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Napoli

Ecco il piano del CSM contro le baby gang

12 Settembre Set 2018 2015 12 settembre 2018
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Ricordate i ragazzini accoltellati a Napoli da coetanei, fra dicembre e gennaio? Il CSM ha approvato ieri una risoluzione che fotografa la realtà della criminalità minorile a Napoli e traccia la via dell'intervento. Lo pubblichiamo perché parlare di questi fatti solo sull'onda dell'emergenza è il peggior tradimento di quanti vogliono una vita diversa. Uno dei problemi? A Giugliano c'è un assistente sociale ogni 20.600 abitanti, mentre una dozzina di comuni del vesuviano non ne hanno nemmeno uno

Una fotografia della devianza dei minori a Napoli, al di là dei titoli sulle baby gang. Quarantadue pagine (in allegato) per raccontare, nero su bianco, un fenomeno; un’analisi che porta la firma del Consiglio superiore della Magistratura (relatori Balducci, Ardituro, Cananzi): è questo la risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel settore della criminalità minorile nel distretto di Napoli approvato ieri dal CSM, documento che fa seguito alle audizioni della primavera scorsa per individuare misure di contrasto al fenomeno delle “baby gang”.

Lo riassumiamo qui di seguito, nella convinzione che – come fu detto all’epoca da un operatore sociale, Luigi Malcangi, referente territoriale per la Campania di Save the Children – che «agli occhi del ragazzo lavorare sull’onda dell’emergenza non suona come “vero”. Se ci occupiamo di questo tema solo quado c’è l’emergenza o il fatto eclatante, loro se ne accorgono e dal momento che ne hanno viste tante sanno che presto i grandi torneranno a non occuparsene. Su queste cose non serve tanto spingere sull’acceleratore nell’emergenza quanto tenere nella durata, nel ritornarci continuamente nel tempo… Allora i ragazzi capiscono che l’interesse nei loro confronti non è momentaneo e vedono la verità dell’azione educativa. Se vogliamo incidere significativamente ci vuole tempo e lavoro costante». Dimenticarsene è il peggior tradimento dei ragazzi di Napoli, di quelli che una vita non scontata la vogliono avere.

Perché il CSM ha fatto questo documento? Perché all’analisi delle varie forme di criminalità minorile emerge la necessità dell’«elaborazione di nuove e più adeguate strategie di contrasto, implicanti un’osmosi tra i diversi Uffici Giudiziari e tra di essi e le altre istituzioni a vario titolo coinvolte, nonché una riflessione sull’adeguatezza dello speciale sistema normativo che regola il settore minorile». Lasciamo ai tecnici le tecnicalità e vediamo innanzitutto l’analisi fatta.

1. Fisiologica, patologica, epidemica: tre differenti tipi di criminalità minorile a Napoli
Il coinvolgimento di minori in fatti criminali di rilevante allarme sociale «non costituisce un fenomeno nuovo nel territorio del napoletano» e tuttavia «negli anni il fenomeno si è sempre più chiaramente strutturato». Oggi la criminalità dei minori nel napoletano ha tre forme: la criminalità “fisiologica”, «sostanziantesi in condotte devianti occasionali, prevalentemente motivate da finalità predatorie, spesso generate dalla condizione di tossicodipendenza»; la criminalità “patologica”, che include sia i casi di affiliazione di minori a consorterie tradizionali di camorra, sia la formazione di nuovi gruppi giovanili, con i caratteri tipici dei sodalizi camorristici, con consistente presenza di minori (una modalità quest’ultima che si è molto radicata di recente); una criminalità “epidemica”, «che si distingue per l’operare in gruppo degli autori dei reati, anche se al di fuori dei contesti di criminalità organizzata e per il tasso di violenza utilizzato nei confronti delle vittime, generalmente elevato (dalle lesioni all’omicidio) e, comunque, del tutto sproporzionato rispetto al movente, futile (la sottrazione di beni di modesto valore) e persino degradante a mero pretesto (così come quando vengono evocati atteggiamenti – anche solo sguardi – asseritamente provocatori)» Le baby gang insomma.

