Chiara Ferragni Coachella
Fundraising

È giusto che non ci siano organizzazioni coinvolte nel crowdfunding dei Ferragnez

5 Settembre Set 2018 1441 05 settembre 2018
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Anche Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di Roma Fund-Raising, reagisce alla provocazione di Valerio Melandri sulla raccolta fondi lanciata dai due vip in occasione delle proprie nozze. «Se si vuole fare una vera raccolta fondi si ha bisogno di progetti e quindi organizzazioni. Se invece si vuole fare solo marketing è giusto che sia a titolo personale»

Dopo l’intervento di Elisa Liberatori Finocchiaro, Southern Europe Regional Manager di GoFundMe, la piattaforma che ha ospitato l'iniziativa di crowdfunding di Chiara Ferragni e suo marito Fedez anche Massimo Coen Cagli ha deciso di reagire al commento di Valerio Melandri.


Massimo Coen Cagli

Cosa ha pensato dell’iniziativa dei Ferragnez?
In realtà, prima che Vita se ne occupasse, l’avevo bollata come una notizia di poco conto. Poi però si è generato un dibattito interessante. Quello che posso dire è che ho trovato utile e chiarificatore l’intervento di GoFundMe

Perché?
Hanno fatto cpaire in modo molto chiara la differenza tra fundraising, beneficienza e marketing

E dove sta la differenza?
Si lega fortemente al tema della disintermediazione di cui parlava Melandri. Se parliamo di fundraising allora parliamo di qualcosa che mira a obiettivi alti, in grado idealmente di cambiare il mondo. Per farlo c’è bisogno di progetti e professionalità e quindi c’è bisogno delle organizzazioni, quindi non ci può e non ci deve essere disintermediazione. È un terreno che non può infatti fare a meno di alcune condizioni che nella campagna dei Ferragnez non c’erano: la causa sociale, una dimensione organizzativa all’altezza e una strategia sul medio e lungo termine che renda anche verificabili i risultati.

Ma, come ricordavi, la loro iniziativa non era fundraising…
Esatto. Siccome i Ferragnez non hanno fatto questo tipo di operazione la loro azione rientra nelle altre due categorie: beneficienza o marketing. Per quanto riguarda la prima si parla di un gesto personale per cui la presenza o il conivolgimento delle organizzazioni è indifferente. Se parliamo della seconda, quindi di operazioni di comunicazione, addirittura è meglio che ci sia una totale disintermediazione rispetto al terzo settore.

Anche se, rispetto al tema dell’obiettivo, i Ferragnez hanno chiesto al pubblico di segnalare dei possibili beneficiari e ne hanno ricavato 15mila segnalazioni…
Si hanno ricevtuo molte più segnalazioni che donazioni. Su questo ci sono due cose importanti da dire. In primo luogo resta il fatto che è un’operazione che ha usato i mezzi di comunicazione online e in particolare i social che ha prodotto 36mila euro. Tenuto conto che ci sono due donazioni di 10mila euro rimane, che che ne dicano gli amici di GoFundMe, si tratta di un risultato molto poco positivo. In secondo luogo, con tutto il rispetto per Fedez e Ferragni, è vero che sono dei mostri di marketing, ma se vogliono fare filantropia e beneficienza, hanno ancora molto di imparare. Non è un caso se gente come Rockfeller o Bill Gates quando vogliono fare filantropia si dotano di una fondazione e di strutture organizzative. C’è un aspetto in particolare che dimostra quello che sto dicendo…

Quale?
A fronte di 15mila segnalazioni o richieste chi deciderà a chi donare quell’importo? Su che basi? Con che competenze? Per altro senza un bando o una cornice preordinata. Sarebbe curioso sapere chi analizzerà tutti gli imput arrivati, perché dubito saranno loro, e con che criterio decideranno chi è il “migliore”. È una responsabilità non di poco conto.

E rispetto al tema della disintermediazione che sollevava Melandri anche lei vede questo grande rischio?
Melandri ha ragione. Sicuramente esiste il fenomeno delle organizzazioni che hanno aumentato troppo la dimensione burocratica molto pesante. Però bisogna stare attenti a non cascare nel luogo comune populista: per fare le cose fatte bene bisogna organizzarsi. Per dirla in modo più romantico: per cambiare il mondo non si può fare a meno del livello organizzativo. Poi che esista un problema di management delle organizzazioni di terzo settore è fuori di dubbio.

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