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Università e aziende si alleino per aiutare i giovani

29 Agosto Ago 2018 1637 29 agosto 2018
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I dati dell’Anvur parlano di un boom delle facoltà tecniche come Ingegneria e una brusca frenata di quelle umanistiche come Giurisprudenza. «I ragazzi si muovono dove c’è lavoro. Ma non basta: bisogna puntare sulla co-progettazione tra atenei e mondo del lavoro e sulla certificazione delle competenze», sottolinea l’economista Leonardo Becchetti

Stando all'Anvur, l'Istituto nazionale deputato alla valutazione della ricerca scientifica e dell'università italiana, dal 2010/2011 al 2017/2018, i nuovi ingressi all'università sono cresciuti dell’1 per cento. Il dato saliente però è che nello stesso periodo le facoltà di Ingegneria hanno vissuto un incremento dell’11,5 per cento. Sette anni fa, gli iscritti al Leonardo Da Vinci rappresentavano il 12,6 per cento di tutti gli immatricolati negli atenei italiani. Nel 2017/2018 la quota è lievitata al 14,5 per cento. Quasi 7mila corsisti in più. Nel contempo gli anni in questione hanno visto il crollo delle preferenze nei corsi del gruppo giuridico: nel 2010/2011 questi rappresentavano l'11,1 per cento del totale, che sette anni dopo crollano al 7,2 per cento, facendo segnare un saldo negativo di 53mila studenti. In sostanza sembra che i giovani abbiano risposto alla crisi cambiando indirizzo di studi. Ma cosa si nasconde dietro a questa migrazione. Ne abbiamo parlato con l’economista Leonardo Becchetti.


Leonardo Becchetti

Cosa significa questa migrazione di indirizzo?
In Italia sappiamo che in questo ambito c’è un mismatch enorme, quasi 200 mila posti di lavori vacanti. La domanda non incontra una risposta. Una ricerca di operai specializzati capaci di gestire macchine sofisticate e complesse che non ci sono. Secondo la banca dati Excelsior di Unioncamere tra le figure professionali da reperire ci sono ingegneri elettronici e dell'informazione, con un tasso di insuccesso da parte delle imprese del 59 per cento. Stessa difficoltà (50 per cento) nel reperire giovani ingegneri del ramo industriale. Quindi la scelta di buttarsi in un ambito che ha prospettive ha certamente senso. Senza contare il numero enorme di avocati che abbiamo. Quindi i giovani hanno capito che c’è questa opportunità e cercano di coglierla.

La crisi dunque a giocato un ruolo decisivo?
Certamente. Anche se un giovane deve sempre trovare un equilibrio tra i propri desideri e il realismo di quella che è la situazione del mercato del lavoro. Secondo me una delle virtù maggiori di un giovane sta anche nel sapersi costruire un secondo sogno. Spesso nella vita il primo sogno è irrealizzabile. La capacità di realizzare un piano B è importante.

Quindi una scelta da promuovere senza se e senza ma?
Sì, è una buona chance. Sempre che non uccida troppo i desideri dei ragazzi. Un giovane deve lavorare sul proprio desiderio. Non si può fare un lavoro solo perché c’è la possibilità o il mercato spinge in quel senso. C’è bisogno di una spinta interiore, di passione, qualunque sia il lavoro.

È già successo spesso però che vi fossero ambiti in cui si assisteva ad una carenza di risorse che però è durata molto poco per saturarsi in breve. C’è questo rischio?
Le professioni scientifiche hanno un vantaggio che è il fatto che il numero di laureati è molto più basso rispetto alle facoltà umanistiche. Però certamente il mondo del lavoro cambia con grande rapidità. Per evitare la saturazione o il ritrovarsi fuori mercato bisogna co-progettare con le aziende percorsi formativi e certificare le competenze. Il datore di lavoro potenziale che cerca un neo laureato da assumere non vuole sapere solo i voti ma le qualità di quella persona. Oggi il sistema universitario non certifica o misura queste competenze. Per farlo serve cambiare anche le modalità di insegnamento usando altre forme oltre alla lezione frontale.

Possibile che non esista nessuna strategia o gestione centrale che guardi anche alle esigenze del Paese dal punto di vista dell’occupazione. Non avrebbe senso dotarsene?
No, sarebbe molto pericoloso. Quello di cui c’è bisogno è il facilitare la cooperazione tra mondo della formazione e mondo del lavoro. Per farlo bisogna stimolare e agevolare un rapporto stretto tra atenei e aziende.

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