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Liguria

Ridate a Genova il Ponte Morandi

31 Agosto Ago 2018 1746 31 agosto 2018
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Lorenzo Risso non è solo il presidente di Anpas Liguria ma è anche un genovese e un tecnico che partecipò al collaudo dell'opera nel 1967. «Era un simbolo oltre che una cerniera fondamentale per unire la città. È necessario venga ripristinato al più presto». L'intervista

Il crollo del ponte Morandi a Genova dello scorso 14 agosto ha fatto il giro del mondo con le sue 43 vittime e oltre 300 famiglie sfollate. In prima linea per prestare soccorso e coadiuvare le autorità c'era anche l'Anpas. «Sin dalle prime ore ci siamo attivati. Nelle immediate vicinanze del ponte ci sono almeno sei le Pubbliche Assistenze che diventano dieci se si considera tutta la valle del Polcevera». Il racconto del presidnete di Anpas Liguria Lorenzo Risso. Genovese e tecnico, partecipò al collaudo del ponte nel '67.


Lorenzo Risso

Siete stati tra i primi sul posto e avete assicurato da quel 14 agosto ad oggi un presidio costante...
Sì, anche se devo dire che quando cominciarono ad arrivare le prime immagini del crollo avevo pensato ad uno scherzo di cattivo gusto, un fotomontaggio. Sono state le chiamate del 118 che mi hanno fatto capire cos'era successo

Eppure oggi dicono tutti che era una tragedia annunciata...
Ho avuto la fortuna, per lavoro, di essere su quel ponte il giorno del suo collaudo avvenuto qualche giorno prima dell'inaugurazione. Ero un tecnico dell'Enel e lavoravo sugli allacciamenti delle gallerie. Il collaudo consisteva nel caricare sull'opera decine di camion pieni di materiale inerte. Ho sempre pensato da allora fosse un'opera solida. Si, è vero che c'erano voci sul fatto che non fosse sicuro. Ma erano appunto solo voci. Nessuno si aspettava un evento del genere.

Come Anpas dal crollo di cosa vi siete occupati?
Inizialmente abbiamo operato soccorsi sanitari regolamentati dai Vigili del Fuoco per evidenti motivi di sicurezza. In concreto ci siamo occupati del trasporto e della messa in sicurezza di alcuni feriti, pochi, e al trasporto di deceduti, molti. Poi quello stesso giorno, intorno alle 15, ci è stato chiesto di allestire un campo che potesse essere da base e ristoro per la macchina dei soccorsi. Alle 20 era attivo. E funziona ancora oggi.

Che tipo di impegno è?
Forniamo pranzi e cene sia ai soccorritori che agli sfollati. Inizialmente sfornavamo più di 1800 pasti al giorno, oggi ci attestiamo sui 465. Per farlo abbiamo avvicendato oltre mille volontari. Ai due pasti principali vanno però aggiunte le colazioni e, almeno inizialmente, i generi di conforto per chi lavorava di notte.

Oggi come è cambiato il vostro impegno?
Continuiamo a tenere attivo il campo. Sicuramente andremo avanti ancora tutta la prossima settimana su richiesta del Comune. Poi attendiamo che ci venga detto cosa fare. Dovrebbero arrivare 120 militari per il presidio della zona rossa ma ancora non sappiamo se dovremo stare a sostegno o meno.

E per quello che riguarda invece le vostre attività ordinarie?
Il crollo del ponte ha diviso Genova in due. I primi disagi li viviamo già ora, in particolare nei trasporti sanitari secondari. Per andare ad un centro di dialisi ad Arenzano ci mettiamo almeno un'ora in più rispetto a prima. Quindi sappiamo che avremo delle ricadute pesanti sull'attività quotidiana. In particolare quando avremo la riapertura delle fabbriche e delle scuole sarà.

Che soluzioni si possono mettere in campo in attesa di ripristinare i collegamenti?
Poche. Qualche giorno fa era presente qui al campo la vicepresidente regionale e assessore alla Sanità Sonia Viale che ci ha detto che stanno cercando di modificare alcune attività diagnostiche dislocandole diversamente in modo da diminuire il più possibile gli spostamenti dei pazienti. Ma, oltre a richiedere diverso tempo, non è una soluzione dirimente. C'è solo una possibilità a mio avviso

Quale?
Ricostruire il Morandi. E rammendare così una città ferita e divisa. Quel ponte, dopo la Lanterna di Genova, era un simbolo. Lo chiamavamo affettuosamente Brooklyn. Era qualcosa che era diventato parte dell'identità. Bisogna restituirlo ai genovesi.

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