Serena Williams Fined 03
Il caso

Serena Williams? Il sessismo è un’altra cosa

10 Settembre Set 2018 1715 10 settembre 2018
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Paolo Iabichino commenta il caso sollevato dalla tennista che, dopo aver perso la finale degli US Open, ha accusato l’arbitro del match di comportamento sessista. «È solo l’uso di un topos in modo pretestuoso. Una brutta figura per la tennista. Ma non credo avrà una ricaduta per i movimenti che si battono per i diritti come invece è stato il caso Asia Argento»

Che Serena Williams perda una finale di torneo è di per sé un a notizia. Ma a fare il giro del mondo è stata l’accusa che la giocatrice ha rivolto sia in conferenza stampa che in campo all’arbitro del match Carlos Ramos. La tennista statunitense infatti, dopo aver perso 6-2 6-4 contro la giovane Naomi Osaka, la finale degli Us Open ha spiegato che «fossi stato un uomo tutto questo non sarebbe successo». Tradotto l’arbitro mi ha discriminato in quanto donna. Il problema è che nessun cronista sportivo ha ravvisato alcun errore arbitrale e tutti sono concordi nel dire che le decisioni dell’arbitro siano state tutte perfettamente aderenti al regolamento. Per capire come mai Serena Williams abbia deciso di giocare la carta del sessismo così fuori luogo e se questo sia dal punto di vista mediatico un autogoal per chi si batte per i diritti delle donne abbiamo chiesto a Paolo Iabichino, Direttore Creativo del Gruppo Ogilvy Italia.


Paolo Iabichino

Che ne pensa del caso Williams?
Penso che Serena Williams abbia perso un’occasione. È chiaro che aveva un obiettivo sportivo molto importante e la campagna marketing su questa finale è partita mesi fa. Ha fatto, secondo me, della narrazione. Ha costruito un racconto rispetto a quella che è stata un’ingiustizia arbitrale caricandola di sessismo perché in questo momento è un topos, e lei lo ha abbracciato.

Il problema però è che non c’è stata alcuna ingiustizia…
Cominciamo col dire che il sessismo è un’altra cosa. Non conosco il regolamento del tennis ma mi sembra chiaro che sia stato applicato e che l’episodio si sia verificato in tre tempi diversi portando l’arbitro all’esasperazione. L’accusa di sessismo è arrivata come giustificazione di un fallimento. Il sessismo è servito solo per spostare l’attenzione dalla sconfitta.

Un uso così di temi molto dibattuti e importanti non rischia di essere un autogoal per quei movimenti che si battono per i diritti?
No, non credo che si rischi un autogoal. Penso che i grandi movimenti che stanno facendo delle battaglie su scala globale rispetto a questo tema semplicemente si terranno lontani da questo episodio perché si renderanno conto che è pretestuoso. Non mi sembra un caso come quello di Asia Argento. È certamente invece una brutta figura di Serena Williams.

Perché pensa che il caso Argento sia invece un vero autogoal?
È un vero boomerang che scredita la bontà di un movimento, #Metoo, e di una presa di posizione. Se sono vere le accuse che le vengono mosse minano alla base l’essenza stessa del movimento. Per il ruolo della Argento, il suo abuso di potere, se confermato dagli inquirenti, farà un gran male a quel movimento.

Ecco però giustamente lei dice “se sono vere le accuse” e “se confermato dagli inquirenti”. Il fatto è che Asia Argento sta scontando un sistema che è lo stesso messo in atto da quel movimento che lei ha contribuito a creare. Non ci sono prove, non ci sono condanne. È tutto solo mediatico. È normale?
Che ci piaccia o meno è figlio del nostro tempo. È un momento storico in cui il battage mediatico si sposta in maniera molto decisa sui canali social. Viene sempre meno delegato agli organi di informazioni e a quelle realtà che fino a poco di tempo fa sancivano un vero e un falso. Nell’epoca della disintermediazione e della post verità, definita così non per nulla, la verità è l’ultimo dei nostri problemi. Oggi è più importante la bandiera. Tutti si abbarbicano intorno alla propria bandiera, fatta di opinioni quasi mai suffragate da analisi. I social media fanno da cassa di risonanza ijn modo devastante e questo crea dei veri e propri tribunali del popolo che possono anche far danno.

Anche perché le aziende cavalcano questo malcontento facendo saltare teste. Questa è gente che ha perso il lavoro e si è vista la vita distrutta. Poi magari salta fuori, come nel caso Brizzi in Italia e Louis C.K. negli Usa, che non erano colpevoli di nulla…
Certamente abbiamo bisogno di una verità che, in fatti di questa portata deve essere giudiziaria. Su questo non ci piove. Anche se purtroppo dobbiamo sapere che anche quando dovesse arrivare questa verità giudiziaria non avrà mai la stessa eco dell’accusa infamante. Dunque un’azienda, magari cinicamente, ma deve pensare a tutelare la propria immagine agli occhi dei propri consumatori.

Cioè X-Factor se avesse Asia Argento come giudice avrebbe una felssione di ascolti?
No, ma di mezzo c’è il puritanesimo americano. Un moralismo che ha anche un potere politico. È ingiusto e non normale che qualcuno perda il lavoro per una voce non confermata. E sono convinto che se la produzione fosse stata di Sky Italia e basta Asia Argento sarebbe ancora giudice. Ma quella decisione arriva dagli Stati Uniti e risponde a logiche che non conosciamo.

Diciamo che la ragione del business è comprensibile. Il cancellare invece Asia Argento da un documentario sulla vita del suo compagno che tipo di scelta è?
Io non conosco la scrittura di questo documentario. Ma è una contraddizione in termine. Un documentario dovrebbe documentare non giudicare. Rendere conto anche dei lati oscuri del personaggio che si racconta. Nessuno è autorizzato a cancellare Asia Argento dalla storia del suo compagno. Nessuno è autorizzato a cancellare la storia in tutti i sensi. Questa è a mio avviso la prova provata della follia del puritanesimo americano. Credo che anche questa decisione possa avere dei risolti politici che noi non conosciamo.

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