambino non può trascorrere la maggior parte della sua vita in un istituto, perdendo l’opportunità di avere l’amore, di una famiglia adottiva.

Nella scelta per l’abbandono si sovrappongono molte ragioni e il tema del consenso all’adozione diventa estremamente delicato e complesso... che fare?
Qui c’è un problema. Molte famiglie con il consenso intendono: “Non posso prendermi cura di mio figlio, perciò per essere sicura che qualcun altro gli dia cibo e istruzione, lo affido alle cure residenziali, con l’idea che sia una cosa temporanea”. Non dicono: “Voglio che qualcuno di un altro Paese lo adotti”. In Vietnam ad esempio abbiamo chiesto alle madri biologiche perché avevano abbandonato: le risposte sono molteplici, ma il tipping point è “era diventato troppo”. Se si intervenisse in questo momento con un supporto temporaneo, forse la scelta non sarebbe l’abbandono. Nel caso della disabilità ad esempio, se la famiglia ha la possibilità di un break, venendo affiancata da famiglie che temporaneamente si prendono cura del bambino — in Russia c’è un programma fantastico, con famiglie di supporto che nel weekend vanno a vivere a casa della famiglia in difficoltà — può essere che non si arrivi alla scelta di abbandono. È importante che gli Stati diano un’alternativa.

Lei insiste molto sulla necessità di raccogliere quante più informazioni possibili nella cartella adottiva del minore. E quando queste informazioni non ci sono? Significa che da alcuni Paesi bisogna avere il coraggio di andarsene?
Assolutamente. Avere informazioni a sufficienza è un obbligo internazionale, una responsabilità prevista dalla Convenzione dell’Aja. Quando lavoriamo con i Paesi di origine dobbiamo dire “le informazioni che ci date non sono sufficienti”: se non lo sono, l’adozione non si conclude. Non essere preparati a quello specifico bambino, non conoscere i traumi che ha subito è un problema, ad esempio non consente di comprendere i comportamenti del bambino: le informazioni servono per avere adozioni più solide. L’altro tema riguarda l’accesso alle origini…


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