Adozioni 3
Adozioni

Marco, Kim, Devi: noi, figli arrivati da lontano

13 Agosto Ago 2018 0900 13 agosto 2018
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Tre storie che rappresentano le ferite e le potenzialità che si porta dietro l’adozione. Tre storie che non fanno sconti alla retorica. Tre storie da leggere pubblicate sul numero del magazine in distribuzione

Marco: a volte può esistere solo una famiglia, quella che ti cresce.

Marco Salah Eddine Carretta

Marco non ha mai pensato agli occhi, alle mani, al sorriso, al corpo della donna che lo ha partorito 26 anni fa in Marocco e poi, dopo pochi mesi, lo ha lasciato in un istituto di Rabat, la capitale del Paese. «Non sono mai stato curioso», racconta. «I miei genitori sono sempre stati quelli che mi hanno voluto, accolto, amato. Ma sono molto grato a quella ragazza che mi ha messo al mondo. Poteva scegliere di non farmi nascere e invece, mentre mi abbandona- va, mi ha dato un’altra vita ancora: una possibilità che mi ha portato a Beatrice ed Ermes, mamma e papà».

Marco Salah Eddine Carretta, i nomi marocchini li hanno scelti le suore dell’istituto, ha impiegato «22 mesi per arrivare a casa, invece che i nove tradizionali», come gli piace sempre sottolineare. Ma ha iniziato a sentirsi veramente figlio quando è arrivata Giulia. «Mia sorella ha quattro anni meno di me», racconta. «È arrivata in un modo più tradizionale, è uscita dalla pancia della mamma», sorride, «e la ringrazio perché è lì che ho sciolto un nodo. I miei genitori potevano avere figli naturalmente, ma volevano proprio me. Sono partiti dalla provincia di Milano e arrivati fino in Marocco per portarmi a casa». Quella di Marco è una bella storia, a lieto fine. Dove l’abbandono lascia il passo a un amore che vive senza troppe domande e non si cruccia di “come sarebbe potuta andare se” ma è felice, invece, di com’è andata. «Se non fosse per il colore della mia pelle, così diverso da quella bianco latte dei miei genitori, non mi sarei mai potuto immaginare come figlio adottivo».

Ma sono anni che si confronta spesso con altri figli adottati, oggi adulti come lui. «Con la mia famiglia frequento ancora Aibi l’ente con cui sono stato adottato. Negli incontri a parlare erano sempre i genitori, gli operatori, così ho pensato “ma perché non far parlare i figli?”. È nato così Aibi giovani che poco alla volta ha creato piccoli gruppi regionali». Un momento per confrontarsi e raccontarsi. Anche se l’adozione è il punto comune, ogni storia è diversa. Come diverse sono le paure da affrontare: «Non ho mai visto l’adozione come “qualcosa che non doveva capitare”. Anzi, ogni giorno mi chiedo perché io sì e la maggior parte dei bambini no. E il senso di colpa non è facile da sopportare, ma parlarne aiuta».

Kim: per qualcuno riconoscersi resta un bisogno primario

Kim Soo-Bok Cimiaschi

Il primo giorno delle scuole medie Kim Soo-Bok Cimiaschi ha chiesto a sua madre: “Mi dai una maschera? Così mi nascondo la faccia”: non voleva far vedere i suoi occhi a mandorla. Anche se è un cittadino italiano ha convissuto, e convive tutt’ora, con la percezione che fuori dal- le mura domestiche, gli altri italiani come lui lo scambino per “straniero”. Per questo lui la Corea del Sud non l’avrebbe mai lasciata. Ma quando è arrivato a Brescia nell’agosto del 1976 aveva solo 18 mesi: «Non potevo scegliere per me stesso», racconta. «Non so come sarebbe andata la mia vita se non fossi stato adottato. Ma oggi che ho 43 anni mi sento di dire che nessun bambino dovrebbe mai essere sradicato dal luogo dov’è nato. Se ti abbandonano i genitori, si devono cercare i nonni. Se non ci sono i nonni, gli zii. O i parenti prossimi. E se non c’è nessuno, il Paese d’origine, per me rimane comunque la miglior scelta possibile, e questo a prescindere dal rapporto, che può essere bellissimo, con i genitori adottivi».

