P6271364
Social innovation

Così mandiamo al tappeto la disoccupazione

4 Settembre Set 2018 0900 04 settembre 2018
  • ...

Un giorno con i Neet inseriti nel progetto Lavoro di Squadra di ActionAid: 2 su 3 vengono riattivati

Miriam ha vent’anni e un sorriso pieno di simpatia. Dopo la scuola media inferiore, ha frequentato un corso per estetista, ma per esercitare il mestiere servirebbe un diploma, che lei non ha. Così, per non pesare sui genitori, fa diversi lavoretti. Frequentando un centro di aggregazione giovanile di Milano, viene a conoscenza del progetto “Lavoro di squadra”, promosso da ActionAid. «Mi hanno spiegato», racconta «che l’obiettivo era quello di aiutare i ragazzi a riscoprire le loro potenzialità e a ricominciare a guardare con fiducia al futuro. Ho fatto un colloquio motivazionale e mi hanno preso. Adesso sono a metà percorso. Una lezione decisiva è stata quella in cui ci hanno detto: “Immaginate di essere anziani e di guardarvi indietro: che lavoro vorreste avere fatto nella vostra vita?”. Ho messo a fuoco che a me piace aiutare le persone a scegliere abiti che le valorizzino. Sì, vorrei lavorare come commessa».

Più uomini che donne
«Lavoro di squadra si rivolge a giovani dai 16 ai 25 anni che né studiano né lavorano», spiega Chiara Parapini, project manager del progetto di ActionAid. «Si tratta dei cosiddetti Neet, un acronimo inglese che sta per not in education, employment or training. Secondo i dati Eurostat, l’Italia è al primo posto in Europa: nel 2017, il 25,7% delle persone tra i 18 e i 24 anni non era impegnato né a livello professionale né a livello formativo.

«Intercettiamo i Neet attraverso la rete territoriale composta da Comune, associazioni ed enti locali, comunità di accoglienza... La metà circa di loro sono stranieri, talvolta minori non accompagnati. L’altra metà sono italiani. La maggior parte ha solo il diploma di scuola media inferiore. Incontriamo più maschi che femmine, perché le ragazze sono più facilmente coinvolte in lavori di cura e hanno meno tempo libero. Speso alle spalle hanno difficoltà economiche, sociali o familiari. Il nostro obiettivo è di riattivare questi giovani, cioè di dare loro gli strumenti per riprendere in mano la loro vita, dal punto di vista lavorativo e sociale», specifica Parapini.

Il format
Il percorso dura tre mesi. Nato nel 2014, oltre che a Milano, è già stato sperimentato ad Alba, Torino, Reggio Calabria e Bari. L’ultima edizione è stata lanciata a Milano, nel Municipio 9 (quartieri Comasina, Bruzzano e Affori), nel mese di maggio, con 40 ragazzi, all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. La realizzazione è avvenuta grazie al contributo di Z Zurich Foundation, in collaborazione con cooperativa/associazione Olinda, fondazione Adecco per le pari opportunità, Asd Ring of Life e con il contributo di Medici in famiglia (Mif ). Il percorso è strutturato in due parti: la prima si svolge in aula e la seconda in palestra. «In aula ci troviamo un pomeriggio alla settimana:», spiega Marco Arvieri, consulente in orientamento al lavoro di fondazione Adecco per le pari opportunità, «lavoriamo alla stesura del progetto professionale ad hoc per ciascun ragazzo: cerchiamo di capire che cosa vorrebbe fare e quali sono le sue abilità. Spesso questi giovani hanno scarsa fiducia nelle loro possibilità. Il primo passo è aiutarli a riscoprire quelle competenze che posseggono senza saperlo. Per esempio, molti praticano uno sport e hanno sviluppato doti come lo spirito di squadra, la capacità di faticare o il rispetto delle regole... fondamentali anche professionalmente». Non solo: «Poi aiutiamo i ragazzi a stendere un curriculum e a sostenere un colloquio. Invitiamo rappresentanti di aziende che possono essere interessate ai profili dei ragazzi, in modo da dare a questi ultimi la possibilità di confrontarsi con vere realtà professionali. Al termine del percorso, troviamo tirocini o lavori adatti a ciascuno».

Oltre alla parte in aula, ce n’è un’altra sportiva, di due lezioni settimanali. Nell’edizione di Lavoro di Squadra in corso a Milano, lo sport scelto è la thai boxe. «Attraverso lo sport trasferiamo valori:», spiega Lisa Barbanti, insegnante di thai boxe della società sportiva Ring of life, «il primo è il rispetto degli altri. Chi ha una maggior carica di aggressività impara per esempio che l’avversario va colpito rispettando sempre le regole. E poi ci sono altri due valori molto importanti, legati tra di loro, l’autostima e la sicurezza: giorno dopo giorno si comprendono i propri limiti, ma si vede anche come si può migliorare e superarli».

Parola ai ragazzi
Tra i ragazzi che hanno seguito questo percorso nel 2016 a Milano, c’è Chiara, 24 anni: «Mi è servito a capire che da grande vorrei aiutare le persone a ritrovare la loro strada, come a Lavoro di Squadra hanno fatto con me. Per questo, due anni fa, mi sono iscritta a Scienze dell’educazione». Sandro di anni ne ha 21: «Dopo il diploma, ero confuso. Lavoro di Squadra mi ha dato la forza di rimettermi in gioco e di iscrivermi a Sociologia. Sono diventato volontario di ActionAid e insieme ad altri ragazzi stiamo riqualificando il Gratosoglio, il quartiere di Milano dove viviamo. Abbiamo sensibilizzato il Comune a risistemare un campetto di basket. E poi stiamo lavorando, sotto la guida del FabLab WeMake!, ad un progetto che abbiamo chiamato Ortogym: da noi ci sono molti orti coltivati dagli anziani. Ci piacerebbe creare occasioni di incontro tra loro e i giovani, quindi vorremmo posizionare negli orti degli attrezzi sportivi, come la zappagym (l’abbiamo inventata noi!): una zappa che ha incorporato un conta-zappate. Potrebbe invogliare giovani e anziani a lavorare e a mantenersi in forma insieme».

«Vorremmo che ogni ragazzo diventasse parte attiva del contesto in cui vive», continua Parapini. «I giovani coinvolti da Lavoro di Squadra in Italia sono ormai più di 100. Due su tre, al termine del percorso, riescono a ripartire. Possiamo quindi parlare di un modello che funziona, da replicare sempre di più, per rispondere ad un bisogno che è davvero grande».

Con il sostegno di: