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Emergenze

Profughi, in Bosnia la nuova Idomeni della vergogna europea

2 Agosto Ago 2018 0900 02 agosto 2018
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Tra i due centri di Bihac e Velika Kladusa, al confine con la Croazia che non vuole lasciare passare nessuno, 2mila persone in continuo aumento aspettano il momento giusto in condizioni disumane. Come al confine greco-macedone, essenziale l'aiuto di gruppi di volontari autonomi a fianco del presidio della Croce rossa

Ieri erano l’isola di Lesbo, Idomeni, Belgrado, Atene. Oggi la nuova frontiera dell’Europa dai confini chiusi a chi fugge da guerre e privazioni si chiama Bihac: è in questa piccola, turistica cittadina al confine nord della Bosnia Erzegovina e nella vicina Velica Kladusa, a due passi dalla Croazia e dalle maestose cascate del Parco nazionale di Plitvice, che sono ammassate in strutture fatiscenti almeno 2mila – in continuo aumento – persone di ogni età in fuga soprattutto da Medio Oriente e Sud Est asiatico verso l’Europa dei diritti umani. Che però oggi è l’Europa della chiusura in sé stessa, incapace di trovare soluzioni adeguate alla richiesta d’aiuto di queste persone e presa al proprio interno da pulsioni sovraniste, Italia compresa.

Non che nei quattro luoghi citati poc’anzi l’emergenza sia rientrata del tutto: le presenze sono ancora più che tangibili. Ma a Bihac l’urgenza di fare qualcosa è ancora più eclatante perché le persone “vivono tra tende, container e edifici dismessi in condizioni devastanti senza una prospettiva se non quella, prima o poi, di superare la frontiera e continuare la strada verso gli Stati dell’Europa centrale”, spiega la 64enne Lorenza Fornasir, psicologa in pensione che con suo marito Gian Andrea Franchi, ex professore di Filosofia di 82 anni, per la quarta volta in un paio di mesi partirà tra pochi giorni da Trieste – dove vive da meno di due anni, dopo una vita passata a Pordenone anche come attivista per i diritti umani - per il confine croato-bosniaco per portare aiuti umanitari raccolti grazie a un appello tra amici e conoscenti “che ci ha permesso di raccogliere 5mila euro in tutto”. Ancora una volta, quindi, il volontariato informale si auto-organizza in modo celere e proficuo per tamponare i disagi dei profughi, risultando fondamentale per la gestione del problema laddove le autorità faticano a organizzarsi.

“L’emergenza è scoppiata tra aprile e maggio. Da allora ci sono persone, comprese famiglie con bimbi molto piccole, bisognose di appoggio”, continua Fornasir. “C’è chi prova anche dieci volte a passare la frontiera, prima o poi ci riesce. Ma dopo non è finita l’odissea, anche in Slovenia e al passaggio in Italia si rischia di essere rimandati indietro, è successo ultimamente che da Trieste stessa alcuni fossero rimandati indietro senza dare il tempo di fare la richiesta d’asilo”. A chi si appoggiano i volontari italiani? “A volontari locali e ad alcune piccole ong presenti come No name kitchen e One bridge to Idomeni”, spiega Franchi, che elenca le maggiori nazionalità presenti: “afghani, pakistani, iracheni, iraniani, curdi sia di Turchia che di Iraq o Siria, ma anche provenienti dagli altri Paesi arabi”.

Sono persone di ogni estrazione sociale, in viaggio da mesi e coscienti di quello che hanno ancora da compiere per arrivare a un luogo più sicuro. “Ma non tutti si rendono conto che la situazione negli Stati europei è cambiata e l’accoglienza è oggi messa a dura prova”, sottolinea Greta Mangiagalli, 24 anni, prima volontaria poi cooperante per Ipsia, l’ong delle Acli, presente a Bihac con due ragazzi in servizio civile per progetti di tutela ambientale che però da mesi passa ogni suo momento disponibile tra i profughi raccolti attorno al Ðački Dom, la struttura su una collina appena fuori dal centro di Bihac in cui è presente la maggior parte delle persone. “Diamo tra gli 800 e mille pasti giornalieri e cerchiamo di tamponare le emergenze”, spiega Mangiagalli, “collaborando con la Croce rossa che è l’ente a cui la municipalità di Bihac ha chiesto di gestire la situazione”. Quando raggiungiamo al telefono la cooperante la situazione ha subito da poche ore un cambiamento importante: “l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni (ente da qualche anno sotto l’egida dell’Onu), che prima era presente a Bihac ma senza un ruolo di primo piano, ha appena riaperto un vecchio albergo e ha trasferito lì un centinaio di famiglie”, spiega. “Per loro la situazione ora è migliore, ma resta molta gente al Dom in una struttura mai terminata e precaria dove a causa del nervosismo e della stanchezza non passa giorno senza momenti di forte tensione”.

Anche Mangiagialli, fra le prime persone a individuare in città l’arrivo dei profughi lo scorso aprile – prima insediatisi in un’altra struttura fatiscente in pieno centro in riva al fiume, ora sgomberata – riporta i casi di persone che hanno provato svariate volte a passare senza esito, “ma anche alcuni, in particolare iraniani, con i quali ho stretto un rapporto di conoscenza mentre erano qua. Persone colte, laureate, che sono scappate dalle rigide limitazioni alla libertà personale del proprio Paese che sono riusciti a passare Croazia, Slovenia e Italia e via Ventimiglia sono ora arrivati in Francia”. Affidandosi a passeur, trafficanti, oppure provando in modo autonomo. “Hanno camminato per decine di chilometri nei boschi di Croazia e Slovenia, perché è oramai acclarato che abitanti di quei posti appena vedono supporti profughi in città lo segnalano alla Polizia che li prende e li riporta alla frontiera”, sottolinea amaramente.

Quale scenario? Cambiando di giorno in giorno, la situazione tra Bihac e Velika Kladusa, dove le persone sono ancora di più lasciate a se stesse, è sempre drammatica. Nel pieno della stagione turistica, un’altra macchia indelebile di diritti negati che l’Europa annovera nella propria storia di Unione nata su ideali di solidarietà che ora sono stati completamente dimenticati.

Foto credit: pagina facebook della Crocerossa di Bihac, Crveni križ grada Bihaća

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