Oggi Kim è vice presidente dell’Organizzazione di Adottivi Koreani Italiani. Ha fatto già quindici viaggi in Corea. Il primo nel 2009 quando aveva 34 anni insieme ad altri cento coreani adottati in tutto il mondo. Ha cercato i suoi genitori. «Non li ho trovati», racconta. «Ma mia moglie Laura, anche lei coreana d’origine e adottata in Italia, è riuscita a vedere la sua madre biologica. Io e lei ci siamo conosciuti durante gli incontri dell’organizzazione. Riconosciuti». Kim e sua moglie hanno due figli: «Hyemy e Yuna. In noi c’era una voglia inconscia di rispecchiamento. Vedere la prima persona che viene da te e ti assomiglia è una necessità primaria fortissima soprattutto se non hai mai potuto guardare negli occhi la persona che ti ha messo al mondo, perché è solo lì che puoi trovare il riconoscimento della tua esistenza».

Con la moglie ha fondato l’associazione Prisma Luce: «Ci rivolgiamo alle coppie, alle famiglie in difficoltà, guardiamo con particolare attenzione al panorama del post adozione». Kim si è chiesto spesso se ad essere quello sbagliato, la “mela marcia”, fosse lui. «”Perché mi hanno abbandonato? ”È una domanda che mi attanaglia. Perciò l’adozione è un percorso che dura tutta la vita e anche oltre con i nostri figli. Parlarne , affrontarlo insieme è l’unica soluzione».

Devi: il passato non si può cambiare, ma accettare sì

Devi Vettori

Devi Vettori è convinta che la mamma l’abbia abbandonata per fare in modo che dalla vita potesse avere qualcosa in più. Di lei ha scoperto che era una ragazza di 24 anni che chiedeva l’elemosina all’ingresso di un tempio del Tamil Nadu, stato federale dell’India. L’ha tenuta con lei 14 mesi. Poi l’ha portata in istituto. «Il mio padre biologico non è pervenuto», racconta. «Sarà andato via prima che io nascessi. Se mai ha saputo che sarebbe nata una figlia. Della mia madre biologica non ricordo niente. Di lei conservo il nome che mi ha dato, Devi. In India è la parte femminile del divino. Un nome che porta fortuna». Adottata a 22 mesi Devi è cresciuta a Firenze. A farle compagnia, dopo due anni, è arrivato un altro bimbo adottato dall’India. «Il mio primo fratellino», spiega. «Ma è morto dopo due anni per una malattia congenita incurabile. Poi dall’India è arrivato un secondo fratello. Era già grande, aveva 8 anni. A 16 si è ucciso. Diceva che somigliava alle persone che ai bordi delle strade lavavano i vetri delle macchine. Si era convinto che “quelli come lui”, così diceva, ai bordi delle strade erano destinati».

Anche Devi, che ha 34 anni, si è sentita per tanto tempo fuori posto. Poi le cose hanno iniziato ad incastrarsi. «Collaboro con il Ciai, l’ente con cui sono stata adottata», spiega. «Con loro abbiamo iniziato a fare un lavoro sui e con figli adottivi adulti. Abbiamo avviato dei laboratori di scrittura sulle nostre storie di adozione, e con me c’è sempre una terapeuta. Anche se siamo stati tutti adottati, le storie e le paure che escono dalle parole sono sempre diverse: dal senso di gratitudine per chi ci ha adottato al peso di lasciarli soli. Dalla rabbia per essere stati abbandonati al senso di colpa di es- sere stati adottati in mezzo a tanti. Incontrarci aiuta tanto».

Quando Devi a 29 anni è rimasta incinta di suo figlio Elia ha provato tanta tenerezza per la ragazza che l’ha partorita. «Ho capito che non si trattava più di attribuire colpe. La vita ci mette davanti delle scelte che vanno oltre quello che noi vorremmo: a volte una mamma vorrebbe tenere il bambino ma non può».

L’adozione è il punto comune: ma non siamo tutti uguali
L’adozione è un punto comune. Ma non rende tutti uguali. Marco la sua madre biologica non la vorrebbe incontrare, non è una sua priorità. «Non riesco a non pensare all’adozione come qualcosa di meraviglioso». Per Kim, che oggi sta studiando il coreano, «l’amore dei nuovi genitori purtroppo può non essere abbastanza». Devi è convinta che si possa trovare spazio per tutto. L’adozione per lei è l’ultima opzione da utilizzare, ma rimane sempre una risorsa. «Mio figlio Elia è pallido, di indiano ha molto poco. Non deve somigliare a me, ma a se stesso. Non c’è bisogno che io mi riveda in lui. Ma mi commuovo quando penso che nel suo dna c’è un’elica che viene dall’India».

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