2. I numeri
Fra il 1 luglio 2016 e il 30 giugno 2017 a Napoli c’è stata una diminuzione del 24% delle iscrizioni di procedimenti a carico di minorenni. Tuttavia abbiamo 10 ragazzi iscritti per reati di associazione di stampo camorristico, 14 per cui l’associazione di stampo camorristico è finalizzata allo spaccio di stupefacenti, 235 per reati contro il patrimonio, 46 per estorsione. In più 52 “stese” commesse da giovanissimi, rapine condotte a volto scoperto, con l’uso di armi e in danno di banche, supermercati e uffici postali. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni, Maria De Luzenbergher Milnernesheim, nel corso dell’audizione al CSM ha tuttavia precisato che «alla riduzione delle iscrizioni, attestata dalle statistiche, non corrisponde un calo effettivo degli episodi criminosi, essendo la flessione attribuibile alla mancata denuncia delle vittime, anche in vicende gravissime, nonché a una diminuzione delle segnalazioni da parte delle forze dell’ordine». Inoltre, ha continuato, nel recentissimo periodo, «è stata registrata un’intensificazione senza precedenti dei reati contro la persona. Tra novembre 2017 e gennaio 2018 sono state registrate 14 aggressioni, delle quali 7 con accoltellamenti, le altre con calci e pugni, in un caso, con l’uso di pistole, di tirapugni e di altri strumenti atti a offendere.
Sempre in audizione la dott.ssa Gemma Tuccillo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità ha detto come nell’ultimo anno «tutti i reati contro la persona hanno visto un incrudelimento delle modalità di esecuzione; l’atteggiamento di aggressività e di violenza è ritenuto quasi fisiologico nella perpetrazione dei delitti predatori; sono più numerose le aggressioni rivolte ai singoli rispetto alle risse occasionali».

Alla riduzione delle iscrizioni, attestata dalle statistiche, non corrisponde un calo effettivo degli episodi criminosi, essendo la flessione attribuibile alla mancata denuncia delle vittime, anche in vicende gravissime

Maria De Luzenbergher Milnernesheim

3. I protagonisti
​In generale «gli autori dei reati provengono prevalentemente da periferie degradate e da contesti familiari caratterizzati da deprivazione culturale, economica e affettiva, mentre teatro delle azioni predatorie è di norma il centro cittadino, preferito perché serbatoio di facili obiettivi, spesso individuati in giovani di classi sociali abbienti, detentori dei beni di consumo maggiormente ambiti».
Questi ragazzi hanno, per la gran parte, hanno «maturato esperienze di vita difficili, segnate da disgregazione o disagio familiare, da difficoltà economiche, da gravi forme di precarietà abitativa, da carenze culturali derivanti da discontinuità o abbandono scolastico e dalla totale mancanza sul territorio di presenze istituzionali o di centri di aggregazione sociale».

In queste situazioni «l’attrazione per i disvalori espressi dalla subcultura camorristica (l’importanza delle gerarchie, il facile arricchimento, l’ostilità verso le istituzioni, il rifiuto delle regole di legalità e di civile convivenza) è pressochè invincibile, consentendo il rapido conseguimento del potere, della leadership tra coetanei e di disponibilità economiche». Per questi giovani, inoltre, l’ingresso nel circuito penale e l’esperienza carceraria «rappresentano spesso motivi di crescita del prestigio personale e del peso criminale all’interno dei contesti associativi di riferimento». Se la “criminalità minorile patologica” appare ispirata da una “progettualità” legata alla camorra, la “criminalità minorile fisiologica” e la “criminalità minorile epidemica” risultano motivate invece «dalla necessità di soddisfare bisogni contingenti, resi ancor più impellenti dal contesto di deprivazione già descritto o – il che è ancor più grave – da vacuità esistenziale».

4. Il sociale che non c’è
Se questi delitti, soprattutto nel caso della criminalità epidemica, sono una «forma di rappresentazione del disagio giovanile» e in essi «il concetto di movente acquista nuovi significati e valenze, alternandosi ragioni di necessità, desiderio di arricchimento, esigenze contingenti da soddisfare ma, sempre più spesso, motivazioni legate alla noia esistenziale, alla rabbia nei confronti degli adulti o dei coetanei più agiati, al bisogno di rendere visibile la propria presenza a una società distratta, che li considera solo se e quando fanno del male», ecco che «la risposta di medio periodo a tale realtà non può che essere quella della prevenzione, data la diffusività del fenomeno. Il patto fra le istituzioni deve tendere a ridurre il diffuso abbandono educativo nel quale oggi versano molti minori – e non solo in specifiche aree di disagio sociale – e che è indotto spesso dalla crisi della famiglia e delle agenzie scolastiche e sociali».

