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Data for good: la sfida del mutualismo nella società dei dati

5 Settembre Set 2018 1131 05 settembre 2018
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Tutti produciamo dati. Oggi, spiega Mario Rasetti, tra i principali conoscitori del complesso mondo dei big data, «il digitale ci permette di implementare algoritmi, spesso banali, con tempi e quantità di numeri che non hanno precedenti nella storia». Come usare questi dati per il sociale? Se ne parla nel numero di settembre di Vita, in distribuzione dal fine settimana, dedicato alle nuove forme (e alle nuove forze) del mutualismo

Il tempo di raddoppio, spiega Mario Rasetti, fisico teorico, fra i massimi esperti al mondo di Big Data e Intelligenza artificiale, nonché presidente dell’Istituto per l’Interscambio scientifico (ISI), è quello in cui si producono nuovi dati pari a quelli prodotti da tutta la storia fino a quel momento.

Il tempo di raddoppio, nel 2017, è stato di un anno. Questo significa, ribadisce Rasetti, «che nel 2017 si sono generati più dati di tutti quelli prodotti dalla storia dell’umanità fino al 2016». Oggi, però, non solo le nostre società producono più dati, ma sono anche in grado di processarli. Cosa che rende la questione dei Big Data cruciale. Anche sul fronte di quella che potremmo chiamare l’intelligenza collettiva dei dati.

Il bene non sta negli algoritmi

La partita sull’hardware, nel processo di questi dati, «l’Europa l’ha persa da tempo. La stanno perdendo, lentamente ma inesorabilmente gli Stati Uniti e i trionfatori saranno i cinesi, che vinceranno anche sul fronte dell’intelligenza artificiale». Ma questo, spiega Rasetti, non ci deve spaventare. Almeno se capiremo – ma dobbiamo farlo in fretta – che «il bene comune non sta negli algoritmi». Tanto meno quel mutualismo che definisce la struttura stessa dell’umano come essere per sua disposizione e natura cooperante.

Un tempo, «i dati li producevano gli scienziati. Oggi viviamo in società dove gli uomini non sono unicamente uomini, ma uomini con protesi elettroniche e il nostro comportamento sociale si sta evolvendo in questa direzione». Il digitale sta cambiando i nostri comportamenti «di relazione, di contatto, di amicizia, ma al contempo fa sì che ognuno produca dati. Nel mondo, su una popolazione di circa 7 miliardi di persone, 4,7miliardi hanno almeno un cellulare, che è il primo dispositivo nella storia dell’umanità posseduto da più della metà della popolazione del globo».

Oro nero o linfa per il mutualismo

Tutti produciamo dati. Oggi, «il digitale ci permette di implementare algoritmi, spesso banali, con tempi e quantità di numeri che non hanno precedenti nella storia, e quei dati diventano ciò che con una espressione ricorrente si usa paragonare all’oro nero. Come dire: è un immenso giacimento, finalmente sfruttabile. Ma per quali fini? Commerciali, senza dubbio. Scientifici, anche. Ma c’è una possibilità che non dobbiamo dimenticare, perché apre fronti nuovi: quella dei dati per il sociale. Quando arriverà l’internet delle cose, che connetterà oggetti d’uso quotidiano e monitorerà non solo comportamenti, ma salute, stili di vita, allora l’uso dei dati sarà cruciale. Andremo solo nella direzione for business? Oppure in una direzione non profit, ossia mutualistica?».

Quando l’internet of things sarà un dato di fatto, tra pochi anni, il tempo di raddoppio sarà di mezza giornata: in 12 ore produrremo tanti dati, quanti se ne sono prodotti in tutta la precedente storia dell’umanità. Come reagirà il terzo settore avanzato? Si sta preparando a questo uso intensivo dei dati, che permette di calibrare il rapporto costi-benefici o di servirsi di strumenti predittivi nei contesti che più gli sono connaturati (inclusione, integrazione, assistenza, welfare)?

Tecnologia emergenti e convergenti

«La tecnologia, a partire dalla punta di selce dell’uomo di Neanderthal, è sempre stata lo strumento per dare all’uomo strumenti e supporti per lavorare con minor fatica. Oggi, però, gli strumenti che la tecnologia unita al digitale ci offre non ci supportano o sostituiscono più soltanto nei lavori di fatica, ma anche nei lavori della mente. C’è chi vede questo come un male. C’è chi, come me, vede delle grandi opportunità». Anche per il mutualismo. Sui fronti del contrasto alla povertà, dell’assistenza, dell’educazione, del reinserimento, ma anche su quello dell’organizzazione interna degli enti non profit i dati hanno molto da dire. Purché siano “mutualizzati”, ossia aperti a un uso non prettamente commerciale e siano “mutualizzabili”, ossia orientati a un interesse collettivo.

Uno strumento, pur con la sua inaudita potenza, rimane tale e non si sostituisce al fine se il fine lo teniamo ben ferno. E il fine è il bene comune. Data for social innovation, data for development, data for mutualism: è questa la sfida che ci aspetta.

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