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Venture capital, il più grande fondo italiano punta dritto al med-tech

9 Agosto Ago 2018 0900 09 agosto 2018
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Il neonato Indaco Ventures I è il maggior fondo attivo sul mercato domestico con una dotazione che a breve toccherà i 200 milioni. L’intervista a Gian Luigi Costanzo, consigliere di Cariplo, uno dei soggetti promotori di Indaco

Nell’obiettivo ci sono 20-30 società, principalmente startup late stage, ad alto tasso di innovazione e attive nei comparti del digitale, elettronica e robotica, medtech e nuovi materiali. Sul piatto ci sono invece 130 milioni (che diventeranno a stretto giro 200 fino a un massimo potenziale di 250 milioni). A tanto infatti ammontano le risorse raccolte (dato aggiornato a inizio maggio) da Indaco Venture Partners sgr, società di gestione del risparmio che gestirà il più grande fondo di venture capital italiano, il neonato Fondo Indaco Ventures I. La sgr vede coinvolti una squadra di manager con una lunga esperienza di successo nel Venture Capital — guidata da Davide Turco —, la Fondazione Cariplo ed il Gruppo Intesa Sanpaolo ed ha come obiettivo quello di creare la prima realtà italiana del settore in grado di competere a livello europeo. Futura Invest (i cui principali azionisti sono Fondazione Cariplo e Fondazione Enasarco) e Intesa Sanpaolo de- terranno, con quote paritetiche, il 49% di Indaco Venture Partners sgr mentre il 51% della società sarà posseduto dai cinque manager: Davide Turco (amministratore delegato), Elizabeth Robinson (vicepresidente esecutivo) e dagli Investment Director Antonella Beltrame, Alvise Bonivento e Valentina Bocca. In questa cornice è particolarmente significativa la presenza di un soggetto non profit come Fondazione Cariplo che oltre a partecipare al capitale della neonata sgr ha impegnato nel Fondo 20 milioni di euro (gli altri arrivano da Intesa Sanpaolo, 85 milioni e Fondo Italiani Investimenti 25 milioni). Gian Luigi Costanzo è il consigliere d’amministrazione di Fondazione Cariplo con delega alla gestione del patrimonio. A lui abbiamo chiesto le ragioni di questa iniziativa.


Gian Luigi Costanzo

In Italia il venture capital non è mai decollato: abbiamo un mercato che oggi in totale cuba appena circa 200 milioni di euro. Di fatto l’arrivo di Indaco Ventures I segna una svolta. Perché avete scelto di imprimere questa accelerata?
Nell’ambito delle attività di Cariplo Factory, il nostro polo di open innovation di Milano e dalla piattaforma GrowITup che abbiamo sviluppato insieme a Microsoft come ponte tra le Industry cardine del made in Italy e l’ecosistema delle startup, ci siamo resi conto che nel nostro Paese ci sono tantissime startup o micro startup che nel momento in cui arrivano a richiedere investimenti superiori al milione di euro non trovano alcun tipo di risposte nel mercato domestico. E non le trovano nemmeno nel panorama internazionale dove gli operatori incominciano a prendere in considerazione solo realtà al di sopra dei 20 milioni di fatturato. Non a caso gli esperti definiscono l’area fra il milione e i 15/20 milioni la death valley, la valle della morte delle startup.

La Spagna è a 800 milioni, la Francia a oltre 2 miliardi, la Germania a 4. Come si spiega il ritardo italiano?
Siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa dopo la Germania. Non è quindi un problema di struttura industriale. Ci si lamenta poi del fatto che i nostri giovani non guardino a sufficienze alla facoltà scientifiche. Questo però è vero sino a un certo punto: perché è altrettanto vero che abbiamo poli di assoluta eccellenza, penso al Politecnico di Milano a quello di Torino. Ma penso anche alle università di Pisa, Roma, Bologna, Napoli, Trieste. Insomma si può fare meglio, ma non siamo messi male. Quello che noto invece è una certa mancanza di ambizione da parte degli investitori italiani. Per avere successo con il venture capital occorre scommettere sull’exploit a livello mondiale di alcune, non tutte naturalmente, delle realtà in cui si investe. In Italia invece c’è ancora la tendenza a rimanere piccoli comunque, a coltivare il proprio orticello. Anche se la mentalità sta cambiando. Per questo c’è la necessità di creare un ecosistema che faccia da trampolino per lo sviluppo imprenditoriale delle nostre qualità scientifiche e tecnologiche. Noi vogliamo essere parte di questo cambiamento.

Su un patrimonio netto da 6,956 miliardi di euro, l’investimento in Indaco per Fondazione Cariplo è relativo, ma il vostro obiettivo rimane comunque quello di far rendere al meglio gli asset per sostenere realtà attive nel sociale. In quest’ottica non sarebbe stato più vantaggioso investire su mercato di venture capital più vivaci e redditizi rispetto a quello italiano?
È un’obiezione non priva di fondamento. Ma noi abbiamo una prospettiva diversa: se oggi entro nel capitale di una startup che domani spiccherà il volo, faccio un investimento molto più remunerativo rispetto a “comprare” quella stessa azienda una volta che si fosse affermata. Noi vogliamo pescare bene nel vivaio del made in Italy.

Che tipo di rendimenti vi attendete?
In questo campo bisogna lavorare in termini medio-lunghi, sui 10 anni, se non di più. Spesso nei primi anni i rendimenti sono negativi, perché le società stanno investendo. Amazon ci ha messo 20 anni per andare in utile. Detto questo gli esperti prevedono per i prossimi anni rendimenti intorno al 16%. Ma teniamo presente che fare la media è impossibile: nel venture capital la differenza la fa il numero di exit di successo. È da lì che si tira fuori in margine.

Come settori di riferimento avete annoverato: digitale, elettronica e robotica, nuovi materiali e soprattutto med-tech...
Il campo della tecnologia applicato alla medicina è certamente un’area di assoluto interesse per chi in Italia si occupa di innovazione. Questa però naturalmente è una mia impressione personale, chi amministra il fondo gode non solo della nostra massima fiducia, ma ha totale autonomia, come del resto prevede la legge. L’aspetto che da parte mia posso sottolineare è che sono diverse le startup che stiamo “coltivando” in Cariplo Factory che lavorano sul fronte dell’innovazione tecnologica anche legata al socio-sanitario. Realtà che, essendo incubate da noi, per prossimità sono nella sfera di attenzione dei gestori del Fondo.

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