Elena Mazzi Reflecting Venice 2012 2014 Ph Marco Di Giuseppe Venice
Cultura

Innovazione e coesione, l’arte al lavoro

2 Agosto Ago 2018 1027 02 agosto 2018
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Portare gli artisti nelle aziende, con percorsi di discontinuità creativa. L’esperienza d’avanguardia della Fondazione Casoli, che quest’anno ha premiato Elena Mazzi. E si è raccontata in un libro

Quando un artista entra in azienda quello che importa è che non ci sia nulla di scontato. Elena Mazzi, nata nel 1984 a Reggio Emilia, ha messo piede negli spazi di Elica, impresa leader nel mercato delle cappe da cucina, per lavorare con 20 dipendenti sul tema della distorsione dei messaggi.

Ha preso una serie di parole ricavate dai volumi donati al fondatore Ermanno Casoli e custoditi in azienda. Da lì ha accompagnato le persone a fare esperienza delle alterazioni che quelle parole subivano nel passaggio dal mittente al destinatario. Ogni messaggio infatti deve fare i con- ti con fattori di disturbo, anche se “abita” contesti omogenei e comunica tra componenti che appartengono ad una stessa comunità.

L’arte sul luogo di lavoro come fattore di discontinuità capace di ridisegnare le relazioni

Sin qui, a parte l’intelligenza del percorso e della riflessione che ne è derivata per i partecipanti e per chi ha assistito, non si coglie ancora il segno artistico di questa operazione. C’è infatti un tocco aggiuntivo che va raccontato: Elena Mazzi infatti ha raccolto oggetti in disuso rintracciati in azienda e ha chiesto ai dipendenti coinvolti (che sono manager delle varie divisioni) di costruire liberamente con quei pezzi dei rudimentali strumenti di comunicazione: telefoni senza fili, rudimentali megafoni e così via. Praticamente un gioco, che convergerà alla fine in un’installazione, una sintesi artistica e quindi poetica, realizzata dalla stessa Elena Mazzi. L’arte contemporanea ci ha abituati alla trasfigurazione di oggetti comuni, che vengono riconsiderati in nuovi contesti o attribuendo a essi nuove funzioni.

Elena Mazzi, vincitrice del Premio Casoli 2018

Elena Mazzi è la vincitrice del XVII edizione del premio indetto ogni anno dalla Fondazione Ermanno Casoli, per «l’interesse da lei dimostrato verso le pratiche dell’arte partecipativa o “context specific”», come ha spiegato il direttore Marcello Smarelli. La Fondazione si è affermata in Italia come modello di riferimento all’avanguardia nel campo della formazione aziendale attraverso l’arte contemporanea. È un’istituzione pioniera nell’indagare le potenzialità del dialogo fra arte e industria. Prende il nome da quello del fondatore di Elica, amante dell’arte e artista lui stesso; un uomo che faceva il veterinario e che ad un certo punto non ha avuto paura di cambiare professione e vita, imparando ad armeggiare il trapano per fare le cappe. Un’intuizione che poi ha fatto molta strada, facendo di Elica un gioiello industriale nel territorio marchigiano.

Il percorso di Fondazione Casoli è stato ora raccolto in un libro. La semplice narrazione delle tante esperienze fatte in questi anni in numerose aziende ne fa naturalmente uno strumento di grande interesse. In realtà il senso del libro va oltre: è un’indagine sulle potenzialità sorprendenti che l’incrocio tra arte e contesto aziendale può generare, per l’una e per l’altro. Innovare l’impresa con l’arte è stato scritto a tre mani da Deborah Carè, People & Knowledge manager di Elica, da Chiara Paolino, ricercatrice di organizzazione aziendale in Università Cattolica e da Marcello Smarelli. L’arte sul luogo di lavoro è sempre stata catalogata come fattore di abbellimento, una sorta di cosmesi degli ambienti. Ora siamo di fronte ad una concezione molto diversa e decisamente più strategica.

L’arte viene vista come fattore sano di discontinuità, chiamato «a generare una “rottura” e poi una “ricucitura” per creare una percezione più ricca» del proprio lavoro e dell’identità aziendale. Creatività, impegno sociale, innovazione sono gli esiti sui quali si può misurare il valore di questa contaminazione, che in un primo momento può avere un effetto destabilizzante.


Il progetto “Mass age, message, mess age” che è stato sperimentato negli spazi di Barriera Milano a Torino. I partecipanti avevano costruito telefoni senza fili di color rosso, perchè tra le parole messe alla “prova” c’era anche “rivoluzione”

Sono naturalmente di grande efficacia le narrazioni dei percorsi fatti in occasione delle precedenti edizioni del Premio Casoli (non solo nell’azienda madre ma anche in altre aziende del territorio). Nel 2014 il vincitore Danilo Correale ha proposto un progetto che prevedeva una partita di calcio a tre porte. Si tratta di una disciplina sportiva inventata da un artista danese, Asger Jorn, pensata per superare lo spirito di competizione del calcio tradizionale. Il calcio a tre porte incentiva atteggia- menti diversi di aggregazione e di cooperazione, stimolando la formazione di alleanze strategiche elastiche. Correale ha dato forma e identità a tre squadre, con i dipendenti di altrettante aziende questa volta del territorio senese. Nel 2015 il premio è stato vinto invece da un artista cinese, Yang Zhenzhong, con un progetto realizzato nella fabbrica di Elica a Shengzhou. Decine di dipendenti hanno lavorato travestiti con una maschera che riproduceva le loro sembianze. Un semplice dispositivo straniante grazie al quale le azioni di ogni giorno hanno assunto una forma inaspettata. Il lavoro si è trasformato quasi in un fatto teatrale, ripreso anche in un video: i gesti hanno assunto la grazia di una danza, e il tutto ha assunto un sorprendente aspetto molto lirico.

Sono tutti percorsi in cui il riferimento alla categoria di bel- lezza non sparisce affatto ma ricompare del tutto rinnovato. Il bello sta nella capacità di ricomporre fratture, di trasformare eventi sfortunati, di guardare ai conflitti come opportunità di ricomposizione più avanzata.

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