E qui arriva un dato impressionante: nella città metropolitana di Napoli gli assistenti sociali in servizio presso o per conto dei comuni nell’anno 2018 sono 1.042, per una popolazione di 5.839.084 abitanti, vale a dire un assistente sociale ogni 5.600 abitanti [la media nazionale è di di 1,3 assistenti sociali per Comune, ndr]. Il punto è che la presenza è fortemente disomogenea sui territori: nel comune di Giugliano, terza città della Campania, ci sono 6 assistenti sociali (a tempo determinato), per 124.139 abitanti, pari a un assistente sociale per 20.600 abitanti mentre il rapporto a Napoli (sono 359 assistenti sociali di cui 358 a tempo indeterminato) è di un assistente per 2.600 abitanti. Ancor più allarmante la condizione dei comuni appartenenti alla fascia vesuviana: Torre del Greco, Torre Annunziata, Pompei, Castellammare di Stabia, Trecase, Boscoreale, Boscotrecase, Gragnano, Agerola, Pimonte, Lettere, Casola di Napoli, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, secondo la relazione del CSM, sono del tutto sprovvisti di assistenti sociali. Mentre a Caivano e Afragola, sui cui territori rispettivamente insistono il “Parco Verde” e il “Rione Salicelle”, insediamenti caratterizzati da altissima densità criminale e con elevatissimo numero di famiglie multiproblematiche, opera un solo assistente sociale.

Nel comune di Giugliano c'è un assistente sociale (a tempo determinato) ogni 20.600 abitanti. Molti comuni della fascia vesuviana sono del tutto sprovvisti di assistenti sociali. Mentre a Caivano e Afragola opera un solo assistente sociale

5. La mappatura delle aree con disagio giovanile più alto
Il primo obiettivo istituzionale che la risoluzione indica è la “prevenzione”, con una “mappatura” delle aree in cui più alto è il disagio minorile e la successiva strutturazione di progetti e iniziative volti a rimuovere, o quantomeno ad attenuare, l’influenza esercitata sulla scelta criminale dei singoli dai plurimi fattori indicati (la legge di stabilità 2018 assegna all’Istat il compito di definire i parametri per individuare le aree a più alta povertà educativa, e concentrare lì gli interventi prioritari). Nel contesto attuale e con le limitate risorse a disposizione, scrive la risoluzione, l’unico approccio possibile è quello in cui «le istituzioni sapranno operare costantemente in modo coordinato, attivando strutture di rete funzionali allo scambio reciproco di informazioni utili a intercettare il disagio giovanile in vista della successiva adozione di misure idonee ad approcciarlo. In questa prospettiva, la scuola assume il ruolo di principale “sentinella” del disagio giovanile, potendo precocemente intercettare quegli indici che preludono spesso all’ingresso dei minori in contesti criminali».

6. La scuola come sentinella
Nella risoluzione di legge la proposta di una più incisiva e costante collaborazione delle Istituzioni scolastiche, anche con l’invito a tutti i dirigenti scolastici delle province a trasmettere per i minori ancora in età di obbligo scolastico, due informazioni: entro fine novembre gli elenchi degli alunni che risultano iscritti ma non hanno mai frequentato le lezioni e per i quali non sia stato concesso nulla osta per il trasferimento ad altro istituto; entro fine maggio, gli elenchi degli alunni che si prevede non verranno ammessi alla classe successiva a causa del numero di assenze accumulate.

7. La comunità educante
Un’efficace politica di prevenzione della devianza giovanile richiede «l’intensificazione degli sforzi di inclusione del minore in attività ulteriori rispetto a quelle scolastiche, in particolare, culturali, sociali e sportive»: «Coerente con tale impostazione è la possibilità di stipula di protocolli tra istituzioni e associazioni che offrano a bambini e a ragazzi di età compresa tra i 6 e i 16 anni, nonchè alle loro famiglie la possibilità di svolgere una serie di attività gratuite, tra cui l’accompagnamento allo studio, i laboratori artistici e musicali, le attività motorie, la promozione della lettura, l’accesso alle nuove tecnologie, l’educazione alla genitorialità e le consulenze pedagogiche, pediatriche e legali». Si parla anche della necessità «di interventi pubblici a sostegno delle famiglie bisognose, volti a favorire l’accesso dei minori alle anzidette opportunità ricreative, in un’ottica di indirizzo verso forme di impegno che distolgano dalla frequentazione di contesti criminogeni». Per intervenire sulla totalità dei territori caratterizzati da problematicità, evitando zone d’ombra o sovrapposizioni e adoperando al meglio le risorse pubbliche e private esistenti, «si richiede, in uno alla mappatura del rischio, un censimento ragionato di tutte le iniziative e gli interventi volti a favorire il coordinamento e lo scambio di informazioni e di esperienze». La risoluzione cita come esperienze positive i Punti Luce e quello in corso di attuazione nel quartiere Sanità: iniziative che vanno estese anche alle periferie suburbane e all’hinterland, ai quartieri difficili di tutti i comuni metropolitani, come accaduto per i Punti Luce.

