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Fundraising

La disintermediazione c'è ed è un problema. Ma i Ferragnez non c'entrano

5 Settembre Set 2018 1600 05 settembre 2018
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La fundraiser e blogger di Vita.it Elena Zanella ha deciso di reagire alla provocazione di Valerio Melandri. «L’operazione di Chiara Ferragni e Fedez non è fundraising e le polemiche di questi gironi sono inutili. La questione invece della raccolta diretta che esclude gli enti è un aspetto concreto che va vigilato»

Va chiarito un equivoco che, a mio modo di vedere, c’è: l’operazione Ferragnez che tanto fa parlare in questi giorni circa l’inappropriatezza della pratica e che ce la fa tacciare con “peccato, un’occasione persa” non è un’operazione di fundraising.

Elena Zanella

Avrebbe naturalmente avuto tutti i requisiti per esserlo ma per scelta degli stessi protagonisti della vicenda, come si legge dall’intervista a Elisa Liberatori Finocchiaro, di fatto non lo è stata. Se poi ci vogliamo convincere del contrario e interrogarci sul presunto flop, facciamolo pure, ma non illudiamoci che questi due ragazzi abbiano voluto fare fundraising. Le polemiche nate in questi giorni da più parti, in particolare all’interno delle comunità dei fundraiser fuori e dentro la rete, hanno puntato il dito rispetto all’inopportunità del fare una cosa simile, di come fosse stata gestita male e di come invece avrebbero dovuto fare per fare bene.

Ecco, credo semplicemente non ci fosse questo tipo di interesse.

Si può essere o meno d’accordo ma le considerazioni e le polemiche non cambiano lo stato delle cose. Sarebbe certamente interessante uno scambio con i diretti interessati per capire se c’è colpa o dolo, ovvero se abbiano agito con ingenuità – pensando di agire per il bene – o se lo abbiano fatto deliberatamente, come mera azione di marketing. Vista l’euforia del momento, non sarei stupita se si trattasse semplicemente di un atto di superficialità. Non credo ci sia molto altro, in effetti.

La questione sul rischio della disintermediazione che solleva Melandri è però un aspetto concreto che va vigilato. Dare i soldi direttamente può sembrare la strada più semplice ma non è la soluzione: le verifiche preventive di un organismo competente serio può aiutare molto non solo nell’uso corretto delle risorse ma anche nella loro ottimizzazione.

Allo stesso tempo, non sono però così convinta che queste modalità possano mettere a rischio il sistema di dono nel suo complesso. Il donatore medio italiano, abituato a donare, ha fiducia e sente l’appartenenza all’ente a cui è legato. Fiducia e reciprocità giocano, in questo processo, un ruolo fondamentale e questi sono i valori su cui le nostre organizzazioni basano le proprie azioni. Il sistema del crowdfunding è per sua natura sensibile a questi meccanismi e potrebbe essere dunque terreno fertile per far proliferare forme devianti di dono. Non va però dimenticato che modalità parallele e a volte truffaldine di raccolta fondi ci sono sempre state.

Il web ci offre invece uno straordinario potere: l’opportunità di verificare preventivamente e velocemente la salute e la reputazione di un’organizzazione o di una buona causa, e di questa rispetto a un’altra. Insomma, grazie ai meccanismi democratici di premialità e sanzione tipici della rete e con un po’ di attenzione dovremmo tutti riuscire a non cascare in azioni poco trasparenti.

Poi c’è la questione della credibilità e dell’influenza esercitata da qualcuno su qualcun altro. Se mi fido di te, dono per il solo fatto che in te ho fiducia. Questo vale per i coniugi “Ferragnez” e per quella parte di persone loro fan che hanno deciso di partecipare con un piccolo gesto sebbene non siano state invitate a nozze.

L’arbitrio è libero, in fin dei conti. Mi pare.

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