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Corridoi umanitari dedicati e affido internazionale: una nuova risposta per i minori non accompagnati

30 Agosto Ago 2018 1621 30 agosto 2018
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Avviare un sistema di corridoi umanitari riservato ai minori stranieri non accompagnati e far decollare finalmente l'affido in famiglia, come previsto dalla legge Zampa. Per Marco Griffini (AiBi) il modello potrebbe essere utile in tante emergenze

Avviare nel nostro Paese un sistema dei corridoi umanitari riservato ai minori stranieri non accompagnati, ricalcando il modello già sperimentato per le famiglie da Sant’Egidio. Coinvolgere le Ong che operano nei territori in cui si trovano i campi profughi, per individuare già lì i minori che accoglibili, che giungerebbero in Italia in modo sicuro, senza rischiare la vita in mare, e poi sarebbero affidati a una famiglia per crescere. È questa la proposta di AiBi per superare l’emergenza dei minori stranieri non accompagnati.

«Siamo in contatto con la Papa Giovanni XXIII che conosce bene i campi profughi del Libano per i profughi siriani, altre realtà invece sono presenti nei campi della stessa Libia. L’idea è di verificare dove ci sono minori e fare lo screening là, nei campi, così da non fargli rischiare la vita in mare. E soprattutto poi qui fare una vera accoglienza, in famiglie preparate, senza lasciarli per mesi e mesi in prima accoglienza. Le famiglie disponibili ci sono»: così Marco Griffini, presidente di AiBi dettaglia la proposta. Concretamente, Amici dei Bambini contatterà nei prossimi giorni le istituzioni italiane preposte per illustrare le caratteristiche di questo progetto, al fine di ottenerne le autorizzazioni.

Quattro le fasi essenziali:

  1. Individuare i minori stranieri non accompagnati nei campi profughi africani aventi i requisiti per essere accolti in Italia e fare per loro una formazione;
  2. Trasferimento accompagnato e protetto nel nostro Paese;
  3. Accoglienza dei minori non accompagnati in famiglie italiane opportunamente individuate e formate, sotto la forma dell’affido internazionale (per l’affido, ricordiamo, possono dare disponibilità anche i single);
  4. Accompagnamento individualizzato del minore e della famiglia affidataria nel post-accoglienza, attraverso l’esperienza di operatori specializzati.

«Se avrà successo, lo strumento dell’affido internazionale potrebbe essere utilizzato per tante altre emergenze, per un’accoglienza tempestiva che dia ai minori le tutele a cui hanno diritto, per il tempo necessario, prima di rientrare». E questa è un’altra ragione per cui varrebbe la pena mettere in piedi questo strumento, i tempi sono maturi.

Già in passato Amici dei Bambini ha sostenuto con forza che l’affido in famiglia dovesse essere la via maestra per l’accoglienza dei minori che sbarcano soli nel nostro Paese e già nel 2013, all’indomani del tragico naufragio di Lampedusa, AiBi aveva lanciato un appello all’accoglienza all’invito di Papa Francesco, ricevendo la disponibilità di oltre 2.200 famiglie. Tra queste, ne erano state individuate 300 che rispondevano a tutti i requisiti necessari: famiglie già in possesso di un decreto di idoneità all’adozione, già affidatarie, già formate. Con loro era partita un’attività di formazione specifica, «ma mancando un quadro legislativo adeguato, sono stati solo 17 i minori inserimenti in famiglia a Messina, Palermo, Lampedusa. Si sono inseriti, quello di Lampedusa adesso lavora, qualcuno ha raggiunto dei parenti in altri Stati ma altri sono ancora in Italia e si sono integrati. L’affido è una risposta alta per l’accoglienza di questi minori», racconta Griffini.

Le cose oggi sono diverse, precisa il presidente, grazie alla Legge Zampa sulla protezione per i minori stranieri soli in Italia: «prima i Comuni non si impegnavano a prendere in carico un minore non accompagnato nel loro paese, preferivano lasciarlo in comunità, a carico del sistema di accoglienza, delle prefetture o dello Sprar, non del comune. Adesso la legge c’è, si tratta di vederne i confini si applicazione». Per Griffini «occorre partire, se no si continua solo a parlare. Cominciamo a parlarne con le istituzioni, cerchiamo le famiglie, vediamo fino a che punto è spendibile questo progetto a misura di famiglia ma che davvero permette l’integrazione. Tenendo presente che magari fra i minori non accompagnati ci sono anche minori abbandonati, che escono da un istituto».

Foto AiBi

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