7. Sicurezza urbana
Accanto alla prevenzione serve il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine, anche per evitare che, nei quartieri a rischio, al controllo pubblico del territorio, si sostituisca quello delle organizzazioni criminali. Napoli ha già 100 unità di appartenenti alle forze di polizia, deputate esclusivamente al piano Sicurezza giovani, anche a presidio delle stazioni della metropolitana, a cui qui si aggiunge qui la proposta «di utilizzare gruppi di “operatori di strada”, ognuno composto da 8/10 elementi, allo scopo di avvicinare in modo rassicurante igiovani e di disinnescare atteggiamenti diffidenti o di sfida».

8. Allontanamento dei minori e comunità
Segue poi un’ampia parte più tecnica, legata alla risposta giurisdizionale. C’è un passaggio su un tema che era stato ampiamente dibattuto, se fosse il caso o meno di allontanare i minori dai genitori quando la condotta dei genitori risulti pregiudizievole per il minore anche se non tale da giustificare un provvedimento di decadenza, al fine di assicurare ai minori coinvolti adeguate tutele e, nel contempo, di dare loro l’opportunità di sperimentare orizzonti sociali, culturali, psicologici e relazionali diversi da quelli di provenienza. Nei casi in cui si renda necessario il distacco dal contesto socio-ambientale di provenienza perché criminogeno o deviante, si raccomanda che il collocamento avvenga in comunità ubicate in luoghi da esso lontani e sempre con riguardo alle comunità, è stata rimarcata l’inopportunità di mettere insieme nella stessa comunità minori allontanati in base a un provvedimento civile di protezione e di minori sottoposti a procedimento penale, sollecitando una modifica dell’art. 10 del D.L.vo 272/89, che impone l’indicata promiscuità. Suggerito anche, pur senza automatismi, l’apertura di un fascicolo civile, al fine di consentire al Tribunale di valutare l’eventuale ricorrenza delle condizioni per interventi a sostegno della famiglia o a tutela dei minori, con adozione di misure che, pur con diversa gradualità, possano incidere sull’esercizio della genitorialità.

9. Conclusioni
Le conclusioni riassumono in 10 le cose da fare, dalla rilevazione accurata e tempestiva della dispersione scolastica, alla mappatura del rischio di devianza per i minori, dalla promozione di iniziative didattiche, sociali, culturali, sportive, religiose e di educazione alla legalità, nei quartieri a rischio all’incremento degli organici relativi agli assistenti sociali, dall’ individuazione dei servizi essenziali minorili in attuazione della 328 all’istituzione di un ufficio di coordinamento dei servizi socio-assistenziali dei minori. Seguono dieci sollecitazioni di interventi normativi, quali l’estensione ai procedimenti de potestate dell’istituto del gratuito patrocinio, la ridefinizione del concetto di evasione scolastica, ricomprendendovi anche i casi di frequenza “a singhiozzo” o irregolare per presenza non continuativa o anomala; l’espressa rilevanza penale della condotta del genitore che ometta di impartire al minore l’istruzione obbligatoria; l’assegnazione dei minori a comunità differenziate in ragione della natura della misura che ha determinato il collocamento in esse, superando la promiscuità oggi prevista dall’art. 10 del D.Lvo n. 272/89.

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, già audita il 4 aprile scorso a Nisida, ha partecipato ieri pomeriggio a Napoli al Plenum del Consiglio superiore della Magistratura che ha approvato la risoluzione: «Bene la risoluzione adottata – commenta Filomena Albano – perché rappresenta un’importante fotografia della devianza minorile a Napoli. Sono condivisibili l’impianto e le proposte impostate sulla prevenzione e sulla necessità di attivare e mettere in rete le risorse del territorio. Auspico adesso che si faccia una fotografia nazionale». L’Autorità garante in particolare ritiene positiva la mappatura del rischio di devianza per i minorenni e al lavoro di rete tra istituzioni e associazioni, finalizzato a ottimizzare informazioni ed esperienze e la rilevazione puntuale e tempestiva dei casi di abbandono scolastico. In merito alla scelta della comunità di accoglienza a cui affidare il minorenne autore di reato, Albano avverte come «è necessario che la valutazione sia fatta ‘caso per caso’ in base ai bisogni: ogni ragazzo è diverso, ha la sua storia. Va evitata ogni forma di automatismo, confidando nella possibilità di integrare modalità educative diverse per i ragazzi autori di reato e per quelli destinatari di provvedimenti civili. Bisogna avere fiducia nelle effettive possibilità di recupero».

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