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Minori non accompagnati in fuga dalle comunità: ecco dove vanno

3 Agosto Ago 2018 1030 03 agosto 2018
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Sono 4.570 i msna irreperibili dopo l'identificazione: un numero ancora molto alto nonostante la diminuzione degli arrivi sulle coste italiane. Vita.it ha chiesto ad alcuni esperti di ricostruire il viaggio di questi ragazzi una volta che fanno perdere le loro tracce, con il rischio sfruttamento dietro l'angolo

Il numero dei minori stranieri non accompagnati (msna) arrivati in Italia nel 2018 è in netto calo, questo è un dato certo. Da gennaio a fine luglio 2018 sono meno di 2300 a fronte dei 15.700 del 2017 e del record di 23mila dell’anno precedente. Una diminuzione in linea con il drastico calo generale di flussi - i minori sono rimangono attorno al 13-15% degli arrivi totali – ma che fa il paio con il dato oggi più preoccupante, denunciato dall’ong Save the children nel recentissimo rapporto Piccoli schiavi invisibili: sono 4570, a metà 2018, i msna registrati all’arrivo di cui però si sono perse le tracce, perché fuggiti dalla comunità o comunque resosi irreperibili. Quasi 5mila poco più che adolescenti - l’età media si attesta a 16 anni - in balia dei gravi rischi della vita in strada da “invisibili”. A fronte di 13.151 minori non accompagnati oggi ospitati nelle comunità d’Italia (scaricabile in coda a questo articolo il rapporto ministeriale aggiornato al 30 giugno 2018), il 40 per centro di loro nella sola Sicilia.

Ma che fine fanno i minori che diventano invisibili? “Ci sono tre piste principali”, risponde Raffaela Milano, direttrice Programmi Italia-Europa di Save the children Italia e collaboratrice del team che ha portato, nella precedente legislatura, all’approvazione parlamentare della legge Zampa sui msna. “La prima è di coloro che all’arrivo in Italia hanno già come meta un altro Paese europeo e quindi sono già in contatto con la rete di trafficanti che li porterà alla meta, spesso concordata dalle famiglie che pagano il viaggio del minore”, spiega Milano. Non è assolutamente un percorso sicuro, ma rispetto alle altre due possibilità è presumibilmente quello con meno rischi di sfruttamento: il secondo caso, infatti, “è il minore che abbandona la comunità, spesso quando non è in grandi città, per raggiungere metropoli come Torino, Milano o Roma: qui cerca subito dei lavori che gli permettono di guadagnare, perché la pressione familiare dal Paese d’origine è spesso enorme”, e non inviare nulla a casa significa vanificare l’ “investimento” drammatico del fare partire il proprio figlio alla ricerca di miglior fortuna. “Già questa seconda opzione è rischiosa per lo sfruttamento lavorativo, così come lo è l’ultima, ovvero la sparizione del minore nella tratta vera e propria, quella lavorativa così come quella sessuale”. Molte volte, in casi come questi, c’è all’origine un debito da saldare con i trafficanti che è aumentato a ogni passaggio migratorio: “ci sono ragazze minorenni soprattutto nigeriane che si prostituiscono sapendo che il loro debito è talmente alto, anche 30-50mila euro, che non arriveranno mai a estinguerlo del tutto”. Lo stesso vale per i ragazzi, sfruttati lavorativamente più che sessualmente ma comunque non più liberi. “Collaboriamo con la Polizia in ogni caso sospetto che incrociamo nelle nostre strutture di bassa soglia, come i centri diurni Civico Zero da cui passano molti msna”, indica Milano.

“Dal 2015 a oggi abbiamo ospitato 80 minori: il 30 per cento di loro è scappato”, spiega Giovanni Fortugno, responsabile immigrazione della associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e referente della casa per msna di Reggio Calabria, un vero e proprio modello di accoglienza in cui le persone vengono accolte subito dopo lo sbarco e protette il più possibile dalle insidie esterne: “abbiamo avuto esperienza diretta di trafficanti che cercano in tutti i modi di convincere i ragazzi e le ragazze e riprendere la via della strada, personalmente ho contribuito a segnalarne alcuni alla Polizia”, racconta. Gli ospiti della struttura, ognuno dei quali segue un programma personalizzato, escono accompagnati dagli operatori e solo dopo un paio di anni di permanenza, quando si è instaurata la fiducia necessaria, tornano a usare il cellulare. “Nei primi tempi non viene dato, perché spesso è la stessa famiglia che vuole convincere il minore a scappare”. Nei casi in cui la fuga diventa realtà, che fine fa? “In solo 7 dei 25 casi ho avuto notizie”, indica Fortugno, “tramite chiamate dirette o recuperando i contatti via social network ho saputo che erano riusciti ad andare in Germania, per esempio”. Gli altri? “Grazie al rilievo delle impronte allo sbarco alcuni vengono recuperati, soprattutto le ragazze che finiscono per prostituirsi cambiano nome di volta in volta. Ma in tutte le altre situazioni si è pronti a pensare al peggio, ovvero alla morte nei passi di montagna ai confini nord dell’Italia, oppure all’arrivo in quelle reti di sfruttamento terribili legate al commercio di organi, per esempio”.

Per arginare la fuga “è fondamentale un’efficace presa in carico: per fare maturare questi ragazzi bisogna investire sulla relazione affettiva”, rilancia Ernesto Caffo, presidente di Telefono azzurro. Ragazzi che a volte arrivano anche giovanissimi senza accompagnamento alla partenza oppure avendo subito la perdita dei genitori durante il viaggio migratorio in terra o in mare. “Per loro è normale ubbidire agli adulti che li usano come meglio credono: bisogna spezzare questa catena”. Le iniziative di tracciabilità dei minori in fuga non mancano: Telefono azzurro ha collaborato al lancio di un progetto europeo – con la collaborazione di cinque Prefetture italiane - chiamato Just, che dal 2016 sta diffondendo il numero verde in più lingue 11.60.00 per segnalare le situazioni a rischio, e ha aderito a iniziative specifiche, “come quella della catena di abbigliamento HM, che ha promosso una piattaforma europea per accedere alla informazioni sui servizi disponibili per i minori”.

Nella regione che ospita più minori in assoluto, la Sicilia, si trovano le esperienze più difficili, quelle da cui la fuga diventa una necessità soprattutto quando l’ente gestore non presta la necessaria attenzione al msna. Ma nella stessa regione possono esserci esempi tra i più virtuosi, come a Palermo il progetto Ragazzi Harraga del Ciai, che oltre a ospitare minori e coinvolgerli in corsi di formazione e iniziative territoriali, pensa anche a un altro aspetto molto delicato, ovvero al passaggio alla maggiore età, quando la persona deve diventare autonoma e ha bisogno quindi di punti di riferimento per andare avanti. “Da noi i ragazzi rimangono in comunità e capiscono l’importanza di capire prima possibile ogni elemento utile per costruire il loro futuro”, spiega Alessandra Sciurba, coordinatrice del progetto del Ciai. Che sottolinea un ultimo aspetto legato agli arrivi: “negli ultimi mesi in numeri si sono abbassati di molto, questo è vero. Ma quelli che arrivano dalla Libia sono in condizioni sempre più terribili”.

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