Un Altro Giorno Di Morte In America 2
Libri

Stati Uniti, perché le morti degli adolescenti non fanno rumore

10 Settembre Set 2018 1200 10 settembre 2018
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Sette è il numero di bambini e adolescenti che, di media, ogni giorno perdono la vita negli Stati Uniti per un colpo di arma da fuoco. Il giornalista e scrittore Gary Younge nel suo libro "Un altro giorno di Morte in America", edito in Italia da add Editore, sceglie un giorno arbitrario per scoprire a quanti ragazzi quel giorno è toccata una simile sorte: dieci, tra Est, Ovest e la grande campagna americana. Un lavoro straordinario che, attraverso la storia delle vite di questi ragazzi, fa luce sulle domande che la società - americana e non solo - non sa (e non vuole) più farsi

Il 23 novembre del 2013, negli Stati Uniti, dieci tra bambini e adolescenti morivano ammazzati a causa di una ferita da arma da fuoco. Dieci morti che non hanno fatto rumore o provocato indignazione. Sono passate inosservate come fatto consueto, normale, quotidiano. E in effetti in quelle morti non c’era niente che potesse fare notizia: dieci giovani sono morti il giorno prima, e quello prima ancora, con le medesime modalità e dieci giovani sarebbero morti il giorno dopo, e quello dopo ancora.

Pensate sette è il numero di bambini e adolescenti che, di media, ogni giorno perdono la vita negli Stati Uniti per un colpo di arma da fuoco. Una cifra che non ha pari in nessun altra nazione. Gli adolescenti americani, infatti, hanno 17 volte più probabilità di essere uccisi da una pallottola rispetto ai loro omologhi degli altri Paesi ad alto reddito.

​Gary Younge, giornalista e scrittore inglese, editorialista del Guardian, ha scelto una data a caso, il 23 novembre 2013, per scoprire a quanti ragazzi quel giorno è toccata una simile sorte: dieci, tra Est, Ovest e la grande campagna americana. Ha cercato chi li conosceva e ha passato al setaccio le loro pagine Facebook e Twitter. Quando erano disponibili documenti – verbali, autopsie, registrazioni del 911 – li ha consultati per raccontare quelle brevi e invisibili vite. Ne è nato un lavoro editoriale straordinario “Un altro Giorno di Morte in America” che ha vinto l’Anthony Lukas Book Prize della Columbia University ed è stato finalista al Jhalak Prize all’Orwell Prize, è arrivato in Italia grazie ad add Editore.

«Il libro», dice Younge, «si fonda su questa certezza: è un progetto semplice, ho scelto un giorno, ho cercato quanti più casi possibili di bambini e adolescenti uccisi da un’arma da fuoco quel giorno e ho raccontato le loro storie». Quella del 23 novembre è stata una data arbitraria: «Il destino ha scelto sette vittime, la cornice temporale ha dato forma al racconto».

Younge che è stato corrispondete dagli Stati Uniti per diversi anni, è partito da un presupposto fondamentale: «Non giudicare l’America, ma provare a capirla».

«Io penso», ha raccontato lo scrittore a Vita.it, «che noi non sappiamo quanto pericolosa sia l’America. Penso che giudichiamo o valutiamo male anche quanto l’America sia violenta. E penso che certe volte, causa di troppa propaganda americana, dimentichiamo che l’America è stata una nazione schiavista per 200 anni e che l’apartheid è partito da qui. E che è una democrazia non razzista da 60 anni. Quindi è un concetto del tutto nuovo la democrazia per l’America». Ed è in contesti cosi delicati che le periferie, luoghi dove la concentrazione di queste morti è maggiore, non può continuare ad essere abbandonata o dimenticata perché «La periferia è un’area che circonda la città e che non potrebbe esistere senza la città principale». E non è sbagliato suppore che la relazione sia reciproca.

Se è vero che in nessun altra nazione il numero di giovani morti per colpa di una ferita di arma da fuoco è così altra, è importante che il libro sia letto anche in altri Paesi: «Penso», continua Gary Younge, «ci sia qualche ragione per cui questo libro debba essere letto al di fuori degli Stati Uniti. Innanzitutto è un libro che parla di essere umani. Di persone, di giovani. E tutte le culture hanno dei giovani, ogni cultura ha delle tragedie. Ma comunque non ci vuole tante immaginazione per vedere che intorno alla società, che sia inglese, italiana o francese ci sono dei punti ciechi molto simili. L’America per esempio ha il suo punto cieco con le armi, il fronte algerino con l’hijab e così via. Quindi non è molto difficile equiparare molti problemi dell’America agli altri Paesi».

Sia chiaro, non sono né il razzismo né la povertà a mettere le armi nelle mani delle persone, né tantomeno a premere il grilletto ricorda lo scrittore. «Ma non si può negare», scrive Younge, «che sono questi fattori che determinano le condizioni di alienazione, assenza di legge e ambivalenza in cui le armi vengono usate e le morti per arma da fuoco ignorate. Gli individui devono assumersi la responsabilità personale delle loro azioni e accettarne le conseguenze. Ma la società deve fare lo stesso».

«Una migliore istruzione, più servizi per i giovani, posti di lavoro con retribuzioni sufficienti per vivere, centri di salute mentale, programmi di sostegno psicologico post – traumatico, un sistema di giustizia penale equo – insomma più opportunità e meno rassegnazione – contribuirebbero a creare un clima in cui queste morti sarebbero meno probabili. Il buon senso e la decenza umana non si diffondono con una legge».

Gli stati Uniti non hanno una popolazione più violenta delle altre. Ma quello che rende la società statunitense più letale delle altre è la diffusione delle armi. Il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, infatti, garantisce il diritto di possederne.

«Le ricerche e la stesura di questo libro», ha concluso Gary Younge nel suo libro, «mi hanno fatto venire voglia di gridare. Avrei voluto urlare a Edwin e Brandon che le pistole non sono giocattoli, a Stanley di smetterla di bazzicare per strada, a Gustin di stare attento a chi frequentava e alla madre di Tyshon di trasferirsi. Avrei voluto gridare ai giornalisti e alla polizia di trattare questi morti come se le loro vite avessero contato qualcosa - Ho avuto voglia di urlare al cielo perché mentre ragazzi continuano a morire, la politica rifiuta non solo di fare il possibile, ma addirittura il minimo indispensabile per limitare l’eventualità che altri giovani vengano uccisi da una pallottola. Come ho spiegato questo non è un libro sul controllo delle armi da fuoco. Le sfide con cui si sono confrontati questi ragazzi sono più spinose e più complesse. La povertà e la disuguaglianza favoriscono la disperazione; la segregazione rimane una barriera contro l’empatia. Più una persona è bianca e benestante, meno sarà incline a credere che questi ragazzi potrebbero essere figli suoi. E sebbene le statistiche lo confermino, resta il fatto che sono anch’essi figli di genitori che soffrono come tutti».